Piccola introduzione
La ciclabile del Danubio è un percorso che permette di pedalare lungo il secondo fiume d'Europa dalla sua sorgente, a Donaueschingen, fino alla foce sul Mar Nero. Quello che segue è il racconto, più o meno romanzato, di 13 giorni passati pedalando sul Danubio tedesco, dalla sorgente fino al confine con l'Austria, a Passau. In totale circa 600 km di percorso non particolarmente impegnativo, ma neppure sempre pianeggiante.Chi volesse cimentarsi in questo percorso troverà abbondanti informazioni in rete. Indispensabili sono le quattro guide della Esterbauer (www.esterbauer.com) che sono disponibili anche in inglese ed acquistabili pure su Amazon.
Il tragitto raccontato in questo diario comprende il tratto descritto dalla prima delle quattro guide. Buona lettura.
17-18 agosto
La strada più breve potrebbe essere la più lunga. È questa la morale che ho tratto dal viaggio di ieri. E sì che il navigatore mi aveva insistentemente proposto anche altre alternative, ma tutte più lunghe. Almeno sulla carta.Novara-Donaueschinghen. Poco più di 400 km dritti come un fuso attraverso la Svizzera, per passare in Germania poco dopo Zurigo ed approdare alla cittadina dal nome impronunciabile che può vantare le sorgenti nientemeno che del Danubio, fiume leggendario che attraversa un bel mazzo di stati dell'Europa centro-orientale per tuffarsi nel Mar Nero dopo una galoppata di quasi 3000 km.
Noi (i soliti tre) il Danubio abbiamo deciso di pedalarcelo, e quest'anno iniziamo con il primo tocco, la parte tedesca, che scorre per sei centinaia di km da Donaueschingen a Passau, al confine con l'Austria.
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| L'intrepido e il sognatore |
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La luce dei miei occhi |
Che senso abbia un tunnel a doppio senso in mezzo all'arteria principale Svizzera, dove passano tutti, ma proprio tutti in qualunque giorno dell'anno (e figuriamoci sabato 17 agosto) non mi è ancora chiaro. Capirei in Italia, dove tutti siamo disastrati e inefficienti per definizione, ma in Svizzera, che diamine! E invece eccoci qui intoppati in un traffico stitico dove ci mettiamo tre ore per fare gli 8 km prima del tunnel, dove l'autostrada improvvisamente sparisce. Chi ha visto la scena dell'autostrada in Benvenuti al sud ha un'idea della situazione.
Per farla breve arriviamo in Germania dopo otto ore, esattamente il doppio del previsto, il sottoscritto un po' provato psicologicamente con i nervi ormai in frantumi. Un ultimo scampolo di Italia ce lo regala il ristorante del camping, italiano per davvero. Cuoco sardo, camerieri milanese e romana, ci prendono tutti in simpatia (grazie al Ciccio che non conosce il significato della parola vergogna) e cominciano a regalarci portate, gelati, grappe. Il cuoco, Maurizio, prende Franci e se lo porta in cucina dove entrambi spariscono per un bel pezzo per tornare con un gelato affogato in mezzo chilo di panna che Franci riesce a mangiare dopo essersi ingollato l'impossibile.
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| Ma quanto riesce a mangiare? |
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| Cuoco e cliente, ubriachi persi |
La notte è la solita graticola da campeggio: fianco destro, fianco sinistro, schiena, e così via, per distribuire i lividi un po' dappertutto. E pensare che solo 20 anni fa ho dormito su uno sterrato buttato per terra senza stuoino sparandomi una ronfata da Dio
.....
La mattina zompiamo vispi alle 6:30 e, con grande celerità, si parte a gran carriera all'alba delle 9:40. Tre ore e dieci per smontare baracca e burattini, caricare le bici con le borse e guadagnare il bar per la colazione con un'interminabile serie di stop-n-go (dove sono le chiavi? Aspetta che vado un attimo in macchina. Osti il cappello, aspetta che torno. Pronti? Ok. No aspetta. Dai che si va. Mamma non riesco a pedalare! Ma non dire fesserie. Ma che cacchio ha la bici di Franci? è in pianura e ansima come un mantice. Smonta il portapacchi che frena la ruota. Che palle, andiamo! Ma non vedi che non ce la fa? Il sellino è troppo alto. Alzami il manubrio. Non riesco. Uffa! Andiamo? Andiamo.)
I grassi e le calorie di tre brioscioni ci danno lo spunto giusto e partiamo per davvero. La strada segue grosso modo il corso del Danubio, che da queste parti è ancora un torrente sfigatello che l'Agogna, se lo vedesse, sfodererebbe il pernacchiometro a trentasei canne per sbeffeggiarlo. Ciclisti ce n'è parecchi, conciati come noi (con un misto di tecnologico, artigianale fantozziano e aria da spiaggiati) praticamente nessuno.
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| Indispensabili calorie |
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| Spiaggiati sul Danubio appena nato |
Dopo poco ingaggiamo un inseguimento con una ciclista iper-atletica e dopo qualche km ne scopriamo la comune origine italiota. Anna, trentina, che fa il nostro percorso ma nella metà del tempo e che l'anno prossimo medita di fare il cammino di Santiago in bici. Per ovviare ai casini di trasportare la bici in treno, sta valutando l'opzione di partire in bici direttamente da casa. Noi osiamo accennare al nostro sogno proibito (Franci non ce la può fare a non spifferarlo ogni volta che se ne presenta l'occasione) e io mi sento un pazzo scatenato a pensare anche solo ad una cosa simile conciati nella maniera in cui siamo. Anna invece ci incoraggia. è un incontro breve ma denso, bello, che promette fioriture. Vedremo.
