Dove siamo arrivati (Constanta - Romania, 13 agosto)
12 luglio, giorno -1
Comunque domani
1530 km, cinque stati e altrettante lingue, 33 giorni a muovere gambe. Se contiamo un metro a pedalata sono un milione e mezzo di movimenti ripetuti. Facciamo che siano due metri, via, sono sempre 750000 impulsi che il nostro cervello manderà alle gambe causando altrettante contrazioni e rilassamenti muscolari. Numeri da non crederci
Comunque domani saremo in ballo. Quale sarà il ritmo e la musica, lo vedremo. Magari seguirà un diario, qualche storia, magari no. Ma ogni giorno lasceremo un ricordino, per segnare il territorio, come fanno i cani.Qualche foto qua e là, una didascalia, un po' di dati freddi ma necessari, magari uno-due pensieri, speriamo più caldi e personali.
Se qualcuno vorrà fare capolino, dirci un "ciao", un "dai che ce la fate", non tema la banalità, sarà il pensiero che conta, e per noi un bel regalo il semplice sentirvi lì.
Se qualcuno vorrà fare capolino, dirci un "ciao", un "dai che ce la fate", non tema la banalità, sarà il pensiero che conta, e per noi un bel regalo il semplice sentirvi lì.
13 luglio, giorno 0 (Milano-Budapest)
Bradipi Da ieri mattina ad oggi abbiamo dormito dalle 2 alle 4 ore, come andare negli USA, anche se siamo appena più in là di Trieste. Cinque ore per rimettere insieme le biciclette. Peggio di un bradipo, ho superato me stesso. Ovunque afa, e in noi stanchezza a catinelle, come la pioggia che ci aspetta domani. Ma tanto faremo solo i turisti. Buona notte. |
Viaggio perfetto. Tutto liscio. Non si perdono i bagagli. Si arriva in aeroporto con buon anticipo e non ci si affanna. Appartamento enorme a prezzo più che modico. Alloggio interessante in stile orientale: pavimento a colori sulle tinte del giallo-rosso-arancio-verdone, lampade in stile. Palazzina piuttosto trascurata, ma con un suo fascino. L'appartamento, seppur interessante, è decisamente sporco. L'accoglienza lascia a desiderare. Tarda mattinata e pomeriggio passati a rimontare le bici, con qualche complicanza risolta secondo la scuola del nonno Fiore e cioè: “Fai come puoi con quello che hai”. In serata, spedizione borse-bici a Constanta. Finalmente possiamo dire di essere “on the road”! Budapest è calda e afosa. Noi tutti allegri e rilassati. Franci collabora e si diverte. Sì, un buon inizio. Ora, a letto. La pioggia ticchetta sui vetri delle finestre e in cielo rumoreggia in lontananza il temporale. Come avrebbe detto nonna Bruna:”Si sentono gli angeli giocare a bocce”. Dopo quasi 36 ore di ininterrotta veglia, il meritato riposo. |
Ore 8:30 Oggi siamo partiti da Novara,alle 5:15 AM., Per arrivare all'aeroporto di Malpensa intorno alle 6:30/7..00. Insomma, oggi è incominciata l'avventura! Adesso siamo in un aereo WIZZAIR e tra poco meno di 1 ora saremo arrivati a Budapest. Ore 11:31 Siamo arrivati all'albergo dove dormiremo questa e la prossima notte. Per arrivarci è venuto a prenderci un tizio (probabilmente dell'albergo) con una macchina ENORME, e ci è stato dentro tutto quello che abbiamo!!!! Tre bici, sei borse e uno zainetto!! Abbiamo visto la periferia di Budapest (Anche se io aspetto il momento in cui si andrà a visitare i ristoranti...) e abbiamo parlato sulla bruttezza (per me bellezza sovrannaturale) degli ecomostri che ci sono alle porte della capitale Ungherese e poi delle chiese e degli edifici più antichi. Adesso papà e mamma stanno montando le bici e poi invieranno le borse-bici a Costanza, il punto di arrivo del nostro grande giro. Ore 21:20 Dopo aver spedito le borse-bici a Costanza, (io nel frattempo che mamma e papà spedivano il tutto, ne ho approfittato per farmi una dormita su uno sgabello.) Dopodiché siamo andati, affamati e accaldati in cerca di un ristorante per mangiare qualcosa. Dopo quasi mezz'ora di ricerca tra un «No, non mi piace» e un «È troppo piccolo», arriviamo ad un ristorante molto carino vicino a casa, dove io ho preso una zuppetta con un brodino buonissimo e con pollo buonissimo e con un po' di carote e un po' di erbetta, mentre la mamma un po' di pollo con yogurt e una salsina tipo ketchup. Papà invece ha mangiato le costine di maiale con le pannocchie e la salsa Barbecue. |
