È passato quasi un anno da quando ho scritto questo diario, non ancora pubblicato. L'ho scritto con stanchezza, spesso più per dovere che per voglia. Non so quanto valga la pena leggerlo, a parte per noi che il giro l'abbiamo fatto e non ce lo vogliamo dimenticare.
Questo per dirvi che potete tranquillamente non leggere. Potete cliccare su una foto a caso e ve le scorrerete una a una. Anzi vi metto la prima qui sotto, così non ve le dovete cercare nella pagina. È il diario di Meri, un capolavoro di sintesi che viene voglia di incorniciarlo e appenderlo in sala.
Se poi leggerete, che dirvi se non grazie. Se poi vorrete lasciare un vostro pensiero il grazie è al quadrato.
Ma solo se ne avete voglia
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11 agosto: Novara-Passau
Ore 8:00, Frecciabianca Milano-Verona. Se arriviamo a Passau sani, mi dico, il resto sarà un gioco da ragazzi. Non vorrei che fossero le classiche ultime parole famose, ma sta di fatto che per tornare dove abbiamo terminato l'anno scorso dobbiamo migrare fra un treno e l'altro con le bici letteralmente fatte a pezzi in tre borsoni.Le scene Fantozziane che mi attendono stasera per rimontarle sono qui, scritte per il momento con inchiostro simpatico, mentre ci godiamo questo interludio di viaggio ferroviario. Ho controllato per la ventesima volta le previsioni e non c'è storia. Dopodomani pioggia tutto il dì.
"Ma che disagio" - "Ma hai visto l'ultimo selfie che si è fatta la Betty?" - "lo mi farò due o tre giochi, ma lo scivolo alto, quello no." - "Sì ma i prezzi delle scarpe, hai visto?" Frammenti di pensieri fra alieni, sembrano due ragazze di una ventina d'anni ma sono sicuramente alieni. O forse l'alieno sono io.
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12 Agosto: Passau - Schlogen
Ci siamo incrociati per la prima volta ieri a Novara, senza saperlo.Alle 6:05 il regionale veloce da Torino si ferma a Novara, noi siamo sulla banchina ad aspettare il Freccia bianca per Trieste, loro sono sul treno, con armi e bagagli. Un altro incrocio, sempre inconsapevole, avviene sul treno da Verona a Monaco, stipato di varia umanità, italiani, tedeschi, austriaci, iraniani, chi seduto, chi in piedi, chi con le bici smontate nei sacchetti della spazzatura, chi, come noi, nelle borse porta-bici seppellite sotto cumuli di valige.
Ci incontriamo davvero sul treno da Monaco a Passau. Sono 2 ragazzi e 2 ragazze di Torino: Francesco, Antonio e i nomi delle ragazze non me li ricordo. Fanno metà del nostro giro e abbiamo fatto il primo pezzo, con i mezzi pubblici, praticamente insieme senza saperlo.
Ci lasciamo alla stazione di Passau, loro con le bici belle pronte e diretti a un campeggio, noi con le nostre a pezzi ma con un letto in un albergo praticamente sui binari.
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13 Agosto; Schlogen-Linz, 14 agosto Linz
Una tappa e una giornata letteralmente persi. Non una singola nota. Qualche foto sparsa qua e là e qualche frammento di ricordo che riporto qui, senza enfasi, con la pura, poca memoria dei fatti- L'arrivo a Linz sotto la pioggia battente e un incidente scampato per miracolo mentre andavamo contromano
- L'ultima salita prima dell'ostello che conferma la regola che gli ostelli della gioventù li mettono sempre sulle colline
- La discesa in città la mattina dopo con il Ciccio che vola lungo disteso in mezzo alla strada
- Le vetrate della cattedrale di Linz dove invece dei Santi e delle Madonne troviamo rappresentato il fondo cosmico delle microonde
- Il pomeriggio passato al museo della scienza
15 Agosto; Linz-Sommerau - 58 km
Partenza da Linz alle 10 meno un quarto. Il tempo regge, sul soleggiato variabile. Viaggiamo spediti, sui 18-20 Km/h. Sponda nord fino ad Abwinden, poi sponda sud.Sosta lunga a Enns, apparentemente la città più antica dell'Austria. Un volantino turistico la definisce la "Siena" dell'Austria. Il paragone è totalmente fuori luogo, ma uno scorcio di paesaggio quasi collinare visto da un balconcino in un vicoletto laterale effettivamente richiama paesaggi simili del centro Italia.