A Tuttlingen siamo gasatissimi. Sarebbe stata la meta della prima tappa ed è solo l'una. Decidiamo di forzare e allungare, non proprio raddoppiare ma quasi.
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| Tuttlingen: Africa tedesca |
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| Si viaggia leggeri |
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| Primo piano in valle |
A Beuron, a 8 km dal campeggio non ce n'è più per nessuno e facciamo stop. Qui niente campeggi, ma troviamo una Guest House che è tutto un programma e di cui parlerò domani, dopo che avrò pagato la nottata. Come primo tiro 62 km, tutto sommato niente male. Anna ci manda un sms da Sigmarigen, a 40 km da qui. Sì, forse uno zic di resistenza in più dobbiamo ancora tornircelo nei polpacci e, soprattutto, nel cervello.
19-20 agosto
Voglia zero, obbligo tanto. È questa la massima sintesi fatta dal Ciccio sul mio stato d'animo nello scrivere il diario, all'1:15 di questo 20 agosto iniziato male e che sta continuando peggio. Basti dire che stiamo aspettando l'apertura di un ciclista, prevista, salvo vacanze, per le 14, per rendere un'idea di massima della situazione.Ma lasciamo al 20 agosto le sue pene e torniamo al 19 a Beuron quando, dopo colazione, paghiamo il bed and breakfast e aspettiamo un po' a partire perché, intanto, diluvia. Il posto dove abbiamo dormito si è presentato particolare fin dall'inizio. In un paese dove tutte le pensioni e guest houses rispondevano con un Sorry we are full (naturalmente in tedesco, perché l'inglese da queste parti è una rarità) troviamo questa specie di palazzo dove non solo c'è posto, ma non c'è assolutamente nessuno, a parte una coppia di ciclisti arrivati in contemporanea con noi.
L'interno ha l'aspetto di un magazzino. Tutto dappertutto. Fili elettrici volanti, camicie appese ovunque, camere ancora sfatte e assettate al volo in nostra presenza. Una sola persona (tra l'altro gentilissima) gestisce tutta la baracca, anzi il baraccone, visto che è un palazzo di tre piani e un fottio di stanze. Mi sovviene che anche il conte Dracula era da solo in un castello e si presentava gentilissimo e ospitale, ma evito di comunicare il pensiero e mi addormento in compagnia di un ragno di tre etti che fa l'altalena sopra il letto (di Franci, se no mica mi addormentavo).
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| Beuron: monastero benedettino – roba del secolo scorso |
Chiacchieriamo per un'oretta mentre Franci se la spassa con i giochetti vari sparsi per lo stanzone. Prima di partire Adolf/Arnolf/Armando ci fa omaggio di un depliantino della sua fondazione di filosofi per tenermi aggiornato delle loro iniziative culturali.
Finalmente ha smesso di piovere e sul tardino partiamo per Sigmaringen con l'intenzione di andare anche un po' oltre. Il percorso è sempre vario, bello, su e giù, con il Danubio che continua a sguazzare nella sua forra personale abbracciato da boschi, dirupi e castelli che guardano giù. Fino a Sigmaringen, dove improvvisamente il paesaggio si apre e la pianura reclama il suo diritto a dire la sua.
Noi ci arriviamo verso l'una, insieme al temporale che, dopo aver fatto una colazione evidentemente pessima, ritorna incazzoso a sbuffare come un mantice e innaffiarci di starnuti. Visto il tempo non proprio amichevole decidiamo di far basta, con l'intenzione di darci dentro l'indomani per mettere a frutto il vantaggio guadagnato e ricavare il margine necessario per poter arrivare a Passau entro il 29, deadline che dobbiamo rispettare per poter tornare in Italia in tempo per l'inizio del lavoro di Meri.
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| Sigmaringen – Il castello |
20 agosto
Sveglia. Ore 6:30. Dormito male. Molto male. Fuori è freddo e umido. Sistemo la bici di Franci che ha il cambio anteriore che non funziona e lo fa smadonnare a ogni salita. Meri smonta la tenda e carica le borse. Due ore, due ore e mezza, il nostro tempo standard, poi la colazione. Calorica. Con calma, molta calma. Spesa al supermercato. Sono le 10 passate e siamo ancora fermi. Forse partiamo....Partiamo. Sbagliato strada, fermi. Partiamo, usciamo da Sigmaringen. Freddo, mettere felpina, fermi. Partiamo. Caldo, togliere felpina, fermi. Partiamo. Papà ho sete, fermi. Partiamo. Guarda, le cicogne nel prato! Fermi. Partiamo.... no mettere crema solare, sempre fermi.
Oggi doveva essere la giornata del tappone, ci siamo svegliati ad un'ora assurda e mezzogiorno avremo fatto, se va bene, cinque km. Cerco di contenere il mio stress, ma qui andiamo avanti a freno a mano non tirato, ma inchiodato. Ma evidentemente il Padreterno oggi non sta dalla mia parte e, quando pare che si stia viaggiando, sono io a fermarmi perché i pedali sono sempre più duri e temo si stiano per grippare del tutto. Ci fermiamo a Mengen, dove ci sono ben due ciclisti, entrambi chiusi per pranzo. Fermi. Ad aspettare le 14 e scrivere questo pezzo di diario, con poca voglia e tanto obbligo.
