domenica 1 ottobre 2017

And then they were two - Alpe Adria 2017






La strada


30 luglio, giorno 0 (Salisburgo)


Pisolino A filo di rasoio La citta' dal buco Affaticato Salzach
Salisburgo Tetti come se piovesse




Sogno di un pomeriggio di mezza estate

Mi avrà fatto le stesse domande venti volte in quattro ore. Praticamente ogni 12 minuti. “Da dove venite? (Dall’Italia) Dove andate? (A Pechino) Dove avete fatto il visto? (A Istanbul) Chi ve l’ha fatto? (Ma come faccio a saperlo) Sapete che in alcune zone non ci potete entrare? (Sì, mi hanno spiegato, ho tutto scritto) E’ vostro figlio? (Sì, c’è anche scritto sui passaporti) Cosa trasportate? (Solo la nostra roba, potete aprire tutto se volete)”.

Finita la tiritera studia i documenti, fa una telefonata, poi ricomincia, ogni volta in cinese, per cui penso che mi stia chiedendo qualcosa di nuovo. Ogni volta gli spiego in inglese e a gesti che il cinese non lo so. Lui sbuffa e riparte in un inglese neppure troppo stentato. E’ una strategia, evidentemente. Dopo quattro ore passate sotto un sole implacabile a Korgas, in questa frontiera su una pianura deserta da una parte e devastata dall’altra, ci ridà i documenti e ci dice “Enjoy” con un accento quasi da yankee.

Da non credere.

E infatti è proprio così, da non crederci, perché questo mitico passaggio di frontiera fra il Kazakistan e la Cina non è mai avvenuto, se non nella mia fantasia, dove l’avrò ripercorso mille, o forse solo cento, diciamo venti o trenta volte.

Però era diventato quasi un progetto. Da Novara, in Via Mossotti 11, a Pechino, in Piazza Tienanmen. Nove mesi, tutti in bicicletta, con l’allegra famiglia Mennella schierata in fila indiana lungo la via della Seta. Il blog è nato per questo, per documentare la nostra preparazione all’impresa di una vita.

Poi il blog è proseguito a stento e l’impresa è stata presa e messa nel congelatore in nome della vita reale.

Quindi oggi non siamo a Korgas, ma a Salisburgo per “scendere” (per così dire) a Grado in poco più di una settimana. Io e Meri da soli, che il Ciccio l’anno scorso ha giurato di non voler vedere le ruote gommate di una bicicletta per almeno 365 giorni.

Al Brennero siamo passati con un po’ di apprensione, timorosi di incontrare fiumane di disperati da un lato e i carri armati austriaci dall’altro a difendere gli operai e i muratori mentre ergono il muro di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi.

Niente. Solo traffico scorrevole e un museo, proprio al confine, installato in nome dell’amicizia fra i popoli. Mi immagino che i disperati ce l’avranno fatta, che troveremo l’Austria invasa da fiumi di libici, nigeriani, siriani, ghanesi, senegalesi, pakistani, bengalesi, indiani e filippini. I giorni a seguire ci smentiranno. Per fortuna non vediamo neppure i tanto paventati carri armati.

La prima giornata la dedichiamo alla vista della città stile turisti per caso. Un museo, un paio di mostre, chiese e cimitero e poi passeggio. Ah no, anche la fortezza che domina la città, una piccola cittadella medievale (era medievale? Non mi ricordo) che sovrasta Salisburgo da un paio di centinaia di metri di altezza.

Il centro di Salisburgo è piccino, tutto steso lungo gli argini del Salzach, un fiume che scende dalle Alpi, a sud, per invadere le pianure tedesche a nord. Tutto bello, pulito e ordinato, nel perfetto stile austriaco già incontrato tre anni fa durante la nostra seconda tappa danubiana. Essendoci nato Mozart, molto qui parla di lui e di musica classica in generale, anche se durante la sua vita Mozart se ne dovette andare da qui in quanto la città era troppo provinciale per il suo talento. Sempre la solita storia dei profeti che lo possono essere solo fuori casa. Naturalmente, dopo la sua morte, Salisburgo non ha mancato l’opportunità di rivendicarne i natali per farci tutto il business relativo.

Nello shop della casa natale di Mozart, adibita a museo, ci compriamo i souvenir: due ombrelli, che fuori ha deciso di piovere e noi abbiamo lasciato tutta l’attrezzatura anti-acqua in camera. In un angolo dimenticato e impolverato del negozio vedo l’unica cosa che forse varrebbe la pena di comprare, ad esserne all’altezza: l’opera omnia di Mozart in 20 volumi. Conosco una persona che l’ha comprata e la usa come lettura prima di andare a dormire. Ma non parlo della biografia, bensì della musica vera e propria: apre uno spartito a caso e lo legge, sentendo la musica nella sua testa come se ascoltasse un CD.

Cosa posso dire d’altro di Salisburgo? Boh, non mi viene in mente niente. Voglio dire, niente che sia veramente mio, che non si possa trovare condito in salse sicuramente migliori in qualunque sito preso a caso su internet. Quindi non dico altro se non che chiudo la giornata con voglia di partire, che a me quello che interessa davvero è andare, la strada, ma a soffermarmi troppo sulle cose mi fa fatica, più fatica che pedalare.

Pare che la chiamino superficialità.



Visita alla casa natale di Mozart / Saint Peter con annesso cimitero e catacombe / Castello / Museo d'arte moderna

31 luglio, giorno 1 (Salisburgo - Bishofschofen, 55,3 km)


Welfie Dai che andiamo! Infermieri o minatori? In lontananza butta male Pianura ancora per poco Spompato Lassu' non ci andiamo






Il sale della vita

Ci svegliamo presto, ma veramente presto, tipo alle 6 o qualcosa del genere. Incominciamo a pedalare che saranno le 11. In mezzo solo cigolaglia, frattaglie, tante cose piccine da fare prima di partire con la nostra ormai rodata inefficienza.

Fai le borse, disfane una perché c’è dentro, che so, lo spazzolino che ci serve ora, carica la macchina, cerca un parcheggio vicino alla stazione per quando verrò a riprenderla. Va bene qui? Ma è un po’ isolato, meglio là. Ci sono divieti? Aspetta che controllo…. no, nessun cartello. Llllà. Aspetta sistemala meglio che è un po’ lontana dal marciapiede. Ecco, va bene? Ma sì. Scarica le borse, raccatta quello che c’è in macchina, smonta il porta-bici, sistemalo nel portabagagli, metti le borse sulle bici, si parte. No. Bisogna farci il selfie. Aspetta che ne faccio un altro che è controluce, sposta le bici, che fotografiamo anche loro. Siamo pronti? Andiamo. No. Dobbiamo cercare un ottico perché ho dimenticato i liquidi delle lenti a contatto a Novara. Cerchiamo l’ottico. Lo troviamo. Compro i liquidi. Pago. Ringrazio e saluto. Metto via i liquidi. Stavolta partiamo, ma sono, appunto, le 11.

E quindi il Ciccio, che gli anni scorsi cazziavamo a nastro come fosse la causa dei nostri reiterati ritardi nelle partenze? Possibile che non c’entrasse nulla? Ma no, mi dico, è solo il primo giorno, i prossimi saremo degli orologi svizzeri, anzi, austriaci. Mentre svoltiamo l’angolo sento il patema d’animo di non ritrovare più la Serenella fra otto giorni, che mi pare di abbandonarla in mezzo a una strada. Ma siamo in Austria, mica in Italia, mi dico. E così, dopato da questo pensiero falsamente rassicurante, puntiamo le nostre prue gommate verso la periferia della città.

Un’ora e 15 km dopo arriviamo a Hallein. E’ la nostra velocità di crociera, ma io sento che le mie gambe non hanno visto la bici praticamente per un anno. Decidiamo di fare sosta per visitare le miniere di sale, che la guida descrive come un’esperienza che ti segna per la vita, costellata da sensazioni mistiche indimenticabili. Pianifichiamo la visita: considerando anche gli spostamenti in autobus in andata e ritorno dalle miniere dovremmo farcela a ripartire per le 16. Un po’ tardino visto che abbiamo ancora 40 km da fare e dobbiamo anche passare da un posto chiamato Klettergarten Pass che non promette discese per arrivarci. Ma l’aspettativa delle miniere di sale è alta e decidiamo di non perdere l’occasione.

Alle miniere di mistico c’è soltanto il prezzo. Venti euro a testa per un’ora passata sottoterra a 15 gradi (quando fuori ce ne sono 35), tutti bardati con tutoni di cotone bianco che ci fanno sembrare degli infermieri. Si passa da un trenino che ci conduce nelle viscere della terra a gallerie che percorriamo a piedi fino a un paio ripidi scivoli di legno che fanno la gioia dei bambini. Qua e là delle sale attrezzate con video che raccontano la storia della miniera e ne spiegano le tecniche estrattive adottate nel corso dei secoli. Dagli anni ’80 la miniera ha chiuso per trasformarsi in attrazione turistica, non essendo più competitiva con il trasporto dalle saline sul mare.