Io e Franci saliamo sulla torre della piazza, con orologio e campane, datata 1212. Prima di partire visita alla cattedrale di S. Maria, chiesa di Frati Cappuccini, con Cristi inchiodati a quattro chiodi e volte a sesto acuto. Nel chiostro le foto dei nati e dei morti del paese nell'ultimo paio d'anni. Nella chiesa disegni di bambini e banchetti vecchio stile (quelli con il buco per il calamaio) usati, forse, per il catechismo. Una chiesa con segni di una vita comunitaria.
Gli ultimi 20 km si snodano nella campagna con un percorso a giravolte, che disorienta un po'. Arriviamo a Sommerau verso le 17, con il tempo decisamente sul nuvoloso. Il campeggio è il giardino di due signori anziani che ci offrono sidro e succo di mela fatto in casa.
Alle 18:13 ci apprestiamo a preparare la cena.
Campeggia con noi una famiglia di Vicenza, con due ragazzi adolescenti (Nathan e Joshua). Prima esperienza di viaggio in bici, ma carrellati con tutto il ben di Dio di roba da mangiare
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16 agosto: Sommerau-Melk (68 km)
Notte piovosa, affamata e scomoda. Mattina uggiosa. Colazione quasi francescana. La giornata è un continuo sole e pioggia che ci costringe a una fisarmonica di metti-e-togli l'abbigliamento impermeabile che personalmente mi snerva. A tutto questo si aggiunga la fame atavica che mi attanaglia lo stomaco e mi mette di cattivo umore.Si va a singhiozzo ma si va. Il paesaggio è bello, ma mi pare sempre lo stesso. Non so trovare più parole nuove per descrivere il fiume fra le colline e i paesini che sono belli ma un po' tutti uguali. Se fossi un artista o un pittore saprei sicuramente trovare mille particolari interessanti, ma tant'è, sono quel che sono.
Arriviamo a Melk in campeggio alle 17:30 e ci troviamo i nostri amici di ieri. Il tempo si è schiarito e si è levato un bel vento di levante che ci ha fatto correre per gli ultimi chilometri.
Ora tenda. Speriamo bene.
17 agosto - Melk-Zwentendorf (70 km)
Quello tra Melk e Kremms è il tratto più bello e vario. È un su e giù fra vigneti e paesini microscopici e molto austriaci, ben tenuti, strade di acciottolato e porfido e ci potresti mangiare sopra, gerani alle finestre, nidi di rondine tutti in fila sotto i tetti con i rondinini che pigolano uno alla volta come Qui, Quo e Qua.Prima di partire, però, facciamo una breve visita all'abazia benedettina a Melk, celebre, fra l'altro, per essere stata casa di Adso da Melk, l'allievo di Guglielmo da Baskerville ne "Il nome della rosa". Di medievale non è rimasto più nulla, tutto coperto da un'orgia barocca che fa a cazzotti con i nostri gusti spartani in materia di architettura. Il più bel ricordo del monastero sono Carla e Bruno, un'altra coppia di pedalanti accalappiati dal Ciccio che non perde occasione per stringere amicizie con chiunque entri nel suo raggio di azione.