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Mmhh... No good, no good. Questo è il commento del ciclista quando vede la mia bici con i pedali praticamene bloccati. One hour, aggiunge. Il primo commento mi getta nello sconforto, mentre il secondo mi risolleva. Va be', se si tratta solo di aspettare un'ora non è poi così terribile, penso. E così aspettiamo.
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| A Mengen, ammazzando il tempo |
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Big problem, very big problem mi dice il ciclista quando torno, alle 15, convinto di ritirare la bici, pagare e partire. Il mozzo dei pedali ha il passo della vite che non è compatibile con quello tedesco (non ci posso credere, non siamo mica in America, dove usano piedi, pollici, indici ed altre unità di misura senza senso). L'unica speranza è che si possa trovare il pezzo in qualche paese vicino e mi chiede di aspettare per fare qualche telefonata. Aspettiamo. E intanto penso a che cacchio fare se il pezzo non si trova. Potrei comprare una bici nuova, ma poi che faccio se mi si rompe in Italia e non si trovano i pezzi? Non può funzionare. L'unica è tornarsene a casa con la coda fra le gambe.
Dieci minuti di suspence e poi la buona notizia: il pezzo si trova. Ma bisogna aspettare almeno un'ora e mezza per farlo arrivare e montarlo. Pazienza. Aspettiamo.
Ammazziamo il tempo per la seconda volta facendoci la vasca della via principale di Mengen un paio di volte. Io sempre più incazzato, Franci sempre più divertito, Meri serafica come un Budda, superiore alle nostre umane ed effimere gioie e tribolazioni. E nel nostro andirivieni alziamo gli occhi al cielo e vediamo la meraviglia di un nido di cicogne su un camino, con una cicogna, vera, che se ne sta in piedi e si guarda in giro.
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| Mengen – cicogne, finte e vere |
Cinque minuti. Cinque. Il tempo di uscire da Mengen e trovare il solito, fottutissimo pezzo di vetro che ti frega quando meno te lo aspetti e ti fora la ruota posteriore. E io ho tutto tranne la chiave per smontare l'altrettanta fottutissima ruota. Unica soluzione: tornare dal ciclista.
Mentre torno sono talmente nero che dico e faccio cose senza senso. Meri e Franci mi precedono, lasciandomi nel mio brodo. Il ciclista non ci può credere di vedermi ancora lì, con la ruota bucata e incapace di sistemarla.
Alla fine ripartiamo che sono quasi le sei e naturalmente il tappone è bruciato, e con lui la possibilità di arrivare a Passau entro il 29 con le nostre gambe. Arriviamo a Riedlingen che ormai cade la notte e stende il suo pietosissimo velo su questa storta e buffa giornata.
21 agosto
Persa ogni speranza di recuperare il giorno mancante dobbiamo per lo meno cercare di non perderne altri. E per stare al passo oggi abbiamo una sessantina di km per arrivare a Blaubeuren, paesotto all'imbocco della valle del Blau, un torrentello che confluisce nel Danubio a Ulm. La guida consiglia vivamente questa deviazione e noi, ovviamente, la seguiamo, anche se ci allunga il percorso di una decina di km.Prima di partire giretto a Riedlingen, paese evidentemente cicognaro, sia per via delle molte statue in technicolor che di una coppia di cicogne vere in un nido su un camino che regalano a Francesco una piuma grattandosela via e facendola cadere nella piazza.
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| Riedlingen – vegetazione urbana |
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| Riedlingen – cicogna finta e piuma vera |
A Blaubeuren serata galante in albergo con coleottero di mezzo chilo, ospite del nostro bagno, prontamente scacciato dalla consorte senza macchia e, soprattutto, senza paura (io, piuttosto, avrei tenuto la pipì e non mi sarei lavato...). Finale in pizzeria, gestita da una simpaticissima rumena, Eli, che parla benissimo italiano e ci prende a cuore. In pizzeria ci siamo solo noi, ed Eli ci comunica che domani il locale chiuderà che lei deve andare in ospedale a tempo indeterminato. Non sappiamo per che cosa, ma capiamo che non sarà propriamente una passeggiata.
22 agosto
La tappa è, di fatto, una tappina di soli 27 km lungo la valle del Blau, perché vogliamo fermarci un po' di tempo a Ulm per una visitina di almeno un pomeriggio.Il Blau è un torrente che nasce proprio a Blaubeuren, in una spettacolare risorgiva blu-cobalto che emerge da un complesso sistema carsico che mi fa tornare le voglie di quando facevo lo speleologo. Dalla sorgente il Blau si srotola in una valle tranquilla e bucolica fino a Ulm, una delle città più importanti del Baden-Wuttemberg.
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| Blaubeuren – Ciclisti per caso (sinistra) – Nel Blau dipinto di blau (destra) |
La città è bella, piena di case colorate e stortissime, viuzze e ponticelli. Ma il pezzo forte è la cattedrale gotica, con i due pinnacoli di 163 metri raggiungibili con 768 gradini a chiocciola che alla fine non puoi fare altro che sentirti una vite. Io e il Ciccio saliamo, mentre Meri ci lascia al nostro destino.
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| Ulm – La torre di Pisa mi fa un baffo (sinistra) – Cosmesi edilizia (destra) |
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| Ulm – Cattedrale da fuori (sinistra) – Cattedrale da dentro (destra) |
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| Ulm – Cattedrale da sopra (sinistra) – Sopravvissuti (destra) |
23 agosto
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| Verso Dillingen – scatto da una tappa dimenticata |
Sera. Da dove nasca la passione del Ciccio per le luci (i "fari", come li chiama lui) non l'ho mai capito. Certo è che fin da piccolo piccolo andava fuori di testa quando le vedeva e le indicava dicendo Ta-tan!. Durante il giretto serale, si agitava tutto nel passeggino al passare di ogni lampione Ta-tan, ta-tan, ta-tan.... Se poi vedeva la luna usciva pazzo Nnnna, ta-tan! (per dire La luna, la luce).