14 luglio, giorno 1 (Budapest)
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Iron man Agli abitanti di Budapest manca il sorriso. Chiedi un caffè, o una pasta e ti servono in cagnesco, che hai la sensazione di aver fatto qualcosa che non va. Rispondere con cortesia, sorridendo, serve a poco. Anzi ci viene il dubbio che possa essere controproducente, che possano pensare: "ma che ti ridi?" È un fatto culturale, non personale, ci diciamo. D'altra parte recentemente una persona colombiana mi ha descritto gli italiani come dei morti in piedi perennemente incazzati. Altro che chitarre e mandolino. Ma basta che riportiamo le tazze al banco dopo la colazione o facciamo i complimenti alla Boulangerie francese dove sgranocchiamo un panino a pranzo ed ecco che li freghi. Non ce la fanno e ti sorridono. Sempre la solita umanità che devi stanare coi trucchi più insidiosi. Chi passasse da Budapest non manchi di andare al circo. Sì, proprio il circo, un circo stabile in muratura, con il biglietto che costa meno dei pop-corn ma dove vedi, fra l'altro, una specie di iron man che si tiene a bandiera su un palo e fa le flessioni in orizzontale, come nella storia di Zio Paperone dove Amelia cambia il verso della forza di gravità da verticale a orizzontale. Vorrei avere l'1% dei suoi muscoli e non essere qui con il mal di schiena che mi è venuto stamattina semplicemente stando seduto. Pensa se domani dovessi, per esempio, partire per sgranarmi in bici un terzo di Europa per lungo. |
La giornata comincia fredda e piovosa. Le burrasche della notte e della primissima mattina (l'ultimo acquazzone ci ha svegliati alle 6:30), hanno abbassato la temperatura di una decina di gradi e il cielo è denso di nuvole scure. Ci alziamo verso le otto e con calma ci prepariamo a questa giornata pensata all'insegna del “touring Budapest with kids”. Opzioni possibili: zoo o Città delle meraviglie (il museo interattivo della scienza) e circo stabile di Budapest oppure terme e crociera sul Danubio. Dato il tempo estremamente incerto, scartiamo a malincuore, ma subito, l'opzione zoo. Ci pentiremo qualche ora più tardi, a giornata inoltrata, quando un bel vento teso e protratto proverà di aver avuto la meglio sui minacciosi cumuli neri padroni del cielo. Optiamo invece per il museo interattivo della scienza, di sicuro gradimento del Ciccio e, a seguire, CIRCO! Muoversi in città con i mezzi è semplice e veloce, ma quando arriviamo sul posto, scopriamo che la Città delle Meraviglie è magicamente scomparsa, trasferita a circa un'ora e trenta minuti di strada da lì. Al suo posto, il museo “Living dinosaurus”. Meglio che niente e niente di eccezionale, ma ci permette di volare con la fantasia e immaginare come potrebbe essere una reale esperienza di museo interattivo del dinosauro. Al termine della visita ci godiamo un film d'animazione in ungherese, che riesce comunque a trasportarci nell'era dei grandi carnivori, dei giganteschi erbivori dal collo lungo e dalle potenti creste ossee e dei proto-uccelli dalle ampie ali cartilaginee. Usciti di lì, niente di meglio che dare da mangiare ai giganteschi pesci baffuti che nuotano nelle piscine del parco antistante il museo. In ginocchio sulla passerella del distributore automatico di mangime, riusciamo anche, allungando la mano, a sfiorarne il dorso liscio, ricavandone una sensazione