Fino a Kremms è veramente un bel pedalare, con il sole che finalmente ci degna della sua augusta presenza. Un po' di fretta, purtroppo, a causa della partenza tarda da Melk e dei tanti chilometri da fare. Ma non ci facciamo mancare nulla, neppure due schnitzel da mezzo chilo a testa per placare la fame da verme solitario che ci stravolge in ogni momento della giornata. Nel nostro pedalare incontriamo, superiamo, ci facciamo raggiungere, superiamo ancora e così via la famiglia vicentino-britannica, con la quale condividiamo una foto di gruppo e qualche battuta molto "british" dal repertorio Monthy Python che non mi fanno ridere neppure per finta tanto non le capisco.
A Kremms, ormai a pomeriggio inoltrato, ci fermiamo un'ora abbondante, per non avere l'impressione di aver pedalato e basta. Un paesino carino, con più chiese che anime, buono per il passeggio e le foto di vicoletti e angolini nascosti, proprio come piacciono a Meri.
Gli ultimi 25 km sono sofferti, con fama mista a stanchezza e cacarella, un trittico che è pura poesia. Solo Franci va dritto per la sua strada senza mostrare segni di cedimento. E ha solo dieci anni. Chissà a sedici o diciotto.
Arriviamo a Zwentendorf che è quasi buio riuscendo a guadagnare una pizzeria aperta per puro culo.
Ancora tenda, per la gran gioia del Ciccio che non perde occasione per verificare se dormiamo bene in tenda oppure no. Dipendesse da lui la vacanza dovremmo farla dormendo all'addiaccio mangiando cibi di fortuna.
Meno male che non dipende da lui.
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18 agosto - Zwentendorf - Vienna (54 Km)
Finalmente il sole puro, giallo, brillante, quello che ti aspetti ad agosto, quello che ci aspettavamo da giorni. La tappa non e' delle più lunghe ma fatichiamo, io in particolare, che non riesco a dominare la fame che mi prende in continuazione lo stomaco e i pensieri e mi fa fermare ogni pochi chilometri. A Tulln immortaliamo una fontana raffigurante il matrimonio di Attila e poi si parte per l'ultimo tratto di questa prima meta' di viaggio.Non mi dilungo sulla foratura, sui miei sacramenti per ripararla, sul vento contro con il quale entriamo in città e sul casino di entrare in bici, stanchi, in una grande città. Arriviamo all'ostello alle 18, in tempo per una cena spartana da consumarsi rigorosamente entro le 19 e per pianificare con attenzione il triplo salto mortale della visita di Vienna in una sola giornata.
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19 agosto - Vienna
Per quel che si poteva pretendere e per come è iniziata, la giornata è andata più che bene. La colazione è stata letteralmente devastata da un avventore pensionato logorroico che mi ha abbordato e scassato i cosiddetti per quasi un'ora che se ci penso mi vengono ancora gli spilli in testa, per cui non dico altro.Il tesoro imperiale è saltato perché chiuso al martedì, ma ci è andata bene con il farfallario (anche se non all'altezza di quello di Amsterdam), con la chiesa di S. Stefano (che in realtà era un casino di turisti in transumanza chiassosa, magrado i mille cartelli di fare silenzio), con la Casa della Musica e il Prater, il luna park cittadino che è una specie di paese dei balocchi. Per ovvi motivi è il momento preferito dal Ciccio mentre noi cerchiamo di non pensare che l'alternativa sarebbe stata una mostra di Klimt al Leopold Museum.
Giro serale finale nel centro pedonale, che è un museo a cielo aperto di architettura ottocentesca.
Da domani si vira. Rimaniamo in Europa, ma mi aspetto un mondo comunque diverso, molto diverso. Slovacchia e Ungheria trent'anni fa erano in un altro pianeta, paesi oltre la cortina di ferro, luoghi proibiti dove potevi andare solo accompagnato dalle guide locali che ti facevano vedere quello che volevano loro. Oggi ci puoi entrare in bici senza neanche un controllo di documenti.
A pensarci è roba da non crederci.