Quando è diventato più grandicello la passione si è spostata sui fari delle auto. Ce n'è un'intera enciclopedia: i fari di tipo arrabbiato, allegro, triste, eccetera. Oggi riesce a riconoscere la marca e il tipo di un'auto dai fari posteriori, e la maggior parte delle volte ci prende pure.
Ha una vera e propria venerazione per i fari della sua bici, al punto di potersi inventare di tutto per andare in giro di sera per poterli accendere.
Stasera ha superato se' stesso. Siamo andati in centro a Dillingen per cenare ma non eravamo in vena di pedalare ancora. Ma come fare con i fari? Ho suggerito che se li attaccasse addosso e mi ha preso in parola. Luce frontale come faro anteriore e faro posteriore della bicicletta con luce lampeggiante attaccato al bavero della giacchetta. E così, come una bicicletta umana, se ne andava a spasso per il paese noncurante della gente che inevitabilmente si voltava per guardare questa specie di albero di Natale ambulante fuori stagione.
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| Dillingen – Faro nella notte (sinistra) – Luci di posizione (destra) |
24 agosto
Dillingen - Donauwörth
È una tappa medio-lunga, 45 km, fra campi di mais, verza, grano. Siamo in pianura, poco diversa dalla Padana, se trascuriamo le collinette a basso-rilievo che coronano la valle del Danubio.Il fiume non lo vediamo spesso. Qualche tratto è lungo le sue rive, ogni tanto lo attraversiamo. È completamente diverso dal poco-più-che-torrente che ci ha accompagnato fino a Ulm; qui è già un bel fiumotto, anche se siamo a 2500 e passa km dalla foce, come ci ricordano ogni tanto i cartelli piazzati lungo le sponde. Già, perché il Danubio è l'unico fiume la cui distanza si conta dalla foce, visto che la sorgente non è ben definita. C'è chi dice che coincida con la sorgente del Breg, vicino a Furtwange, mentre c'è chi la vuole coincidente con la sorgente del Brigach, a Donaueschingen. Una cosa certa è che, poco dopo Donaueschingen, Breg e Brigach si incontrano, si abbracciano e dimenticano i rispettivi nomi, ribattezzandosi in "Danubio". Altra certezza è la foce, nel Mar Nero, da cui di conta la distanza. E ciascuno metta poi la fine dove gli pare.
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| Fiumotto, brutte ciminiere e bella ciclista |
Un po' più oltre mi viene un'idea: gli tolgo le borse e me le carico io. È stato come sbloccare un freno a mano. Il mal di schiena passa e torna allegro a pedalare come un fulmine. In realtà non gli va molto giù di sentirsi scarico e protesta un po', ma la differenza è tale che non c'è storia. Io invece le sue borse le sento, eccome, e mi pare che il freno a mano sia passato dalla sua bicicletta alla mia.
Sera, a Donauwörth.
Due passi dopo cena per aspettare l'acquazzone che ci faccia tornare in tenda belli bagnati e pronti per la tappa di domani che mette pioggia a catinelle. Il paese, come tutti gli altri che abbiamo attraversato, è lindo, pulito, con le case pittate di fresco di colori pastello una diversa dall'altra. Scritte sui muri neanche a pagarle. O pitturano le case a ogni cambio di stagione, oppure i tedeschi esistono davvero. Optiamo per la seconda ipotesi. L'altra caratteristica è la quasi totale assenza di esseri viventi. Dopo le 19 non c'è in giro nessuno, e le case sembrano tutte vuote. Ma dove se ne va il sabato sera tutta la gente, anche solo per una sbronza? Mistero.Inizia a piovere per bene e questo è il segnale del ritorno. Montiamo in bici e sbagliamo pure strada per essere sicuri di beccarci tutto lo scroscio senza perdere neppure una goccia. Arriviamo che inizia a spiovere. Tempismo perfetto.
25 agosto
Donauwörth - Ingolstadt
La pioggia, annunciata da giorni, è arrivata, insistente e puntuale, dopo mezzanotte. Che palle la precisione dei tedeschi! Vuoi mettere in Italia dove ogni previsione ha un'altissima probabilità di essere sbagliata, e dove ad essere in ritardo non sono solo i treni, ma anche gli acquazzoni? Niente da fare, se le previsioni qui dicono che domani pioverà, a mezzanotte e un secondo il Padreterno si deve adoperare per far piovere, anche se non ne ha voglia.Stamattina smontare il campo è stato pietoso. In mutande, avanti e indietro fra la tenda e la tettoia per salvare le poche cose asciutte che abbiamo e che ci dobbiamo mettere addosso. Fare 62 km in queste condizioni mi pare una follia. Mica per me, noooo, io partirei anche subito duro e puro, ma per l'amore santo mio e la creatura piezz'e core. Quindi sacrifico il mio ardore giovanile e propongo l'ideona di andare a Ingolstadt in treno.
Il tragitto fra il campeggio e la stazione mi convince di due cose: (1) che sano a Ingolstadt in queste condizioni non ci sarei mai arrivato e (2) che abbiamo un abbigliamento totalmente inadeguato per pedalare sotto la pioggia. Arriviamo in stazione che sembriamo strofinacci infreddoliti e ci mettiamo le ultime cose asciutte sotto lo sguardo un po' schifato di ciclisti professional avvolti nei loro capi hi-tech.