di piacevole stupore. Alle 17:00 comincia lo spettacolo del CIRCO STABILE DI BUDAPEST. La struttura, in muratura, ospita fino a 1000 spettatori e oggi è praticamente un quasi tutto esaurito. Riusciamo a trovare posto solo fra le poltrone più economiche, ma godiamo ugualmente dello spettacolo di altissimo livello. L'esibizione è arricchita da raffinati disegni di luce e giochi d'acqua spettacolari. Mentre guardo avanzare il funambolo lungo la fune tesa a 45° verso il punto più alto della struttura, sorreggendo con la fronte la lunga asta al limite della quale appoggia in punta di piedi la sua compagna, o mentre il trapezista, a testa in giù, regge con il solo dorso del piede se stesso e la trapezista, che piroetta a gran velocità appesa collo a collo, non posso non stupirmi dell'Uomo, questa creatura che si mette in gioco, scommette con se stessa, punta verso l'alto, cerca di superare il limite, andare oltre. Creatura non solo creata, ma creatrice! Essere che non si accontenta della necessaria soddisfazione dei bisogni primari, ma ad essi aggiunge il bisogno di ricercare e generare bellezza. |
Ore 9:17 Oggi sarà una giornata di Tutto riposo e faremo i turisti!! Abbiamo molte possibilità: la città della scienza, lo zoo, la mini-Ungheria e il circo. Intanto, ci si sta preparando per uscire. Ore 15:16 Siamo usciti da poco dal Living Dinosaurs, un museo con tanti dinosauri meccanici che si muovevano e sembravano veri. Dopo aver provato anche la magnifica esperienza di toccare i pesci vivi ad un piccolo laghetto appena fuori dal museo, ci incamminiamo verso qualcosa dove si possa mangiare, e troviamo un piccolo ma bellissimo barettino alla Francese dove abbiamo mangiato dei piccoli panini e un dolce, per me troppo dolce (e infatti non l'ho mangiato tutto). Purtroppo non abbiamo potuto andare alla città della scienza, perché ci è stato detto che non era dove pensavamo, ma molto più lontano, e così ci siamo persi una quasi del tutto bella e soleggiata giornata allo zoo di Budapest, ma pazienza. Tra non molto entreremo nel circo della grande città ungherese, che tra l'altro è vicinissimo a terme e zoo. Ore 21:09 Dopo aver assistito alle magnifiche esibizioni del circo stabile di Budapest, durate due tempi, usciamo e ci mettiamo in cerca della fermata del filobus o, come li chiameremo noi, «Trus» (Tram-Autobus). Dopo alcuni minuti di ricerca, ci troviamo davanti a una bellissima piazza, la Piazza del «Lungherese» (come verrà chiamato papà). Avendo però capito che non eravamo nella direzione giusta, torniamo indietro. Arrivati finalmente a casa (Maharaja Apartaments and Rooms) ci mettiamo subito a tavola del ristorante dove abbiamo pranzato ieri. Papà ha il mal di schiena, quindi domani c'è la possibilità che non partiremo, rimanendo un giorno in più a Budapest. in tal caso probabilmente andremmo alle terme. |
15 luglio, giorno 2 (Budapest - Rackeve, 50 km)
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Silenzio Potrei scrivere amenità, scemate, impressioni di viaggio, ma stasera non ne ho voglia. Troppi morti, troppa violenza insensata, in questo mondo che è l'unico che abbiamo, in questa Europa che a girarla mi fa sentire a casa ma che molti, per un verso o per l'altro, vogliono fare a pezzi. Lascio solo una foto, senza parole, con il senso che ognuno vorrà darle. |