Quando riemergiamo nel caldo dell’estate più torrida degli ultimi 800 anni (così è stata definita, anche se nutro qualche dubbio sulla disponibilità di dati climatici affidabili nell’Europa del ‘300) godiamo come serpenti del sole al calor bianco per almeno un quarto d’ora. Come previsto, alle 16 siamo nuovamente in marcia.

I quaranta chilometri ce li spariamo in endovena, senza interruzione. Quando attacchiamo la salita per il passo avvengono due fenomeni. Il primo è che il mio fottutissimo cambio davanti non funziona quando lo metto in prima, la marcia degli sfigatelli come me. Ogni due-tre giri il pedale si inceppa facendo scaturire invocazioni a tutti i santi e controsanti del paradiso. Porco di qui, porca di là, ma non ce n’è per nessuno e mi tocca andare in seconda facendo una fatica della Vergine Maria. E sì che gliel’avevo detto al mastro ciclista che c’era qualcosa che non andava, ma lui niente, ero io che non capivo nulla di ciclomeccanica. Sarà pure vero, ma la bici di Meri cambia come un orologio svizzero mentre con la mia bisogna fare la cabala ogni volta che c’è da andare in prima.

Il secondo fenomeno è che Meri sale tranquilla come una Pasqua lasciandomi al mio destino sfiatato. Sarà certamente perché il suo cambio funziona mentre il mio no. Ma visto che tutto scorre e passa via, anche il passo arriva, e poi la discesa, e poi le mitiche gole tanto osannate dalla guida della ciclovia che a noi non dicono poi granché, e infine, alle 19, siamo a Bischofshofen al nostro fantastico alberghetto dove ci aspettano con la birra già spillata e lo stinco di maiale fumante. Che meraviglia una stanza e una doccia. Pensa se dovevamo picchettare la tenda e dormire come fachiri.

Dopo cena studio il percorso di domani. Ahi ahi, come la vedo brutta. Penso di giocare sporco e di prendere il treno fra Schwarzach e Dorfgeisten, ma se così dovesse essere qui non lo scriverò mai.



Visita alle miniere di sale. Biglietto d'ingresso: 21 Euro. Una fucilata!

1 agosto, giorno 2 (Bishofshofen - Bad Gastein, 60,1 km)



Non cosi' veloce! Sostina Saliamo Sempre piu' in alto Asciutto
Solita bici su solita strada Ronfata meritata Atletico Zozzone Moderno Torrentello





Cura ingrassante

Apro l’occhio la mattina che Meri è praticamente pronta. Se le bici fossero in camera sarebbe già sul sellino a farmi drin-drin con il campanello. Sbadiglio, mi trascino, tutta la mia roba è sparata ai quattro punti cardinali della camera mentre le borse di Meri sono tutte impacchettate e ordinate, in fila come paperotti dietro mamma papera. Io ne chiudo una, ne riapro un’altra, vado in bagno, sbadiglio di nuovo tirando fuori tre palmi di lingua come fanno i cani. Incomincio a capire da dove viene tutta la nostra inefficienza andando per esclusione: Ciccio non è, l’abbiamo capito, Meri neppure, è già pronta da un pezzo, in famiglia siamo in tre ciclisti, quindi le possibilità stanno inesorabilmente riducendosi. Stiamo per capire il problema, lo sento.

Malgrado il mio ostruzionismo riusciamo a partire per le 9:00, praticamente un miracolo. I primi venti chilometri vanno via come il pane, tutti in piano fra prati che se la ridono e ciclabili tirate a specchio. Ma a Schwarzach la musica cambia, lo sappiamo già. Questa è la tappa più dura: per la maggior parte in salita con pendenze che vanno dall’8 al 13%. E chi è andato in bicicletta in salita qualche volta sa cosa significano questi numeri.

Al paesello ci fermiamo per fare il primo spuntino, che gli zuccheri calano. Faccio di tutto per ritardare l’amaro calice: spesa, pipì, controllo percorso, ma a un certo punto Meri dice basta. Se dobbiamo soffrire meglio farlo subito.

Si parte subito tosti, con una rampa al 10%. Due cicloturiste vengono immediatamente azzoppate e spingono, mentre io tengo duro. Il rotellino della prima sembra tenere, ogni tanto inchioda ma con due-tre porconi ben assestati la catena inizia a scorrere lenta e giudiziosa. Si sale, e poi si sale e poi si sale, e poi si sale ancora. Un cartello stradale ci invita a rallentare: difficile andare a meno di 5 all’ora in bicicletta. Saliamo, e poi saliamo, e poi saliamo. Ci fermiamo a bere. In basso il paese ci appare lontanissimo e ci sentiamo orgogliosi di aver fatto tutta questa salita con le nostre gambe, anche se non è ancora finita.

Sali, sali, sali e poi ancora sali fino a che arriviamo a una specie di laghetto artificiale. Più precisamente un “bacino di compensazione”, praticamente asciutto. Sarà il caldo tropicale che attanaglia pure le Alpi in questi giorni? Oppure sarà un normale intervento di manutenzione del bacino? Vogliamo sperare nella seconda ipotesi. Che sia ottimismo o incoscienza continuiamo a voler ignorare il fatto che di caldo così a queste quote non se n’è sentito da molti anni a questa parte. Non saranno ottocento, ma penso che siano un bel po’. Da qui si va su e giù a gobba di cammello. Più o meno una decina di cammelli fino a che arriviamo a un tunnel di un chilometro e mezzo con ciclabile annessa. Pedalare non è particolarmente faticoso, dato che non c’è salita, ma il casino dei mezzi gommati che sfrecciano sulla nazionale è infernale e ci spossa.

Ancora qualche decina di minuti e arriviamo a Dorfgeisten, pronti per la pennica. E’ l’una e il caldo è veramente infernale. Pare di essere l’anno scorso in Romania, quando passavamo il pomeriggio a oziare incapaci di muovere sopracciglio. Ci tostiamo all’ombra per tre ore, sdraiati su un prato sotto una pianta tormentati da ragni e moschini. Alle quattro, alé!, si torna in sella per un’altra quindicina di chilometri grosso modo in piano prima della morsa finale, la balza assassina, la salita a Bad Gastein. Sei chilometri in piedi con tiri al 13% e il resto tutto sul 9-10%.

Anche se abbiamo mangiato da non molto, poco dopo la partenza ho il primo della mia solita serie di cali di zuccheri. Si presentano all’improvviso, con un preavviso di pochi minuti durante in quali inizio a pensare al cibo, fino a che fatico a respirare e mi devo fermare per mangiare.

La questione è che la bicicletta richiede potenza più che energia, ovvero serve energia messa a disposizione rapidamente, e la mia trippa, che anelo a far calare sbattendomi sulle strade in bici, non è la migliore fonte di potenza. Ci vuol tempo per metabolizzare i grassi, così che il mio corpo si lamenta e domanda nuovo apporto di energia da utilizzare subito. Nella forma di barrette energetiche sbranate a piene mani fino allo stordimento. Il risultato è che parte degli zuccheri il mio corpo li brucia subito, appena riprendo a pedalare, ma il resto si trasforma in grassi, che serviranno a ben poco la prossima pedalata.

Il risultato netto è che più pedalo e più ingrasso o, per lo meno, non dimagrisco, malgrado le fatiche di Ercole che mi tocca durare soprattutto nelle salite. Sono questi i pensieri a cui mi dedico prima di arrivare all’attacco della salita, verso le 17:30. E’ inutile che la meni ancora con l’ultima ora e mezza passata fra i soliti smadonnamenti per la catena che va e non va, tanto vale che arriviamo direttamente alla fine, consumata alle 19 presso il nostro B&B. E’ un posticino D.O.C. gestito da Rod e Sandy, una coppia inglese che da pompieri in madrepatria si sono trasformati in gestori di questo piccolo paradiso in mezzo alla valle appena sopra il centro abitato di Bad Gastein.

Cercatelo su AirBnB, ne vale la pena. Anche la pena di arrivarci in bici.



Dislivello in salita dal punto più basso a quello più alto: 600 m. Dislivello effettivo di pedalata: 1300 m. Ce la caviamo. Io con qualche tratto a piedi, ma comunque sempre le mie gambe sono! O no?
Dolore tendine d'Achille dx.

2 agosto, giorno 3 (Bad Gastein - Spittal and der Drau, 44,8 km + 8 km di tunnel)



Discesaaaaaa.... ...aaaaaaa.... Corso d'acqua Placido Caro temporale, volevi





Call center

Oggi tutta in discesa, ma si parte già in salita, nel senso che la zampa di Meri non va. Da ieri ha un tendine d’Achille dolente e oggi si è gonfiato. Succede quando non si fa niente per un anno e si pretende di fare i cicloturisti di lungo corso alla nostra età senza allenamento.

Fosse stato il mio di tendine avrei fatto forse finta di niente, per evitare di dover smettere subito l’impresa appena iniziata, ma siccome l’amore mio santo lo voglio tutto intero, tendini compresi, propongo una visita dal dottore per non fare cazzate, anche se sono sicuro che ci dirà di smettere.

Sandy e Rod sono veramente splendidi. Ci accompagnano dal dottore e si offrono di aspettarci. Accettiamo la prima offerta ma decliniamo la seconda. Ce la possiamo fare.