...
Tutti i treni regionali in Germania hanno il vagone biciclette. Fantastico! Ma non ce ne stanno mica tante, 6-8, se va bene. E naturalmente quando il treno arriva le nostre sono la numero 9, 10 e 11. La controlloressa, una Valchiria con spalle e fianchi di 85 cm, ci urla da fondo treno: Keine rad, keine rad! Anche se non sappiamo il tedesco capiamo benissimo cosa ci sta dicendo, ma facciamo i finti tonti e saliamo lo stesso.
Quando la controlloressa ci raggiunge (a treno ormai partito) ci fa un cazziatone tremendo in tedesco del quale il senso ci è chiaro, ma le parole no. Azzardiamo un We don't speak German ma non facciamo che peggiorare le cose. Mi domando se sia possibile che un controllore della Deutsche Bahn, più o meno della nostra età, non sappia neanche una parola di inglese, ma la realtà è che veniamo travolti da un fiume in tedesco estremo che cerchiamo di arginare con degli Ja, bitte, danke, messi un po' qua e un po' là. Alla fine, in qualche modo, ce la caviamo ed arriviamo a Ingolstadt, che sembra piova un po' meno. Ma è solo il tempo che ci sta aspettando per far piovere il meglio di sé stesso giusto mentre ci siamo avviati verso l'ostello, dove arriviamo in uno stato miserevole, un quarto d'ora e duecento metri cubi d'acqua più tardi.
L'incontro con la reception e l'ordine di tre pizze on-line sono un altro trancio di vita quotidiana in questo paese dove la lingua è impossibile, la flessibilità è nulla e l'inglese non lo parla quasi nessuno. Ma ora mi sono rotto di scrivere e mi metto a leggere, aspettando le pizze che so per certo di aver pagato (Paypal) ma che non sono mica sicuro che riuscirò a mangiare.
26 agosto
Ingolstadt - Bad Abbach
Siamo di nuovo operativi. La giornata è asciutta e si può pedalare. Lasciamo l'ostello alle 9:30 ma, come al solito, non riusciamo ad attaccare la strada prima delle 11:30. Se trascuriamo le solite fermate ripetute e continue per fazzoletto-pipì-felpasu-felpagiù-pipì-sete-foto-eccetera, oggi si vola davvero. Franci è vispo come un grillo e pesta giù duro, 18-20 km/h, e si lamenta se andiamo più piano. Io (che porto anche le sue borse) faccio fatica a tenere il ritmo, specialmente dopo pranzo quando attacco col capitolo XV dei Promessi Sposi ansimando come un mantice. Anche Meri è un po' acciaccata e risente del volo d'angelo che ha fatto ieri in stazione scivolando su un tappino di plastica traditore che l'ha fatta planare in una spaccata degna della Carla Fracci degli anni d'oro. Ma il Ciccio niente, tira come un dannato e non c'è niente che lo faccia rallentare.Prendo una deviazione lungo il Danubio per accorciare il percorso, ma si tratta di uno sterrato che in più punti è diventato una palude a causa della pioggia di ieri. Franci se la gode come un porcello nella stia (noi un po' meno) e ne esce marrone come una castagna (per non dire altro).
A Weltenburg prendiamo un traghetto che ci trasporta per i 6 km della gola del Danubio, una forra in cui a sorpresa il fiume si incunea dopo più di 100 km di landa piatta e che dà una botta di vita al paesaggio divenuto, negli ultimi giorni, un po' troppo campestre. I lati della forra sono abitati da bastioni rocciosi che la guida (una volta tanto anche in inglese) ci descrive in guisa di vergini pietrificate, streghe, fratelli litigiosi. Un masso assume nientemeno le sembianze della "valigia di Napoleone".
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| Verso Bad Abbach – Sul battello nelle gole del Danubio |
27 agosto
Bad Abbach - Wörth an der Donau
Forse ce la facciamo. Ad arrivare a Passau pedalando, intendo. Purtroppo, però, il prezzo da pagare è di fare una visita lampo, solo 3 ore, a Regensburg (Ratisbona), che è forse la città più bella lungo tutto il percorso. Fermarsi per la notte vorrebbe dire fare i restanti 150 km in due giorni, che non è ancora fattibile per le nostre gambe.Quindi l'alternativa è: fermarsi a Regensburg e terminare il giro prima di Passau oppure tirare avanti una trentina di chilometri così che i restanti 120 diventino un obiettivo impegnativo ma fattibile. Optiamo per la seconda soluzione, anche se a Regensburg è un po' difficile far digerire a Franci (che è un assatanato di musei) che la visita si limita alla cattedrale e a un giro a piedi per il centro. D'altra parte anche lui, messo di fronte all'alternativa, non sa cosa scegliere, perché l'idea di farci la foto davanti al cartello Passau stuzzica molto anche lui.