Li abbiamo incontrati un paio di volte e alla terza ci siamo fermati a fare due chiacchiere. Padre e figlia, in viaggio da Strasburgo all'Iran, in tandem, con la tenda e due borse nemmeno troppo gonfie, alla media di 105 km al giorno. Come dire, a volerla raccogliere, una vera e propria provocazione al nostro amor proprio. L'anno scorso hanno fatto 4000 km in una botta sola, da Strasburgo a San Pietroburgo. Ma...i complimenti sono tutti per Franci, che la nostra umile media di soli 50 km al giorno se la gioca tutta con le sue gambe, sulla sua mountain-bike. Comunque Alexis e Marie, quando ci hanno superato al quarto incontro e si sono volatilizzati all'orizzonte in un battere di ciglia, la voglia di provare, per il prossimo viaggio lungo, un tandem a tre posti, ce l'hanno proprio fatta venire! Sulle lunghe distanze la scelta di usare più paia di gambe per due ruote sole, evidentemente paga. |
Ore 9:37 "Ma sì, Proviamo". Queste le parole di papà che danno il via al nostro fantastico viaggio. «Coraggioso», penso io, se penso che aveva il mal di schiena fino a ieri. Comunque, oggi si parte. Speriamo in bene. 0re 20:35 Il primo giorno è andato molto bene, se non fosse stato l'uscita dalla città che lo ha reso un po' meno piacevole per via del traffico cittadino. La tappa prevede di essere lunga 50 km, e a metà di essi ci fermiamo per pranzare comodamente vicino a un barettino. Si riparte, e per un bel pezzo si va dentro a stradine molto belle tra villette e tra «Guarda, i filiiiiii!!!!!!!!» « Guarda, un palo vecchio e arruginito!!!» Frasi ovviamente dette da me, che sono un amante dei fili e delle cose mezze rotte. Oggi è avvenuto anche il nostro primo incontro, Marie e Alexis, papà e figlia che fanno Strasburgo-Iran. L'unica cosa che mi ha colpito di loro è stata la capacità di mettere tutto il necessario per 4000 km per due persone in tre borse. La mamma dice che è perché prendono meno roba di noi. Secondo me no. Nella prima tappa non poteva mancare il classico INCIDENTE. Mancano 11 km, diciamo «siamo arrivati ormai!». E invece... «CHÉ CASINOOOOO!!!!!» È una belva inferocita? No, è semplicemente papà che gli si è rotto il portapacchi) Comunque, arriviamo dopo un' oretta e mezzo in un camping, dove ci sono anche le terme. |
16 luglio, giorno 3 (Rackeve)
Ha piovuto tutta la notte, piove ancora e pioverà per altri due giorni. Chiusi in una stanza d'albergo...facciamo asciugare le nostre cose...e riprogrammiamo le prossime tappe. L'altro ieri Nizza, ieri notte Ankara. Dov'è ora quell'uomo che genera stupore e che con la sua arte e la sua tecnica prolunga l'opera creatrice di Dio? Com'è che non riesce a vedere, riflessa negli occhi di un altro uomo, la sua stessa immagine? Come può salire tanto verso l'alto e poi sprofondare tanto in basso? Forse lo attrae semplicemente il limite. È l'andare oltre, il punto, quale che sia la direzione. Da creatura creatrice a creatura distruttrice. |
Oggi siamo fermi a Rackeve. E lo saremo anche domani. La mattina a Rackeve è stata molto complicata, perché pioveva tantissimo, una cosa paragonabile ad un diluvio universale in miniatura. Svegli, abbiamo subito incominciato a mettere tutto a posto, e io sono andato alla reception. Intanto mamma e papà smontavano la tenda. Arrivati anche loro, decidiamo di prenotare un hotel a Rackeve, però dobbiamo disdire quello a Solt, e così perdiamo 51€. Insomma, oggi è una giornata NO!! Per ironia della sorte, dopo poco scopriamo ché una ferrovia c'era, e si poteva forse arrivare a Solt in treno senza disdire l'albergo e prenotarne un altro. Ma va bè. Per ora siamo in un albergo molto carino, sempre a Rackeve. |
17 luglio, giorno 4 (Rackeve - Budapest - Rackeve)
Ore 9:18 Oggi, cari lettori, si torna a Budapest. Via treno, che tra l'altro sembra degli anni '70, e magari lo è anche, e, a giudicare dai sobbalzi anche i binari non mi sembra siano stati ristrutturati da allora. Andremo alla città della scienza. Sì, proprio perché non ci eravamo riusciti due giorni fa oggi ci vogliamo andare e ci stiamo andando proprio adesso. Un viaggio in treno di due ore di andata e due di ritorno. Ma ne sarà valsa la pena, state sicuri. Ore 15:59 Siamo usciti da non molto dalla città della scienza, con i più infiniti giochi ed esperimenti ché potreste immaginarvi. Dal solito gioco della spirale ipnotizzatoria ad un gioco in cui ti registravi in un computer e dopo potevi fare un sacco di giochi supersonici e superdifficili. Sono completamente rintronato, e adesso andremo a casa (Albergo «Laguna» a Rackeve) e probabilmente stasera vedremo un film, SCIALLA. |