Aspettiamo un’oretta nell’ambulatorio del paesino, poi la dottoressa ci riceve e ci dà semaforo verde. Rimango un po’ stupito della modalità della visita. Praticamente la dottoressa ha guardato la caviglia di sguincio, da lontano. Ha fatto finta di sfiorarla e ha sentenziato che possiamo andare tranquilli. Non è neppure sicura che la bici c’entri qualcosa, a volte queste cose vengono così, senza ragione. Ci prescrive ibuprofene e pedalare, che ci sono altri ammalati veri che aspettano.

In altre occasioni ci saremmo incazzati come bufali, avremmo chiamato striscia la notizia e denunciato il caso di mala sanità. E che, si effettua una diagnosi guardando da lontano senza binocolo? Ma che diamine! Ma oggi questo è esattamente quello che vogliamo sentirci dire e, si sa, l’uomo è l’animale meno obiettivo e più incoerente dell’intero universo, per cui ringraziamo e usciamo a gambe levate, per tornare tutti allegri da Sandy per prendere le nostre cose e partire.

Dopo dieci minuti di leggera salita arriviamo al tunnel ferroviario dei Tauri, che sbuca, 8 km più a sud, nella valle del Moll. Qualcuno si potrebbe chiedere che cosa sia il Moll, se abbia qualcosa di speciale per citarlo qui. E’ solo un torrente. Non è anonimo perché il nome ce l’ha, ma per il resto non ne so nulla. Sono giusto andato a vedere la cartina per amore di precisione.

Quando arriviamo alla stazione il treno delle 11:21 ci parte praticamente sotto il naso. Il prossimo parte un’ora più tardi. Aspettiamo. A Mallnitz, dall’altra parte della catena dei Tauri, è quasi l’una e decidiamo di iniziare con una sosta e un’insalatona. Tanto non è mica tardi e non abbiamo fretta, è tutta discesa. Alle 14 non ci sono più scuse. Appena lasciato il ristorante si apre davanti a noi il baratro della mitica discesa di 8 km con tratti al 12%, che non dico che sia come farla in salita ma non è banale neppure in discesa.

Finiti gli 8 km, di vera discesa, il resto è un misto, mediamente in discesa ma con tratti in salita che ogni tanto, anzi ogni poco, ci sfiancano come fanno i picador con i tori nella corrida, sia perché “tanto oggi era tutta in discesa” sia perché fa un caldo tropicale nel senso sia del caldo che dell’umido. Come non bastasse il cambio della mia bici peggiora e le mie invocazioni e giaculatorie sono all’ordine del minuto.

Ma tutto passa (già detto, lo so) e finalmente la valle si apre e le pendenze digradano. I saliscendi diventano per lo più scendiscendi e ci godiamo qualche tratto in velocità ma senza il patema d’animo dei freni che potrebbero anche dichiarare sciopero.

Manca mezz’ora all’arrivo quando squilla il telefono. Numero sconosciuto. Contrariamente alle mie abitudini (se un numero non ce l’ho in rubrica non rispondo) prendo la telefonata. E’ la compagnia telefonica della mia linea di casa. Senza tediare gli affezionati lettori di questi diari con i dettagli della negoziazione del mio contratto che avevo deciso di disdire, mi basta dare qualche pennellata per sottolineare l’assurdità della scena.

Da un lato un giovane e volonteroso dipendente (probabilmente a contratto, rinnovato da un mese all’altro), forse in giacca e cravatta o forse no, ma certamente in ambiente con aria condizionata, che cerca di convincermi con tono affabulatorio della cura che ha la sua azienda per i clienti proponendomi un taglio del 43% sulla bolletta se rinuncio a cambiare operatore. Dall’altra io, sudato, stanco, con una bicicletta in mezzo a una strada di campagna arroventata dal sole con le mucche che fanno dlon-dlon con i loro campanacci e che vorrei mandarlo a quel paese. Non tanto lui, che cerca di fare del suo meglio per sbarcare il lunario mentre io tutto sommato sono in vacanza, ma quella fottutissima economia di mercato globale che la sua telefonata rappresenta, secondo la quale ognuno di noi è solo un codice cliente da mungere e del quale ricordarsi solo quando si rischia di perderlo.

Vorrei chiudere con un “Niet” gravido di orgoglio, ma cedo di fronte al peso del 43%, oliando, purtroppo consapevolmente, il diabolico ingranaggio di cui tutti facciamo parte e che gira molto meglio (ci vuol poco, del resto) di quelli della mia bici.

Arriviamo a Spittal cotti, fritti, bolliti. Franiamo prima in doccia e poi a letto per aspettare l’ora di cena mentre fuori si aprono le cateratte del cielo. Pensa se avessimo avuto la tenda e tutto il diavolerio annesso e connesso.

Dopo cena facciamo un rapido passeggio per qualche strada di Spittal, dalla stazione verso quello che potrebbe essere il centro, ma che non raggiungiamo. Di questo passeggio non c’è nulla che possa risultare di interesse a un qualunque lettore che non sia uno di noi due, ma la verità vera è questo blog siamo quasi gli unici a leggerlo e questo è l’unico modo per non consegnare i nostri momenti di vita al buio dell’oblio, come quotidianamente facciamo. E quindi scrivo queste righe. Anzi ci aggiungo qualche dettaglio, che il lettore poco o per nulla interessato può tranquillamente saltare.

A distanza di un paio di settimane (perché mica sono riuscito a scriverlo in diretta il diario) quello che ricordo di quella mezz’oretta serale è l’impressione di un paese molto meno austriaco degli altri. Pochissimo caratterizzato, se per paese austriaco si intende architettura montana semplice e ordinata, pietra, legno e gerani a creare un allegro contrasto di rossi, bianchi e marroni. Quello che vediamo è tutto più anonimo, con edifici e strade senza personalità.

L’unico tocco veramente austriaco ce lo dà una vetrina di un negozio di vestiti, dov’è esposta una serie di collezioni di vestiti tradizionali, tipo quelli di Heidi (che però era svizzera) per intenderci. Gonnelloni fiorati, bustini, pantaloni al ginocchio con le bretelle, gilet con ricami di varia natura.

Non è carnevale, è che qui la gente si veste davvero così. Non dico tutti i giorni, ma spesso il vestito della festa è tradizionale, un po’ come fanno gli scozzesi con il kilt. Fra qualche giorno, a Villach, avremo una dimostrazione molto eloquente di questo fatto, ma stasera non ce lo possiamo ancora immaginare. Come non possiamo immaginare la bellezza del centro di Spittal, che abbiamo forse intravisto in lontananza ma non abbiamo raggiunto, vittime consapevoli del sonno e della pigrizia.



Retro caviglia gonfio e dolente se carico con il mio peso. Visita al dottore locale. Conferma che posso continuare a pedalare prendendo antinfiammatorio Ibuprofene 400 mg. La proprietaria del B&B mi rifornisce della medicina.

Partenza tarda ore 11. Giusto per perdere il treno che ci trasporterà al di là della montagna. Lo prendiamo alle 12:20. Appena scendiamo facciamo tappa in un ristorantino deserto.

Oggi tappa in discesa... insomma, sì, ma piena di saliscendi che fatti sotto il solleone delle 13:00/15:00 fanno comunque male. Ampi tratti in discesa, però, compensano le nostre fatiche. Il caldo è soffocante e spossa.

Alla fine arriviamo ugualmente sfatti alla nostra meta: Spittal, dopo aver percorso solo 49 km. Come arriviamo si scatena il temporale, ma noi ormai siamo all'asciutto.



3 agosto, giorno 4 (Spittal an der Drau - Villach, 40,4 km)



Fiumi Fiumi Bruchetto Teneroni E poi ancora fiumi
Sballo nazional-popolare (1/6) Sballo nazional-popolare (2/6) Sballo nazional-popolare (3/6) Sballo nazional-popolare (4/6) Sballo nazional-popolare (5/6) Sballo nazional-popolare (6/6)





Sballo nazional-popolare

Oggi è proprio facile facile. Una passeggiata domenicale (anche se è giovedì) in leggera discesa lungo la Drava. Rifletto che, in un modo o in un altro, i nostri giri in bicicletta hanno sempre a che fare con i fiumi. Il Danubio, la Loira, il Ticino, il Po… in questi pochi giorni il Salzach, la Drava e il Tagliamento, senza contare i fiumiciattoli e i torrentelli che incontriamo di tanto in tanto.

Per un attimo abbiamo pensato di collegare questa tappa a quella di domani per fare il tappone e assicurarci l’arrivo a Grado, che al momento è in forse. Ma alla fine, chi ce lo fa fare? La salita a Tarvisio fatta nella caldana del pomeriggio è veramente troppo e rinunciamo. Se perderemo l’arrivo al mare e ci fermeremo a Udine, pazienza. A mezza mattina sostiamo all’ombra lungo il fiume, che la zampa di Meri è un po’ dolorante. Intanto io scrivo le mie misere note recuperando la giornata di ieri. Una chiatta fa la spola fra le due sponde portando ciclisti da una riva all’altra Gli ultimi 18 km sono tutti lungo la Drava, a mo’ di passeggiata.