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20 agosto - Vienna-Bratislava (75 km)
La stanza, grande, ha una parete verde, mentre il resto è bianco. Uno dei tre letti ha dei fiorellini incollati al muro. La mobilia è di truciolato impiallacciato di finto legno, il pavimento di linoleum bianco, stra-consumato dall'uso. Il tutto in uno stabile di impronta chiaramente sovietica, sia dentro che fuori.È il nostro ostello, un altro mondo rispetto a quelli tedeschi e austriaci, tranne il prezzo, che è praticamente uguale a quello di Vienna, considerando che qui non offrono la colazione.
La Slovacchia ci si è presentata un po' prima del confine, appena dopo Heinburg, quando, dietro una curva, Bratislava è sorta come un sole nascente dall'orizzonte. Una skyline di condomini, che accerchiano il centro storico e il castello, unico elemento della città vecchia che si riconosce dai dieci km di distanza da cui ci troviamo. Il secondo buongiorno lo abbiamo ricevuto da un signore che, camminando a bordo strada, parlava al cellulare in una lingua evidentemente slava.
Sono le quattro e mezza del pomeriggio quando arriviamo a quello che fino a pochi anni fa era il presidio di confine. Dopo un inizio piovoso la giornata e' passata veloce, pedalando attraverso un parco nazionale su strade molto meno battute rispetto ai giorni scorsi. Per la maggior parte delle persone il Danubio in bicicletta finisce a Vienna, mentre per noi non è neppure a metà. E' una bella sensazione quella di incominciare a sentirsi viaggiatori, anche se in effetti siamo solo turisti, protetti dal capiente ombrello di una guida piena di indicazioni e numeri di telefono.
Le bandierine austriache che ieri abbiamo comprato a Vienna per il folle prezzo di 4 euro e mezzo cadauna hanno frullato tutto il giorno al vento apparente della nostra andatura, mentre quello reale ci ha generosamente spinto, facendoci tenere un'andatura di 19-20 km/h e sentire quasi dei ciclisti di lungo corso.
Ora siamo in Slovacchia, anticamera dell'anticamera dell'oriente.
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21 agosto - Bratislava
L'aspetto un po' cadente del nostro ostello mi ha ingannato su questa città. Bratislava è bella, giovane, accogliente, malgrado la foresta di condomini e palazzoni che stritolano il centro storico, piccolo e pittoresco. Il castello, restaurato nella seconda metà del XX secolo, brilla di un bianco che più bianco non si può, con le tegole rosse e lucide che paiono le abbiano pulite ieri. L'interno è tutto splendente, nuovo, moderno, pure dove si è voluto imitare l'antico. È l'espressione di una voglia di nuovo che si percepisce nettamente nella città, nei locali, nelle strade, nello sguardo dei tanti giovani che si vedono in giro.Cerco su internet e scopro che la Slovacchia ha un PIL in crescita dell'1.5% ed è considerato uno dei paesi avanzati di Europa. Penso alla figura di merda che ho fatto ieri sera nella birreria dove abbiamo cenato, quando ho chiesto se potevamo pagare in Euro, non sapendo che qui la corona slovacca non c'è più dal 2009. Che vergogna.
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22-23 Agosto - Bratislava - Komarno (115 km)
La prima impressione dell'ostello mi ha completamente ingannato. La Slovacchia è una nazione che assomiglia al castello che domina la capitale: pittata di fresco. Il centro storico di Bratislava è piccolo ma pulito, accogliente, pieno zeppo di ristoranti e di gente che mangia fuori e se la spassa.All'esterno del centro storico ho l'impressione di una città vivibile, senza traffico eccessivo, con palazzi non propriamente belli ma neppure opprimenti. Fuori dall'università, edificio un po' decadente di stampo chiaramente sovietico, centinaia di nomi sono scritti a vernice per terra sul marciapiede: sono i laureati degli ultimi anni che creano una sorta di graffito urbano orizzontale che accompagna quelli verticali, sui muri, più convenzionali. Varie statue di metallo, raffiguranti persone comuni ed altri soggetti ti sorprendono ogni tanto, negli angoli più inaspettati.