Durante i 20 km da Bad Abbach a Regensburg Franci non sta zitto un attimo. È un fiume di parole ininterrotto: ... abbiamo preparato uno scherzo per i genitori vedrete che scherzo mettiamo insieme vaniglia cioccolato e anche sassi ma noi abbiamo le maschere antigas mentre voi no quindi non potete vincere, capito? E io: Sì. E lui: E il Giovenzana è quello che fa i piani con le carte mentre io costruisco le robe anzi faccio il meccanico mentre il Giorgio fa il babbeo perché l'ha detto lui stesso che è un babbeo e tu devi dirlo alla mamma che lo deve dire a tutti i genitori di prepararsi perché appena comincia la scuola scateniamo la guerra degli scherzi e li facciamo anche alle suore, capito? E io: Sì. E avanti così, per un'ora, a 18 km/h. Probabilmente respira con le orecchie penso io, altrimenti non mi spiego come faccia a pedalare e parlare senza mai tirare il fiato. Poco prima di Regensgurg lo passo a Meri che fino a quel momento si è tenuta a distanza di sicurezza con la scusa che non ce la faceva a starci dietro.
Regensburg prende il nome dal Regen, un fiumicello che si tuffa nel Danubio proprio qui. Il Danubio, intanto, è diventato adulto, ed offre il suo dorso a navigazioni di ogni genere. Motoscafi con e senza sciatori d'acqua, traghetti turistici, chiatte per il trasporto di materiali vari. Solo barche a vela e transatlantici, per ora, niente.
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| Regensburg – la cattedrale |
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| Regensburg - “Go east young river” |
Un po' come la marmellata con gli spaghetti.
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| Calo di zuccheri |
28 agosto
Wörth an der Donau - Deggendorf
Come passa il tempo quando ci si diverte. Questa celebre battuta di una pièce teatrale altrettanto celebre ci sta come il cacio sui maccheroni alle dodici e trenta, quando ci fermiamo dopo due ore e trenta chilometri di questa penultima tappa verso Deggendorf, 63 km, prima della tirata finale fino a Passau.La mattina minaccia brutto e le previsioni sono pure peggio, quindi prima si parte meglio è. Dividiamo la tappa in modo scientifico: prima ora, sosta di dieci minuti, seconda ora, pranzo di un'oretta, terza ora, sostina di dieci minuti e quarta ora. Alla media di 15 km/h in cinque ore dovremmo essere arrivati, sperabilmente non troppo bagnati.
Durante le prime due ore Franci riprende la sua filippica di ieri e non smette un attimo. Parla ininterrottamente per due ore e, a mezzogiorno e mezza, dichiara di non essersi accorto del tempo che passava. Per forza, quando ci si diverte..... Da parte mia non so se posso dire lo stesso. Meri oggi ci ha staccato in avanti invece che rimanere indietro, ma la tattica ha sempre lo stesso fine: via dalla cozza parlante.
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| Cimitero alla periferia di Deggendorf – quando uno non sa più cosa fotografare |
Che dire d'altro? Poco. Un po' perché il paesaggio è sempre lo stesso, un po' perché di idee non è che ne abbia più molte. Domani tireremo il collo a questo secondo giro europeo ed avremo un viaggione in treno per tornare a Donaueschingen, trarre le dovute conclusioni e fare piani per il futuro.
Un po' di cose le abbiamo imparate. Speriamo di metterle a frutto.
29 agosto
Deggendorf - Passau
Dachau, Donau, Passau, nomi tedescamente tedeschi, ma che a me suggeriscono qualcosa di esotico, orientale. Sarà per la "u" finale a cui non siamo abituati (a parte i sardi, ma loro sono un po' come i Triestini, italiani per errore) o forse sarà qualcos'altro che non so, ma arrivare a Passau avendo pedalato lungo il Donau (Danubio) mi lascia una gran voglia di andare oltre, a est, sempre più est, per arrivare, come una specie di Cristoforo Colombo al contrario, al punto di partenza. Non quello geografico, ma a un punto più interno che, per qualche ragione, è irraggiungibile e costringe a girarci intorno prendendo strade all'apparenza distanti e insensate.Andare lontano per capire ciò che hai vicino. Non c'è niente di nuovo in questo, è un concetto trito e ritrito, materiale per romanzi, romanzetti, poesie e canzonette. E se è così ci sarà pure un motivo.
Ora, però a est non si può più andare, a parte quest'ultimo trancio di strada srotolato in una giornata con un sole che non vedevamo dal primo giorno. Dopo aver appestato Don Rodrigo, fatto sposare Renzo e Lucia, terminato i piani per la guerra bambini-genitori e pedato la nostra sessantina di chilometri arriviamo alla fatidica foto sotto il cartello "Passau" che sancisce la fine dell'impresa. Ci siamo arrivati con le nostre gambe, tranne la tappa Donauwörth - Ingolstadt che riteniamo comunque moralmente nostra, perché sconfitti non tanto dal fisico, ma dal tempo tiranno (sia quello atmosferico che non) e dall'inadeguatezza tecnica a cui porremo rimedio per il futuro.
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| Arrivati (e le bici dove sono?) |
Passau è affascinante, distesa come un dito alla confluenza di tre fiumi, l'Inn, l'Ilz e il Danubio che, dopo Passau, se li mangia tutti e ingrassa di un bel po'. Quello che mi affascina, oltre alla città in sé, ricostruita interamente in stile barocco dopo l'incendio del 1662, è il fatto che tre fiumi che non c'entrano niente l'uno con l'altro si incontrino nello stesso punto. Un caso idrogeologico che non credo sia particolarmente frequente.