Arriviamo a Villach alle 13:30 con un sole e un caldo implacabili, che non credo abbiano visto da queste parti nelle ultime generazioni. Il paese è in piena festa austriaca e questo spiega il prezzo spropositato di 103 Euro per una stanzetta-loculo senza finestre e senza privacy con bagno e doccia comune con tutto l’appartamento. Le strade sono una teoria di tavoli da birra e salsicce e gente in abiti tradizionali. Donne, uomini, bambini e anche giovani, tutti almeno con un paio di brache e bretelle o gonnelloni a fiori magari mescolati con scarpe Adidas Stan Smith o T-shirt in stile “Keep Calm and drink beer”.

Dopo due vasche siamo un po’ stufi e annoiati. La chiesa è fresca e mi faccio un paio di brevi pisolini. La salita al campanile, invece, faticosa e deludente nel panorama che avrebbe dovuto giustificare i duecento gradini.

A metà di questo giro su quella che è stata definita la ciclabile più bella d’Europa faccio qualche riflessione. Abbiamo visto paesaggi splendidi, percorrendo piste ciclabili ben segnate e tenute, inseriti in una struttura organizzativa perfetta. Avessi rotto quest’anno il mozzo della ruota non avrei avuto difficoltà a trovare un ricambio e chi me lo riparasse. Ma dove sono i bimbi che ti danno il batti cinque, i vecchietti che ti salutano, gli ambulanti che ti offrono l’anguria lungo la strada? Sarà la ciclabile più bella d’Europa, ma è una bellezza da cartolina, appaga molto gli occhi ma poco il cuore. Gli incontri con le persone sono sempre mediate da situazioni commerciali: al bed and breakfast, al ristorante, all’ufficio informazioni. Mai che avvengano così, semplicemente perché ti fermi per strada e qualcuno dal balcone ti vede e ti invita a casa sua a bere il caffè.

L’anno scorso, in Romania, in paesaggio è stato per lo più quello di una pianura monotona e sconfinata coltivata quasi solo a girasoli. Ma il paesaggio umano! Indimenticabile, e ormai introvabile in questo nostro occidente pulito e disinfettato.

Bello il nostro giro, bello davvero, ma niente che si possa anche lontanamente avvicinare all’idea di un’esperienza o di un’avventura.

Il dopocena è, a suo modo, un’avventura. La festa a Villach esplode in uno sballo collettivo nazional-popolare e le strade rigurgitano letteralmente di persone che bevono birra e mangiano salsicce, polli arrosto e carni di tutti i tipi e tutte le forme. Qua e à si alternano gruppi musicali di musica popolare armati di trombe e tromboni. Girato l’angolo ci addentriamo nella sezione dei giovani, dove la musica non è più suonata dal vivo ma sparata a tutto volume dagli impianti stereo disseminati nella miriade di localini infilati lungo la strada.

Il grosso dei partecipanti è rigorosamente austriaco, bardato nel mix di vestiti fra il tradizionale e il moderno che dà l’impressione di un carnevale a metà. Fatichiamo a muoverci e dopo un po’ perdiamo il senso di vagare in questo casino allo stato brado che non ci dice nulla. Non siamo sagraioli e tanto meno austriaci, per cui quando si fa una certa ci sistemiamo nel nostro loculo da 103 Euro ad aspettare il nuovo giorno.



Tranquilla tappa tutta a bordo fiume. Si fiancheggia la Drava senza salite. Il fiume scorre lento e lattiginoso.

Facciamo un paio di soste snackino e arriviamo a Villach intorno alle 13:30. La facciata del nostro B&B è abbastanza premonitrice. Tutta dipinta con grandi disegni di fiori e animali. Sul portone la scritta dice "The meeting point". So che abbiamo pagato 103 euro, ma la palazzina non sembra valerli.

E non li vale, infatti. Stanza bunker. Bagno e doccia comuni a tutte le camere, pulizia che lascia a desiderare nonostante 15 dei 103 Euro siano richiesti per la pulizia della stanza. Pulizia che faranno dopo che ce ne saremo andati, mi dico, perché prima non sembrano averla fatta da un bel po'.

Festival in città. Migliaia di persone bevono birra, ascoltano musica folk, ballano, mangiano salsiccia e vestono migliaia di variazioni su un unico tema: il costume tradizionale. Gonnelloni con grembiulino, maniche a palloncino e decolté squadrato che lascia intravedere prosperosi seni per le donne, calzoncini corti con bretelle, cappello variamente dotato di piume, code di animale, patacchini d'ogni tipo e scarponcini con tipico calzettone di lana afflosciato alle caviglie per gli uomini.

Dopo le 20:00 la città è letteralmente presa d'assalto da bambini, giovani e anziani. Tutti accomunati dallo sfoggio della loro bella tenuta, dal sorriso di autentico piacere stampato sul viso e da un bicchiere/boccale di birra tra le mani. La folla è immensa ma, devo dire, ci si sente al sicuro. Le uniche grida che ogni tanto si alzano dal mucchio sono sottolineature entusiaste a qualche passaggio di una delle tante orchestrine che si esibiscono sui pachetti lungo la via principale del centro. A completare il quadro il sorriso smagliante di una poliziotta che si aggira affabile tra i tavoli e su richiesta degli avventori ne prova il tasso alcolico.

Insomma, l'impressione è di uno sballo collettivo, ma "responsabile". Una volta rientrati nel nostro bunker, della movida che ancora struscia giovane in questa lunga notte non resta traccia né rumore molesto. Se anche il ventilatore smettesse di cigolare come un matto, addormentarsi sarebbe questione di chiudere le palpebre. Il fatto è che lui se ne frega e cigola, cigola, cigola. E ride, perché sa che spegnerlo, in questa cella di 3x5 m senza finestra, non possiamo.

4 agosto, giorno 5 (Villach - Tarvisio, 37 km)



Animali cornuti (1/3) Animali cornuti (2/3) Animali cornuti (3/3) O sole mioooo...
Lungo la Pontebbana Dog's bar Verde su verde Appena posso, dormo
Senza titolo Scarpestringhe Larici ai Lussari Bai bai lussari





Diversamente italiano

Non mi ricordo quando il termine "politically correct" è entrato nel vocabolario collettivo, con tutto l’uso e l’abuso che ne è derivato in termini di comportamenti, atteggiamenti e relativi tabù. Sicuramente è un’importazione americana, terra dove l’ipocrisia della gentilezza e dei falsi sorrisi regna sovrana.

Pronunciare certe parole che, quando ero bambino, erano normali (e non sottintendevano alcuna intenzione offensiva o derisoria) oggi è un vero e proprio tabù. Io ne ho scritte qui alcune a mo’ di esempio ma le ho subito cancellate per paura di chissà quali conseguenze, del tutto imprevedibili nel caos della comunicazione globale. Oggi si utilizzano allocuzioni quali “diversamente abile”, “non vedente”, “non udente” al posto di termini che sono considerati alla stregua di bestemmie in chiesa, fino alla suprema ipocrisia del termine “effetti collaterali” per indicare il massacro di esseri umani effettuato durante bombardamenti “chirurgici” nel corso di operazioni militari condotte da “forze di pace”.

Molto, ma molto più nel piccolo l’ipocrisia del politically correct si è intrufolata nel mondo della bici, con l’invenzione della bicicletta “a pedalata assistita”. Qualcuno si ricorda il “Ciao”? E’ stato il sogno, spesso proibito, di tutti gli adolescenti di almeno un paio di generazioni, fra gli anni ’70 e ’80. L’incrocio fra il motorino e la bicicletta. L’idea non era nuova (come per la canzone Rimini, di De André) ma la Piaggio rese un mito quello che era stato un incrocio interessante attuato, per esempio, negli anni ’50 dalla Garelli con il Mosquito, un motorino a pedali dove dovevi abbassare a mano, e in corsa, il motore a scoppio con una leva perché facesse presa sulla ruota e si accendesse. Io l’ho provato una volta da ragazzino (senza che mio padre lo sapesse) con il risultato di fare un volo con triplo avvitamento nel momento fatidico in cui c’era da abbassare la leva del motore per farlo partire.

Bene, la bicicletta a pedalata assistita è essenzialmente un Ciao, dove il motore a scoppio è stato sostituito da un motore elettrico che viene azionato dalla rotazione dei pedali. Il mezzo pesa uno sproposito, 20-25 chili, e ti devi pure portare la batteria di scorta nello zaino, altri cinque chili. Voglio vedere a farla andare per ore senza l’ausilio del motore. Ci sono, ad essere precisi, delle versioni in cui il motore non è sensibile solo alla rotazione, ma anche allo sforzo che il ciclista imprime sui pedali e quindi, in qualche modo, la persona un po’ di contributo lo deve dare. Io ho provato quelle del primo tipo, a Milano. Lo sforzo della pedalata è nullo, devi solo muovere le gambe, alla velocità che preferisci, e il motore tira che è un piacere.