I locali sono giovani, aggressivi, con sottofondo di rock o pop americano.
Partiamo, come al solito, tardissimo, verso mezzogiorno. Appena fuori dall'ostello conosciamo Marco e Valeria, due professori romani accalappiati, come al solito, dal Ciccio. La destinazione è la stessa ma loro percorreranno la sponda ungherese del Danubio, più varia ma un po' più lunga. Noi decidiamo di stare sulla parte slovacca, un po' perché sentiamo la stanchezza e qualche chilometro in meno non guasta, un po' perché è l'unica opportunità di vedere un po' di Slovacchia.
Per la strada altri due incontri memorabili: un gruppone di Novaresi con i quali ci diamo appuntamento a Esztergom, in Ungheria, e due pensionati australiani, Max e ... (nome dimenticato), che si sono fatti dall'Inghilterra a Budapest e ora tornano a Vienna per volare a casa. Con loro inauguriamo una nuova tradizione: la firma delle borse. Vedremo fra qualche anno quante ne avremo collezionate.
La strada sulla sponda slovacca è dritta e interminabile come un fuso infinito, e costeggia un Danubio soffocato dalle dighe e che qui sembra un lago più che un fiume. L'orizzonte è immutabile e sfianca, non passa mai.
Gabičicovo è un villaggetto poco significativo ma a noi appare come la terra promessa a Mosè, quando ci arriviamo verso le sette di sera. La pensione ha posto e pure il ristorante: perfetto. Anche in questo caso è tutto bello, pulito fiammante. Se non fosse per la lingua farei fatica a trovare grosse differenze fra la Slovacchia e l'Austria. E io chissà che mondo pensavo di trovare al di là del confine.
Il giorno dopo riprendiamo da dove abbiamo lasciato: con un rettilineo spacca-nervi che ci tiriamo dietro fino a mezzogiorno che, secondo i nostri orari, sono le due del pomeriggio. Durante la pausa pranzo il velato mattutino si addensa, brontola con un tuono scatarroso e infine starnutisce tutte le cataratte del cielo, che ci prendiamo in zucca per tre ore buone, metà delle quali passate su uno sterrato di 17 km che ci impantana per bene e ci fa capire, finalmente, che vuol dire pedalare sotto la pioggia.
A Komarno tutte le nostre velleità di campeggiatori duri e puri vengono azzerate, più che dalla pioggia, da Meri che ci fa capire chiaramente che non ce n'è per nessuno. Così entriamo nel primo hotel che ci capita a tiro, con una camera che è una sorta di mini suite imperiale dove, però, piove dal soffitto in anticamera.
In tutto questo bell'andare mi è mancata una cosa sola: la Slovacchia. Non riesco a capire che posto e che gente siano. O forse non c'è niente da capire più di quello che abbiamo visto: una piccola nazione ordinata, tranquilla, con voglia di vivere ma senza strafare.
24 agosto: Komarno - Esztergom (63 km)
È l'ultimo scampolo di Slovacchia, in una giornata di sole e vento in poppa. Proprio il vento mi ricorda quanto è fragile, a volte, il confine fra gli opposti: una semplice sterzata di 180° e quello che è una divertente e piacevole volata alla media di 20 all'ora diventerebbe un penoso arrancare da spezzarti in due. Mi viene in mente la storia della coppia ai velisti che giravano il mondo seguendo gli alisei per avere sempre il vento in poppa. L'unico tentativo di risalire il vento lo fecero nell'Oceano Indiano. Dopo una settimana di inferno e una quantità irrisoria di miglia percorse, un semplice movimento del timone, pochi secondi, sono stati sufficienti a trasformare l'inferno in paradiso e riportarli al punto di partenza in due giorni. Mi domando quante volte fatico come una bestia cercando di lottare contro venti contrari invece di fermarmi per aspettare la stagione giusta. Me lo domando e ho anche la risposta: troppe. Ma, chissà perché, è così difficile imparare.Intanto si va, per sterrati e ciclabili asfaltate di fresco. Sosta pranzo in un villaggio con quattro case e una sabbionaia, per la gioia del Ciccio, con la penultima zuppetta scaldata sul fornellino che ci ricorda di essere ormai inesorabilmente alla fine. Poco prima del confine, dopo un lungo tratto di sterrato, arriviamo in un piccolo centro abitato nel pieno di una festa di paese, con un autoscontro e due bancarelle di dolci e cianfrusaglie. Al nostro arrivo lo stereo dell'autoscontro comincia a suonare i Ricchi e Poveri, Umberto Tozzi, pezzi di liscio da spiaggia. Ma siamo così riconoscibili a distanza?