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| Passau – tre fiumi in uno |
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| Passau – il centro si incunea fra Inn (sullo sfondo) e il Danubio (in primo piano) |
30 agosto
Passau - Donaueschingen (in treno)
La Serenella lì l'abbiamo lasciata e lì dobbiamo andare a riprendercela. Necessariamente in treno, con un viaggio di sei ore e 230 euro attraverso la Baviera e il Baden-Wurttemberg. Un sacco di tempo per tirare le fila di questa seconda, piccola impresa ciclistica familiare.Di fatto le fila le abbiamo tirate tutti e tre ieri sera, di fronte a birra, salsicce e salsine bavaresi durante la nostra penultima cena in Germania. Ognuno con le sue considerazioni, pensieri, desideri e timori per future imprese più toste di questa. Io qui riporto il mio pensiero e preferisco evitare di riprendere i punti di vista degli altri due compagni di viaggio che, se vorranno, potranno integrare con il proprio punto di vista queste poche righe.
Ecco qui in sintesi quello che sento di aver imparato:
- La voglia di girare il mondo in bici c'è ancora e, semmai, è cresciuta
- Dobbiamo certamente migliorare il nostro rapporto con la gente che incontriamo, essere meno chiusi in noi stessi, parlare con la gente, condividere storie
- Bisogna pianificare in anticipo le soste, sia per tirare il fiato e ricordarci come si fa a camminare, sia per non passare nel mondo senza neanche sapere cosa si è visto
- La lingua è un problema e non possiamo assumere che con l'inglese se ne venga sempre fuori. Un minimo di conoscenza e un dizionario bisogna averli
- Bisogna diventare più indipendenti con il vitto. Cenare in ristorante è sempre un piacere, ma non deve essere un obbligo
- Abbiamo fatto grandi passi in avanti con le salite. Bisogna farne ancora tanti.
- Ci sono una serie di miglioramenti tecnici necessari che non starò ad elencare, limitandomi al principale: dobbiamo essere in grado di pedalare sotto (quasi) qualunque acquazzone. Se uno può li evita, aspetta, prende un treno, ma se non può deve poter pedalare.
Per concludere, fuori dalla lista, il sogno indicibile, impronunciabile, inconfessabile. Dopo un anno è ancora lì, forte come prima e, forse, anche di più. Non si tratta di un giro, di una vacanza, di un'esperienza, ma di un vero e proprio pezzo di vita. Chi è che ci dice che un pezzo di vita, inconsueto e in qualche modo rischioso, è preferibile ad un altro pezzo di vita più regolare anche se non necessariamente più facile? Nessuno, a parte il tarlo che ti si infila nel cervello in questi casi e fa fatica ad andarsene.
Per il momento andiamo avanti che di tempo, avanti, ce n'è.
Piccolo epilogo sui pedalanti del fiume.
La ciclabile del Danubio è famosa e battuta, certamente a ovest di Budapest. è inevitabile che, in un giro come questo, incontri più e più volte le stesse persone nei campeggi, negli ostelli, per strada. E anche se non ti conosci, inizi a salutarti e ti sembra, in qualche modo, di fare amicizia. Sono occasioni preziose di contatto umano che, se esplorate come si deve, possono dare di più della strada fatta, dei paesaggi, della storia delle città.Purtroppo noi esseri umani del XX-XXI secolo siamo ricci, la pancia morbida e la scorza spinosa. Si fa fatica a dire ciao, da dove vieni?, dove vai?, ci beviamo una birra insieme?, raccontami la tua storia. Non si fa, ed è un peccato, nel senso religioso del termine. Passiamo tre quarti di secolo su questo pianeta e alla fine della vita avremo parlato sì e no con l'1% delle persone che incontriamo.
In quest'aspetto, come detto sopra, vogliamo migliorare per il futuro, iniziando dai giri in bici, che poi il resto vien da sé. E iniziamo qui, con lo spennellare qualche ritratto acquarellato di incontri ripetuti, e non, di questo giro.
Di Anna, la ciclista del trentino abbiamo parlato. Non abbiamo la sua foto, ma il numero di telefono sì. Chissà...
Poi ci sono Dieter e Susan, svizzeri, partiti da Schaffausen e diretti a Budapest, su una bici-tandem orizzontale dove lui pedalava dietro in posizione eretta e lei davanti sdraiata. Mi hanno confessato, però, che in salita non è che sia uno spasso. Li abbiamo visti per la prima volta a Dillingen in campeggio e poi abbiamo continuato a incontrarci per strada, nei paesi, agli incroci. Anche ieri, prima di Passau, dove finalmente abbiamo avuto quel po' di coraggio per chiedere di fare una foto insieme.
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| Dieter, Susan e la loro bici-tandem-sdraio |
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| Donne d'acciaio (e un intruso) |
E poi un paio di famiglie che pedalavano campeggiando postandosi dietro l'impossibile: figli plurimi, dal poppante al quasi adolescente, tenda multi-stanza, monti di borse, carrellino. Il giorno che vedrò una famiglia italiana fare una vacanza simile in quelle condizioni saprò che il giorno del giudizio è vicino.
Un personaggio che avrei voluto avvicinare ma mannaggia la timidezza è stato un ragazzo Ceco che viaggiava con una bici dotata di motore ausiliario elettrico alimentato a energia solare. I pannelli solari per caricare le batterie, orientabili, occupavano un carrello lungo il triplo della bici realizzato artigianalmente e dal dubbio equilibrio. Mi sono domandato che senso avesse avere un motore ausiliario se poi, per alimentarlo, uno deve portarsi dietro tutto quel carnevale. Mannaggia la timidezza, appunto, e la mia domanda non ha avuto risposta.
E ancora un tizio che il Danubio se lo camminava, invece di pedalarselo, portandosi la sua roba non in uno zaino, ma in un carretto trainato a mo' di cavallo. E una signora che come bici aveva una Graziella (una Graziella!, senza cambio) caricata all'inverosimile che ogni tanto vedevo ferma sulla sponda del torrente che se la dormiva (e ci credo).