Pedalata assistita, quindi, mentre si tratta esattamente del contrario: pedalata assistente, cioè pedalata al posto della manetta dell’acceleratore. Lo sforzo è comparabile, ma se usi la bicicletta a pedalata assistita ti pare ancora di essere un ciclista, anche se nelle salite ci metti la stessa fatica che fare una vasca in centro alla domenica.

Da queste parti i motorini travestiti da biciclette spuntano come i funghi ad ottobre, cavalcati non da persone anziane o cardiopatiche, ma da marcantoni vestiti di tutto punto, con brachette hi-tech, caschetto aerodinamico e quadricipiti da palestrati. Sono schierate in prima fila nei negozi di bici e le vediamo sorpassarci non solo in salita, mentre scorrono sull’asfalto fischiettando a 12-15 km/h, ma pure in piano, sparate come palle di fucile (si fa per dire) a 30-40 km/h.

Una ci sorpassa proprio così appena fuori da Villach, su uno sterrato perfettamente pianeggiante in mezzo ai boschi, e il fastidio che provo fa scattare nel mio cervello tutta questa tiritera da ciclista spompato e frustrato. Me la ripeto a grandi linee anche quando usciamo dalla ciclabile nel bosco e iniziamo la salita verso Tarvisio lungo la statale. Il ripeterla a manetta mi aiuta a passare il tempo e placa la frustrazione, come fanno i borbottii degli anziani nei bar che vedono fuori un mondo che cambia e che non sono più in grado di capire. Ah che sollievo i predicozzi a manovella.

Sono gli ultimi scampoli di Austria che risaliamo senza eccessiva fatica, a parte quella che mi fa fare la mia solita catena che mi costringe a infilare le mani fra le cosce della mia bici ogni due per tre e che, conseguentemente, diventano “diversamente colorate” già a metà mattina.

Quando arriviamo al confine è quasi mezzogiorno e a me viene spontaneo cantare “O’ sole mio” a squarciagola proprio sotto il cartello “Italia”. E che devo dire. Per quanto mi piaccia sentirmi cosmopolita, per quanto non abbia mai amato il concetto di patria rispetto a quello di “tutto il mondo è casa mia”, la verità è che più passano gli anni e più mi piace sentirmi italiano. Mi pare di nutrire una sorta di affetto per questo mio assurdo paese. Anzi più è assurdo e sgangherato e più mi piace.

Per esempio, qui al confine ci sono gli edifici di polizia e dogana dei due paesi ormai chiusi da tempo. Ma quelli austriaci sono ben tenuti, coi gerani alla finestra, pittati di fresco, pronti a essere riaperti che non si sa mai, mentre quelli italiani sono cadenti, coi vetri rotti e i muri scrostati, che forse erano scrostati pure quando erano funzionanti. Per sbagliato che sia il mio sentimento, non posso negare di preferire i secondi ai primi. Ma forse è solo perché non mi tocca di lavorarci dentro, altrimenti credo che la penserei diversamente.

Gli ultimi chilometri, dalla frontiera a Tarvisio, sono una vera sorpresa. Imbocchiamo una stradina a saliscendi bella e divertente, ricavata dalla sede ferroviaria della mitica Pontebbana, una strada ferrata fra Udine e Tarvisio realizzata fra il 1874 e il 1879 da una collaborazione fra società austriache e italiane.

Il tratto fra Tarvisio e Carnia, il più ardito e panoramico, con ponti e gallerie in un paesaggio montano aspro e dolce al tempo stesso, è stato dismesso agli inizi del 2000, sostituito da una linea più moderna. Nel 2005 è stato recuperato come pista ciclabile, diventando quello che è, secondo me, il tratto più bello di tutta la ciclovia.

A spigolare qua e là capisco che si tratta di una ferrovia che trasuda storie, ma è difficile andare oltre quello che si trova su internet. Da Wikipedia imparo che nel 1944 tutti i treni carichi dei disperati diretti ai campi di sterminio in Germania passarono da qui, in quanto era l’unica linea che gli alleati non erano riusciti a bombardare. Scopro un libro che vorrei davvero leggere: La strada ferrata della Pontebba, di Anna Zanier, opera scaturita da una tesi di laurea della stessa autrice integrata con testi e immagini di Claudio Canton, Roberto Carollo e Domenico Pittino. Libro introvabile, però, tanto in libreria quanto su internet. Esaurito ovunque.

A Tarvisio arriviamo talmente presto che abbiamo tutto un pomeriggio da riempire. Lo facciamo andando a racimolare un po’ di fresco (relativamente parlando) al santuario dei Lussari, a 1700 metri. Ci andiamo con la funivia che parte da Camporosso, una cinquina di chilometri più a sud di Tarvisio. Arrivati in quota cerchiamo il posto adatto: un pezzo di prato sotto gli abeti dove ronfare in barba alla caldana, che anche qui non scherza.



Sarà salita. Speriamo bene. Comunque tappa chilometricamente breve: 36 km. La attacchiamo alle 9:00 con un certo timore perché più di uno ce l'ha presentata come una delle tappe dure del percorso. E anche perché, pendenze a parte, il caldo di questi giorni altera significativamente il nostro livello di performance.

Nonostante tutto, però, alle 10:30 ci troviamo ad essere già oltre la metà del percorso. dopo aver pedalato lungo la Drava per poco, aver seguito il torrente Gail lungo un falsopiano ombreggiato e dopo aver cominciato la salita verso il confine italo-austriaco in direzione Tarvisio.

La ciclabile fiancheggia in gran parte la strada carrabile, separata a tratti anche fisicamente. Sapere che le auto non ci devono evitare, psicologicamente aiuta a tenere il passo nonostante il caldo che comincia a farsi pesante. L'ultimo tratto della tappa è un saliscendi in mezzo ai boschi con salite brevi ma toste, per finire poi sulla ex-ferrovia che serpeggia liscia fino a Tarvisio.

Pranzo nel parchetto. Check-in all'albergo Trieste e poi, dato che sono solo le 13:30 e il caldo è africano anche qui, decidiamo di prendere la funivia che porta al santuario dei Lussari a quota 1700, dove decisamente si respira meglio.

Visitiamo il santuario, facciamo due passi nel borghetto fra shops di souvenir più o meno devozionali e bar-ristoranti in miniatura. Scattiamo qualche foto per poi impossessarci di una macchia d'ombra sul prato dove schiacciare un pisolino.

Non è la prima volta che saliamo qui. Qualche anno fa, al tempo del soggiorno triestino, ci eravamo venuti con Francesco e Sara (una delle sue ultime passeggiate in montagna con la famiglia). Così ricordiamo quella gita e io mi dico che, per quanto sia bella e certamente più rilassante e scanzonato, essere qui oggi noi due, soli e felici insieme, ancora più bello è stato esserci stati con loro ed averli avuti con noi tutti e due quel giorno.

5 agosto, giorno 6 (Tarvisio - Venzone, 63,7 km)



Bella, come una mattina Ma non hai paura? Sulla vecchia ferrovia ia ia o Bello sfondo Tagliamento Ponte
Paese che non ricordo Paesaggio Pisciottino Fuori dal tunnel Dogs welcome Natura viva
Nature vive Sempre il solito fiume Venzone prima Venzone durante Venzone dopo
Venzone oggi Venzone oggi Lavanda di Venzone Scorcio Altro scorcio Il duomo che non c'era piu' Il puzzle della speranza (1/3) Il puzzle della speranza (2/3)
Il puzzle della speranza (3/3)





I terremoti di una volta

Una tappa così non l’abbiamo fatta mai. Sessanta chilometri lungo la vecchia strada ferrata quasi letteralmente tutti in discesa, dando una pedalata qua e là giusto per mantenere la media di 20-25 km/h.

Corriamo veloci lungo la valle del Tagliamento, su punti ferroviari, dentro gallerie, sempre sulla massicciata del treno. I nostri binari sono le corsie ricavate da asfalto fresco che ha sostituito il ferro e le traversine di legno della vecchia ferrovia. Alcune stazioni sono abbandonate, ma altre le hanno recuperate come bar e punti ristoro.

Vorrei sforzarmi per trovare parole, frasi, periodi adatti a descrivere la bellezza di questo tratto, anche al di là della goduria della discesa, ma non mi vengono. E siccome sono pigro e non mi va di sforzarmi più di tanto sintetizzo tutta la pedalata con un consiglio: se doveste mai decidere di percorrere solo un tratto della ciclovia Alpe Adria non saltate in alcun modo questa tappa e, se potete, fatela in discesa, che non so se in salita è altrettanto bella.

Quando arriviamo a Venzone sono le 13:30 e per un attimo penso di essere in un borgo del Salento, piuttosto che in Friuli, date le temperature che sono al calor bianco.

Questo paesotto a me del tutto sconosciuto fino ad oggi l’hanno dichiarato il borgo più bello d’Italia. E si capisce: è tutto antico ma tenuto a specchio, come se ci facessero le polveri e passassero il panno umido ogni giorno fino dai tempi di Matusalemme. Le strade sono tutte lastricate a nuovo e le facciate antiche delle case del centro bianche e pulite come un abito da sposa.