Attraversiamo il confine con l'Ungheria a piedi, lungo il ponte sul Danubio che collega Sturov a Esztergom. Le acque del fiume sono le stesse, gli uccelli volano fra le due sponde nella medesima vegetazione, respirando la stessa aria, eppure ai due lati di una linea che non esiste le persone parlano lingue diverse, usano monete diverse, potrebbero perfino uccidersi a vicenda in nome di una presunta diversità.
Attraversare questo linea fa un po' di effetto anche a noi, ma è una sensazione buona. C'è un confine, si, ma lo passi così, senza controlli, senza polizia. Se vuoi, puoi andare a prenderti il gelato in un'altra nazione semplicemente attraversando un ponte a piedi, senza qualcuno che ti chieda ragione del tuo andare. Quando in Europa è stato mai possibile fare ciò? Per quanto sia scassata, questa nostra Europa unita è un miracolo, fragilissimo, che molti non riconoscono più.
A Esztergom la gentilezza di un locale ci evita la ricerca di un campeggio che non esiste più e finalmente arriviamo a tirar su la tenda giusto giusto all'ombra dell'ultimo sole.
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25 Agosto: Esztergom - Szetendre (60 km)
Esztergom la chiamano la Roma di Ungheria, in parte per la vaga somiglianza fra la cupola della cattedrale con il cupolone nostrano, in parte perché questa città (che è poco più di un paesone) è un punto di riferimento importante per i cattolici ungheresi. La nostra voglia di visitare la città viene spenta praticamente sul nascere, sia dall'ora tarda che dai nostri amici romani, incontrati di nuovo al nostro campeggio e con i quali condividiamo un brunch memorabile fino alle undici.Di nuovo in sella quindi, di nuovo con il vento alle spalle e il sole negli occhi. Giochiamo a rincorrerci con Marco e Valeria che acchiappiamo e perdiamo più volte lungo la strada, ci infrattiamo fra i rovi di un improbabile sterrato, pranziamo a salsiccia ungherese, più pesante del cemento armato, e arriviamo a Szetendre all'imbrunire, come al solito.
È stata l'ultima vera tappa. È l'ultima notte in tenda. Tutto il resto non sarà che epilogo.
26 agosto: Szetendre - Budapest (25 km)
Il sole di ieri e l'altro ieri è durato fin troppo e oggi è grigiore e umido piovoso. Szetendre delude le nostre aspettative. Solo bancarelle e qualche viuzza di selciato ma nulla di veramente meritevole di un minimo di genuina meraviglia.Dopo quasi un anno dovrei scrivere un epilogo? Impossibile. Termino qui questo diario così com'è. D'altra parte l'ha fatto anche Daumal ne "Il monte analogo", che termina proprio nel mezzo di una frase. Almeno io la frase l'ho terminata e ci ho messo il punto.
La strada
Tragitto: Passau - Linz - Melk - Vienna - Bratislava - Esztergom - BudapestLunghezza: 750 km circa
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Profili altimetrici e pendenze
Tappa 1
Tappa2
Tappa 3
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Tappa 5
Tappa 6
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Tappa 8
Tappa 9
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Tappa 11
Tappa 12






