E chissà quante altre storie ci sono passate accanto in questi dodici giorni. Un universo al paragone del quale il giro del pianeta in bici pare una passeggiata nel giardino di casa.
Epilogo all'epilogo
Tutto avrei immaginato della Germania tranne che avrei rimpianto le Ferrovie dello Stato italiane. E invece è successo, in un finale a sorpresa che neanche Fantozzi o Paperino avrebbero saputo far di meglio.
Il dramma si consuma nel ritorno Passau-Donaueschinghen in treno, pianificato sul sito della Deutsche Bahn in tre parti: Passau-Monaco, Monaco-Ulm, Ulm-Donaueshingen. Partenza ore 12:26 arrivo ore 18:36.
La partenza è in orario, ma l'arrivo a Monaco no. Mezz'ora di ritardo che ci bruciano la coincidenza per Ulm. Poco male, dice la bigliettaia, prendete il regionale successivo ed arriverete a destinazione alle 20:36. In sostanza due ore dopo per mezz'ora di ritardo. Pazienza, siamo in vacanza, chi se ne frega.
Il regionale per Ulm è stipato a sardine e riusciamo a infilare le bici per miracolo, tranne la mia che tengo, in piedi, fuori dal WC del vagone sperando di non incontrare la controlloressa Valchiria che stavolta mi scaraventa fuori sul serio. Ad Augsburg sentiamo un annuncio in tedesco, il treno si svuota ed inizia a procedere lento, ma lento, che più lento non si può. A un certo punto ho un dubbio: che cacchio hanno detto prima? Staremo andando a Ulm? La risposta ci svela l'inverosimile: ad Augsburg il treno si è diviso: metà ha proseguito verso Ulm, a ovest, mentre l'altra metà (ovviamente la nostra) se ne va tranquillo come una Pasqua verso Aalen, un paesino insignificante a nord, totalmente fuori strada. Due ore per fare 110 km.
Non potendo fare altro aspettiamo e stendiamo un piano di contrattacco. Alla fine decidiamo di prendere un treno che da Aalen ci porti a Ulm (verso sud), da lì uno che porti a Singen (verso sud-ovest) e da Singen l'ultimo treno possibile verso Donaueschingen (a nord-ovest). Il tutto con tre coincidenze mozzafiato.
Ad Aalen perdiamo il primo treno per Ulm (troppo pieno) ma riusciamo a prendere il secondo, che riduce il nostro margine coincidenze ma rende l'impresa ancora possibile. A Ulm raggiungiamo il culmine del paradosso. Scendiamo dal treno (noi, le bici, le borse, ecc) giusto il tempo per accorgerci che la stessa carrozza da cui siamo scesi ha cambiato destinazione per Singen (la nostra) e si sta riempiendo di gente. Meri si lancia all'assalto frontale e, mentre carica la bici sul treno, che nel frattempo si è riempito, infila un piede in uno spazio di 20 cm fra il predellino e il marciapiede finendo con tutta la gamba giù fino al binario e prendendo una craniata contro la porta del treno. Mentre viene aiutata a salire da un paio di pendolari io mi lancio, preoccupato, al salvataggio. Mentre faccio per salire raddoppio l'impresa sprofondando con la gamba sinistra prendendo una tibiata al bianco dell'osso. In pratica ci troviamo sullo stesso treno da cui siamo scesi cinque minuti prima ma con pezzi di salute che se ne sono andati rotolando fra i binari.
Il treno parte con cinque minuti di ritardo, si ferma appena fuori dalla stazione e poi rientra. Poi riparte. Alè, già 15 minuti di ritardo in partenza, che mette fuori gioco la coincidenza a Singen, che è di soli sette minuti. Ciccio è già tutto allegro e si pregusta la nottata in stazione, che dopo aver pagato 230 euro per questo viaggio dannato piuttosto che pagare un albergo faccio il barbone.
Bisogna dire che, una volta partito, il treno vola come un treno e recupera un bel po' del ritardo. Arriviamo a Singen con tre minuti per passare dal binario 8 al binario 1 (con le bici, borse, eccetera). Impartisco le direttive e lancio Meri e il Ciccio verso l'ascensore più vicino per seguirli io in seconda battuta. Quasi subito, però, li fermo: il binario 8 non è dall'altra parte della stazione (come era logico aspettarsi) ma perfettamente adiacente al binario 1. Ci è mancato un soffio che vedessimo passare il nostro treno stando dalla parte sbagliata della stazione.
L'ultimo tratto, fortunatamente, è senza storia. Arriviamo alle 11:40, praticamente 11 ore dopo, avendo percorso la Baviera e il Baden-Wurttemberg in tutte le direzioni possibili. Siamo digiuni, ma questa volta il Padreterno ci dà una mano, mentre se la ride fino alle lacrime, e ci fa trovare un Kebap aperto dove si spariamo una pizza prima di attaccare con l'ultimo tratto in bici e il ritorno in auto.
Da Donaueschingen al campeggio dove abbiamo lasciato la Serenella sono 7 km di strade campestri che percorriamo ormai a notte fonda e, in qualche modo, ringraziamo le sventure del viaggio per questo regalino finale pieno di fascino.
La strada
Tragitto: Donaueschinghen - Ulm - Ingolstadt - Regensburg - PassauLunghezza: 600 km circa
Dislivello: un tot, non e' come pedalare sulle Alpi, ma salite e discese se ne fanno
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