Parcheggiamo le bici e ci addentriamo nella loggia del palazzo del comune, attirati per lo più dall’ombra. Troviamo dei cartelli con delle foto. Vanzone prima, Vanzone durante, Vanzone dopo. Prima, durante e dopo il terremoto. Quel terremoto. Il terremoto che è stato padre di tutti i terremoti d’Italia, almeno quelli del dopoguerra. Il primo terremoto di cui io abbia memoria.

Il primo scrollone la terra lo diede il 6 maggio 1976, il giorno prima del mio dodicesimo compleanno. Il colpo di grazia venne assestato alla traditora, parecchi mesi dopo (l’11 settembre, data strana ora che lo noto) quando la gente aveva appena iniziato a metabolizzare e ricostruire.

Vanzone prima. Le foto in bianco e nero, con quell’aria vintage che è più precisa di una data, ci rimandano un paese identico a quello che vediamo. Solo che nelle immagini le facciate non sono così lustre e il fondo stradale è ricoperto a cubetti di porfido.

Vanzone durante. Nel settembre 1976 l’abitato non c’è più. E non è un modo di dire. Non c’è più, a parte qualche sparuto edificio diroccato ma ancora in piedi, fra cui il comune. Il resto, solo macerie. Una gragnuola di bombe non avrebbe ottenuto lo stesso risultato.

Vanzone dopo. Ce l’abbiamo di fronte, oltre che nelle foto del manifesto. Identico a prima e più bello. Non riesco a credere che una cosa simile sia stata possibile, obnubilato dalle notizie, dagli scandali, dall’aria gravida di sfiducia che si respira ogni volta che si sente parlare dei nostri terremoti più recenti, da L’Aquila ad Amatrice. Qualche anno fa sono stato a L’Aquila e una sera ho passeggiato nel centro. Dopo quella passeggiata ho compreso il termine “città fantasma” ed è stata un’esperienza che mi ha stretto il cuore. Nel centro de L’Aquila non ci abita praticamente nessuno, e le case sono lì, ferite a morte, addossate le une alle altre stampellate da tubi Innocenti e travi di legno che non possono fare altro che arrugginire e marcire via via che passa il tempo.

Qui, oggi, mi dico che forse c’è speranza. Mi dico anche che qui il sisma è avvenuto quarant’anni fa, mentre da quello de L’Aquila ne sono passati solo dieci. Chissà com’era Venzone nel 1986? Dalle varie informazioni che reperisco non riesco a farmene un’idea.

La visita del Duomo è un’altra esperienza di quelle forti. Diroccato ma ancora in piedi a maggio è stato ridotto a zero a settembre ed oggi è ancora qui. Leggendo le note sulla ricostruzione impariamo che non è semplicemente stato ricostruito identico a prima, ma la gente ha recuperato dalle macerie tutto il recuperabile tranne la polvere, ed ogni sassetto è stato ricollocato, per quanto possibile, al suo posto originario, circondato da materiale nuovo. Ad osservare pareti e statue all’interno del Duomo si riesce a vedere che la chiesa, in realtà, è un enorme puzzle (Wikipedia mi ha appena suggerito che questa tecnica si chiama anastilosi).

Entrati nel Duomo la parete a sinistra ci appare completamente ricoperta di quello che rimane di un gigantesco affresco del quale non sono riuscito a risalire al titolo o a un’immagine prima del terremoto. E’ un altro puzzle, ma in questo caso è rimasto solo qualcosa come il 10% dei pezzi distribuiti in ordine sparso, così che risulta impossibile farsi un’idea dell’immagine di insieme. E’ una vista che se da un lato sottolinea l’enorme perdita causata dal sisma dall’altro sottolinea la tenacia e l’amore della gente friulana per la loro terra e la loro cultura. Mi trovo a pensare che se di tutto l’affresco fosse rimasto solo un pezzetto, questo sarebbe stato messo là, al suo posto, incorniciato da intonaco bianco.

Al museo del terremoto cerchiamo di capire qualcosa di più di questi fatti e di questa gente. In estrema sintesi l’idea che me ne sono fatto ruota attorno a tre centri di gravità. I friulani, gente orgogliosa e dotata di un forte senso di identità che è stato rafforzato, se non addirittura riscoperto, proprio grazie alla tragedia collettiva. I politici, o, meglio, alcuni politici, che al tempo hanno fatto il loro mestiere come oggi non si riesce neppure a immaginare, lavorando instancabilmente perché non solo si ottenessero soldi ma si accettasse come fondamentale il concetto che le città dovevano tornare come prima. I tempi, qualsiasi cosa questo termine generico e fumoso voglia dire. Forse quelli erano davvero altri tempi e non mi è chiaro se lo stesso sisma nello stesso luogo avrebbe potuto essere affrontato oggi come fu possibile allora.

Il nostro ultimo giro prima di cena lo facciamo alla cripta, dove sono conservate ed esposte in cinque bare-frigorifero trasparenti altrettante persone mummificate. Si tratta di un sottoinsieme delle famose mummie di Venzone, che sono state ritrovate nella zona della chiesa nel corso dei secoli a partire dal XVII. La ragione della mummificazione è ancora poco chiara, ma l’ipotesi che va per la maggiore è la presenza di un fungo che si beve l’acqua come se fosse acqua e incartapecorisce i defunti in un men che non si dica.

Ma tutto sommato le mummie (che ci avevano attirato come la principale attrazione del luogo) non ci dicono un granché, per cui le lasciamo, dopo due-tre minuti, nel loro silenzio.



Discesa lungo la ferrovia Pontebbana.

Si va che è un piacere lungo i paesaggi forse più belli di questo giro. Ampi pianori di verde brillante fra montagne coperte di abeti. Poi cominciamo a infilare le gallerie una dopo l'altra. Fresco ristoro nella giornata che si fa sempre più calda. Fuori dai tunnel la ferrovia scorre alta sopra le moderne vie di comunicazione e se la pedalata è facile e silenziosa su questo nastro di raso nero dentro e fuori le montagne, non ugualmente silenzioni sono i tratti che fiancheggiano o intersecano autostrada e statali ad alto scorrimento.

I 60 km in effetti volano, ma a Venzione arriviamo comunque provati, intorno all'una. Ci accoglie l'ampia piazza del palazzo del municipio, lastricata di pietra scura, sulla quale si affacciano alcuni bar, una gelateria, un ristorante. Proprio di fronte al palazzo comunqle una fontana zampillante invita il ciclista a rinfrescarsi dalla calura. Subito rivoli di fresco piacere scorrono sulle nostre teste, all'ingiù sotto il getto ristoratore.

E poi si comincia la scoperta di questo luogo e della sua gente legati indissolubilmente da secoli di storia. Un legame che una tragedia immane, il terremoto del maggio-settembre '76 non ha spezzato, ma piuttosto rinsaldato e celebrato nella risposta corale e coraggiosa durante l'emergenza e degli anni della ricostruzione del borgo, voluta il più possibile fedele all'originale. Alcune fotografie esemplificano bene quale sia stato l'intento e quanto eccezionale il risultato.

La visita al duomo è ancora più toccante. In buona parte distrutto dal sisma, è stato ricostruito pietra su pietra, recuperando e riposizionando i materiali crollati in modo non solo da riavere un duomo come prima, bensì "il duomo" di prima. I muri crollati sono stati ricomposti cercando di ridare ad ogni pietra la posizione che era sua dal lontano 1300. Lo stesso dicasi per le opere d'arte che si trovavano all'interno della chiesa: statue, affreschi, altari, colonne, andati in frantumi, persi fra un'infinità di altri frantumi, separati catalogati e ricomposti come in un puzzle di migliaia di tessere.

Se ne ricava il senso dell'amore profondo di una comunità per ciò che più le appartiene: il tempo, fatto di anni che si contano a decine, a centinaia, a decine di centinaia, fatto di generazioni di uomini e donne e delle tracce che del loro passaggio queste vite hanno lasciato sulla terra che hanno abitato. Queste tracce, dalle più umili alle più alte, artisticamente parlando, sono ciò che fa della comunità di oggi e di ogni singolo individuo in essa, ciò che è, ciò in cui si riconosce e identifica.

Cosa avrebbe significato per questa gente acconsentire che tutto fosse cancellato dal terremoto come da una gigantensca gomma? La ricostruzione qui è stata come il lavoro certosino del chirurgo che con decine di interventi ricompone i lineamenti di un volto deturpato da una bruciatura, ne ricostruisce i tratti cercandi di ricomporne financo le rughe perché non vada persa la traccia che le gioie e i dolori avevano depositato su quel corpo amato.

6 agosto, giorno 7 (Venzone - Udine, 56,3 km)



Orchidee friulane Pianura poco in fiore Paese dove non andiamo Foto così Foto cosà



L'ultima cena

Ultimamente ho ricominciato ad ascoltare Paolo Conte. I suoi testi, enigmatici in apparenza, sono in realtà fotografie e tele impressioniste di attimi di vita comune che vengono fissati nella loro bellezza e magia invece che infilati nel tritacarne del tempo come facciamo istante per istante tutta la nostra vita. Non stupisce che sia anche un pittore. Anzi mi viene da dire che in fondo sia solo un pittore, che dipinge un giorno con i colori e l’altro con le note.

Una delle canzoni che preferisco (e che stranamente non ascolto più da anni) è L’ultima donna. Parla della morte attraverso l’immagine, piena di poesia e malinconia, dell’ultimo rapporto amoroso con una donna vissuto senza sapere che non ce ne saranno mai più.

Quante saranno le volte che moriamo nel corso di una vita facendo per l’ultima volta cose che non faremo mai più? Dovremmo fotografarle, mannaggia, registrarle, e invece le buttiamo via senza sapere cosa stiamo facendo. Quando sarà stata l’ultima volta che Franci ha fatto le sue file interminabili di macchinine? Le disponeva ordinatamente una dietro l’altra a serpentone sul bordo dei tavoli, oppure in bagno o per terra. Gli davano, che so, un senso di pace che non ho mai capito. Una volta, appena svegliato, mi ha detto: “Ho fatto un sogno bellissimo, eravamo in macchina in una fila lunghissima”. E pensare che Stefano Benni ha costruito su quest’immagine l’ambientazione dell’inferno nel suo romanzo Elianto.

Quasi per miracolo mi ricordo l’ultima volta che Sara si è messa a giocare sparandosi una storia, come fanno i bambini. Aveva 13-14 anni, eravamo a sciare a Bardonecchia e durante la pausa panino l’ho vista allontanarsi e andare in un mucchio di neve, dove ci si è rotolata per almeno mezz’ora. Quando è tornata mi ha detto: “C’era Svanz”, il suo cane immaginario, con il quale non giocava più da un sacco di tempo. Era tornato per dirle addio.

Delle mie storie ricordo quelle che mi proiettavo nel cervello mentre correvo con la bici da cross sulle sterrate attorno a casa mia, infilando le buche a tutta velocità per uscirne saltando, magari 5-10 cm, che mi sembrava di volare con intorno un intero stadio di gente esultante. Da quattordicenne, stretto dal divieto paterno di andare in motorino, mi immaginavo di essere l’eroe dei ragazzetti correndo qua e là in Sulky, che di ruote ne aveva tre e pertanto era permesso almeno sognarlo. Poco male se in realtà erano delle scatoline di latta che facevano sì e no 10 all’ora mentre un buon Ciao truccato poteva arrivare a 60-70.

Tutta questa sparata introduttiva la penso a grandi linee poco dopo Venzone, con la montagna che si adagia in pianura lungo il Tagliamento. Un ragazzino in mountain bike ci ha appena superato, poi rallenta lasciandoci avvicinare per scattare in avanti come un felino a velocipede non appena gli fiatiamo sul collo. Va a zig-zag, poi infila il prato sulla destra centrando con micrometrica precisione tutte le asperità del terreno, ritorna in strada, rallenta, accelera. Si ferma un po’ più avanti e riparte. Dieci, quindici minuti e poi lo perdiamo a un incrocio. Noi dritti e lui a destra, o sinistra, non mi ricordo.

Chi era lui? Chi eravamo noi? Come sarà continuata la storia? Perché a quell’età le storie non finiscono mai, sono solo puntate di una soap opera infinita che a un certo punto rimane sospesa. Via. Finita. L’ultima puntata di una storia incompiuta e siamo morti e rinati in qualcos’altro.

Si va tranquilli, a parte il caldo e l’afa implacabili che sono la vera costante di questi giorni. La magia della tappa di ieri è finita e il percorso è una ciclabile inframmezzata da strade a basso traffico come ce ne sono tante, in un paesaggio come ce ne sono tanti.

Poco dopo aver lasciato la valle del Tagliamento ci lasciamo tentare dal rosone frontale del Duomo di Buja e deviamo dalla strada in leggera in discesa per incocciare un salitone che ci porta in centro al paese al prezzo di due litri di sudore a testa. Franiamo davanti alla chiesa. Dentro sentiamo la messa e realizziamo che oggi è domenica, il settimo giorno, sia per il Padreterno che per noi. Solo che lui aveva finito il suo lavoro e si era messo a leggere un giornalino, mentre noi abbiamo ancora un giorno davanti perché, nel frattempo, abbiamo deciso di arrivare in fondo, a Grado, al mare, per fermarci solo quando l’acqua salata ci arriverà alla gola.

A distanza di due settimane della chiesa mi ricordo solo il gradino dove mi sono seduto, l’acqua che ho bevuto e le barrette che mi sono mangiato, per cui concludo che la visita non valesse poi la deviazione, ma si sa, non sono un buon esempio da seguire in queste cose.

Dopo Buja incominciamo di nuovo a salire e scendere in un ambiente più collinare, più faticoso ma anche più divertente. Le strade piatte, dritte e infinite devo dire che mi garbano sempre meno. Saranno una decina di chilometri che percorriamo così, in collina fra vigneti di vino friulano. A Carvacco, prima di una curva, un bambino ha allestito un banchetto ristoro per i ciclisti. Sul tavolino una singola bottiglietta di tè alla pesca in pieno sole aspetta di essere venduta per rinfrescare il palato dell’assetato passante. Mi verrebbe anche voglia di fermarmi, ma l’inerzia mi trascina via, e con me se ne va anche l’opportunità di toccare una piccola storia. Che pirla, mi dico ora.

Gli ultimi 15 chilometri ci fanno prima scendere dalla collina e poi ci instradano di nuovo in pianura verso Udine, via Tavagnacco. La fame morde di nuovo, ma stavolta non ho voglia di fermarmi ancora e tiro dritto quasi con cattiveria, con il risultato che la periferia di Udine (che è grande più o meno come Novara) mi pare infinita e piena di insidie, di quelle che mi fanno perdere la pazienza ad ogni curva o incrocio.

A 50 metri dall’albergo, in pieno centro, cedo. Mi arrendo. Devo magiare. Mi fermo e faccio quello che avrei dovuto fare già mezz’ora fa. Quando entriamo il cielo è nero e catarroso. Un’altra volta al pelo, pensiamo, ma il temporale ci risparmia il pomeriggio per il giro turistico di rito prima di quella che sarà, in un qualche senso, l’ultima cena.



Inizio lungo il Tagliamento dopo una chiacchierata a colazione con Jasmina che ci trattiene quasi un'ora parlandoci dei suoi denti. Dice in Italia le hanno rovinato la bocca per un occhio della testa. Invece in Serbia, suo paese natale, a Belgrado, che non è proprio da dove viene lei, per molto meno hanno recuperato i danni. Così lei ha cominciato a portarci tutti i suoi colleghi nel fine settimana.

Lavora per una mensa aziendale ma ha anche avuto un locale suo. Adesso prova con il B&B, ma le tasse in Italia non permettono di avviare un'attività.

7 agosto, giorno 8 (Udine - Grado, 62,7 km)



Udine, piazza Matteotti Vedi sopra Girasoli Campagna friulana La città che non può esistere
Attorno alle mura Come il campo dei miracoli Vedi sopra Improvvisamente, il mare Ci siamo quasi È fatta
E ci siamo anche noi Foto di rito Foto di rito In centro a Grado In centro a Grado The end



Improvvisamente, il mare

Oggi è il prologo dell’epilogo. Questa tappa recuperata dal cestino all’ultimo minuto la iniziamo non dico per dovere, ma senza troppe aspettative, a parte quella dell’arrivo al mare.

Rifletto che gli ultimi tre anni abbiamo sempre finito i nostri giri in bici in riva a un qualche tipo mare.

Due anni fa sull’oceano Atlantico, battuto da un vento contro che ci ha fiaccati per un giorno intero ma non vinti. Siamo giunti all’estuario della Loira e parcheggiato le bici sulla spiaggia quasi al tramonto, per riempirci gli occhi dei sogni che sono l’incanto delle grandi distese d’acqua. Quella volta però, prima di mettere il lucchetto finale alle bici, ci eravamo dovuti sparare un cavalcavia quasi autostradale di 3 km sull’estuario con un vento al traverso che ci faceva prendere dei balordoni da cardiopalma ogni due per tre.

L’anno scorso è stata la volta del Mar Nero, con tutta la sua carica esotica del luogo lontano, alle porte dell’oriente, e la disarmante realtà della spiaggia sovraffollata in stile romagnolo.

Quest’anno è l’Adriatico nostrano, per cui niente aspettative o sogni. Ma il pensiero di arrivare alla grande acqua con le nostre gambe essendo partiti al di là delle Alpi ci dà comunque una bella sensazione. Per questo abbiamo deciso di arrivare fino in fondo e di giocarci anche questi ultimi sessanta chilometri che ci attendiamo piatti e un po’ noiosi come la Val Padana.

Forse il senso di crearsi delle aspettative sul futuro sta proprio nella sorpresa di vederle andare in fumo, sgretolate dalla forza implacabile delle cose come sono. E la realtà, oggi, è che la pianura friulana è molto più varia e interessante di quella Padana. Ora non saprei nemmeno dire perché, ma è così. Forse perché le strade sono meno dritte, forse perché le coltivazioni sono più varie, forse semplicemente perché non è casa nostra e la campagna del vicino ha sempre i colori più belli.

Sia quel che sia ci gustiamo appieno, senza fretta, gli ultimi chilometri che arrotoliamo attorno alle gomme delle nostre bici.

A metà percorso ci fermiamo a Palmanova. Solo pochi giorni fa mi sono reso conto di cosa sia veramente questa città cercandola su Google maps: è una città che non può esistere, però c’è. Ci ricorda un po’ i famosi “Cerchi nel grano” di un po’ di anni fa, con tutte le storie più o meno fantascientifiche che ne sono scaturite.

La sua geometria a stella è bella e semplice se pensata su un foglio di carta, disegnata con matita e righello, ma diventa un enigma se la immaginiamo realizzata da mani e braccia con i mezzi del sedicesimo secolo. Da dentro non la vedi, non la capisci, è una cittadina come tante altre, con edifici neppure particolarmente belli e un vago sentore di regolarità geometrica che si esprime nella sua piazza esagonale e nel suo essere praticamente uguale a sé stessa in qualunque punto equidistante dal centro città.

Ma è dall’alto che la città si mostra per quel che è: l’espressione del pensiero geometrico umano in calce e pietre. In passati più remoti ci sono state le piramidi è vero, ma almeno quelle, una volta finite, si riusciva a vederle nella loro interezza, si capiva se erano venute bene o se i conti erano andati a pallino. A Palmanova invece no. I veneziani di fine ‘500 mica li avevano gli elicotteri o i satelliti per vedere se la città era venuta bene o male.

Arrivati in piazza, gremita per il mercato, parcheggiamo e subito facciamo il nostro primo e unico vero incontro di questa vacanza: Gino. Avrà settant’anni e ha una bici vissuta con un paio di borse che avranno almeno vent’anni e un adesivo di capo nord. Abita a Palmanova e a capo nord ci è andato e tornato vent’anni fa. Ottomila e passa chilometri in due mesi, quando l’anno scorso noi ce ne abbiamo messo uno abbondante per farne 1500. Fate voi le dovute proporzioni.

Gli brillano gli occhi a raccontarci quell’avventura e lascia trapelare un po’ di malinconia perché, apparentemente, sente che altre avventure simili non le farà più. Chissà perché, mi domando, avrà anche settant’anni, ma il fisico mi pare molto meglio messo del mio che ne ho venti di meno. Proviamo ad invitarlo a prendere un caffè per raccontare un po’ delle nostre imprese, ma un aperitivo con il fratello ha la meglio e ci lasciamo così, senza neppure scambiarci il cognome.

Prima di lasciare Palmanova la circumnavighiamo lungo la sterrata che costeggia le mura. Perché le mura ci sono ancora e fanno il loro bravo dovere di confine. Dentro le mura strade, passeggio, negozi, semafori. Fuori dalle mura solo campagna. Credo che sia l’unica città che abbia mai visto a non avere una periferia.

Dopo Palmanova la strada da fare si conta in chilometri e la campagna incomincia a mostrare i segni delle incursioni del mare in una venatura di canali che innervano la terra per rubarle sempre più spazio. Le prime imbarcazioni ormeggiate a bordo canale ci informano che ormai ci siamo.

L’ultima sosta prima dello strappo finale è ad Aquileia, nostra vecchia conoscenza degli anni passati a Trieste, quando venimmo qui per ben due volte ad ascoltare la PFM e Noa. Il Duomo di Aquileia è un vero e proprio diamante conficcato nel verde smeraldo della campagna friulana. Mi ricorda un po’, chissà perché, il campo dei miracoli a Pisa. Visitiamo il duomo e, soprattutto, gli scavi archeologici che stanno portando a galla altri tempi e altre vite, strato dopo strato. Chissà cosa si troverebbe, penso, se iniziassimo a scavare in un punto qualunque preso a caso dell’Italia? Quali passati? Quali storie?

Stiamo fermi un’oretta e poi via, nuovamente in strada. Un rettilineo lungo un canale, qualche incrocio, un centro abitato, un altro rettilineo e, dietro una curva, improvvisamente il mare. O, meglio, la laguna. Gli ultimi sei chilometri sono un po’ come arrivare a Venezia, dritti come un fuso con l’acqua a sinistra e a destra e i campanili di Grado di fronte. Al di là il mare vero, quello che quando lo prendi puoi navigarti tutto il mondo senza mai più toccare terra. Poco prima di entrare a Grado un cartello ci informa che abbiamo appena completato la Ciclovia Alpe Adria e ce ne ricorda le tappe. Ancora due minuti ed è finita. Nel mare con le bici non ci entriamo. Un po’ perché l’ho scritto così, tanto per scrivere, un po’ perché l’acqua di mare non credo che faccia molto bene agli ingranaggi del mio cambio malandato e un po’ perché la spiaggia è gremita e il mare da queste parti è da tempo che si è dimenticato il colore blu.

Ora che non ho più nulla da raccontare come lo finisco questo diario? (A parte l’epilogo, ma quello conta poco) Si dice che nelle storie sia importante come le si incominciano e si finiscono, ma oggi un finale di questa storia non ce l’ho.

Allora torno a Korgas. Il funzionario ci ha lasciato passare e ora le risaie ci abbracciano a perdita d’occhio. Mancano 3900 km a Pechino.

8 agosto, giorno 9 (Epilogo)




Quello che non ti aspetti

Lo sapevo. Avrei dovuto metterla in un parcheggio, e invece non l’ho fatto. E me l’hanno fregata.

Ho preso il treno a Udine alle 23, un Euronight pieno come un uovo. Ho fatto cinque ore di viaggio cercando di dormire fra i cinque compagni di scompartimento russanti e scorreggianti da una parte e il ringhio dell’aria condizionata dall’altra che mi ha segato un timpano, provocato un inizio di sinusite e risvegliato la sciatica alla gamba sinistra.

Sono sceso a Salisburgo alle 4 con gli occhi gonfi di sonno e la lingua cartonata che sapeva di polvere e di treno. Sono uscito, ovviamente dalla parte sbagliata della stazione in un vento freddo e teso, per il quale non mi sono preparato, essendo psicologicamente fermo al caldo torrido dell’ultima settimana.

Lungo la strada mi sono fermato allo shop di un benzinaio aperto per fare rifornimento di patatine e Coca Cola, per non crollare nelle quattro-cinque ore di viaggio che mi aspettano per tornare a Grado a recuperare moglie e bici.

Ora sono qui: ho appena girato l’angolo e lei, la Serenella, non c’è. Ora mi toccherà cercare i Carabinieri, o la Polizia, o quello che c’è da queste parti per denunciare il furto e fare la figura dell’unico sfigato, per giunta italiano, che si è fatto rubare l’auto negli ultimi 10 anni da queste parti. Un’auto pure vecchia di 14 anni e con 250000 km. Che, però, andava benissimo ed era l’unica auto che avevamo in famiglia.

Stronzi. Stronzi loro e pirla io.

Ma aspetta un attimo…. l’incrocio non era questo, ma quello più avanti. Guardo meglio. E’ ancora notte, non vedo bene ma riconosco il tetto alto da furgoncino che svetta sulle utilitarie e berline che le sono parcheggiate attorno. Sembra proprio lei, anzi è lei.

Mi pregusto già il viaggio di ritorno fra patatine, coca e rock-’n-roll quando vedo, sul vetro, svolazzare qualcosa. Tipo una bustina di plastica. Pubblicità? Più di una, ora che vedo meglio il vetro da vicino. Ne conto per l’esattezza sei, ora che sono davanti al vetro, sollevo il tergicristallo e le prendo in mano.

Mi hanno rifilato la multa. E non una, ma sei. Una per ogni giorno che Dio ha mandato in terra, tranne il sabato e la domenica, che se si è riposato il padreterno non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto i vigili di Salisburgo. E per evitare anche che la più lieve pioggerella potesse anche solo sgualcire le sacre multe hanno accuratamente avvolto ogni foglietto nella sua brava bustina impermeabile ma trasparente, così che l’onta non potesse essere risparmiata all’automobilista cafone italiano che parcheggia un’intera settimana in divieto di sosta.

Però cartelli non ce ne sono, e mi ricordo che abbiamo guardato. Controllo ancora ma niente. Non ce n’è. Fra l’altro qui è pieno di macchine parcheggiate come, del resto, quando siamo partiti. Ma l’unico stronzo ad avere la multa, anzi le multe, sono io. Per un totale di centocinquanta euro, che mi ci sarei pagato un caveau di una banca e mi sarei risparmiato il patema d’animo di prima. Scoprirò dopo qualche giorno che i cartelli a Salisburgo non servono. Uno lo deve sapere già che in centro vige il disco orario. Se non lo sai affari tuoi e tanto meglio per il comune.

Ma a tutto c’è un limite. Anni fa ho preso una multa in Corsica e ho fatto il triplo salto mortale per mandare i soldi della contravvenzione in Francia pagando più di vaglia internazionale che la multa stessa. Per tutta risposta dopo qualche mese mi sono tornati indietro i soldi con una lettera in cui mi si chiedeva che cavolo avevo mandato dei soldi a fare e che non mi facessi più sentire che avevano altro da fare.

E allora stavolta non pago. Se vogliono i soldi che mi cerchino, mi scovino, mi minaccino. E nel caso ne riparleremo.