18 luglio, giorno 5 (Rackeve - Solt, 63 km)
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Lezione di Italiano "Bonne voyage" ci saluta mentre ci sorpassa in auto. Poco più avanti è fermo sul ciglio della strada a far foto. Have a nice day! Noi rispondiamo con un saluto e un augurio in inglese. Qualche chilometro più avanti è ancora sul bordo che inquadra un campo pieno di covoni di fieno cilindrici che paiono pronti per un grande rotolone collettivo. Mi dice ancora qualcosa in inglese e, a questo punto, decido di fermarmi. Joseph è ungherese, ma parla un inglese impeccabile, con quel tanto di accento british a sottolineare le sue virtù linguistiche. Capisco che ci ha scambiato per francesi quando accenna ai fatti di Nizza, ma dopo un attimo l'equivoco si chiarisce e ci dice: "ma allora possiamo parlare italiano!" Da quel momento si consuma per noi una disfatta totale. Joseph parla un italiano perfetto, con giusto un po’ di accento che esalta la sua conoscenza della nostra lingua. Quando ci ricorda l'uso del futuro anteriore vorrei nascondermi, che di anteriore ho presente solo il faro della bici e, in particolare, quelli di Meri e del Ciccio che non vanno. Joseph è più grande di noi, è fotografo per passione e ha una vita da raccontare. E infatti ce la racconta lì, sul ciglio della strada con le macchine che passano e gli automobilisti che probabilmente pensano: "ma guarda questi...." lo vorrei disperatamente contrattaccare almeno con qualche monosillabo in ungherese, ma di questa lingua impossibile, avara di vocali, con parole lunghe come la fame e piene di zeta che non si pronunciano, io sto ancora cercando di capire come si dicono "si", "no", "uno, due e tre". Quindi niente, mi tocca subire l'onta in silenzio. L'incontro con Joseph è uno di quei miracoli che avvengono in viaggi come questo. Miracoli piccoli piccoli, inutili, ma belli, di quella bellezza pura propria delle cose inutili. Chissà se Dio quando ha pensato di creare il Mondo si è domandato a cosa servisse. Secondo me no. |
Riprendiamo la strada. La giornata è bella, ma soprattutto calda. La prima metà tappa, tutto liscio, in mezzo a un mare di girasoli che fiancheggiano la strada e ondeggiano a perdita d'occhio. Dopo pranzo, per evitare la statale 51, torniamo qualche chilometro sui nostri passi per ricongiungerci all'Euro velό 6, che per un lungo tratto segue un tracciato sul colmo di una specie di argine erboso, che corre fra campi sconfinati da entrambi i lati e, dunque, non è propriamente un argine. Se il cielo fosse coperto o fossimo in giugno, sarebbe niente altro che bellezza a perdita d'occhio, ma la giornata è più che tersa, sono le 14:30 e siamo a metà luglio. Che è come dire, e Franci infatti lo dice, l'INFERNO!!! Un caldo da scoppiare, andatura rallentata dal solco gobbuto che corre, stile asse d'equilibrio, lungo i bordi erbosi dell'argine. Non una macchia d'ombra. La pelle che comincia a sfrigolare, nonostante la crema solare protezione 50. Sembra di doverci lasciare le cuoia ad ogni giro di pedali. Quando si torna sull'asfalto, pare di volare. L'ultimo sforzo poi è di nuovo in mezzo ai campi, lungo una sterrata di sabbia bianca, fine come lo zucchero a velo, che diventa fango da risucchio laddove l'acqua delle burrasche dei giorni scorsi non è ancora del tutto filtrata o evaporata. Marce molli, dunque, per evitare di impantanarsi e gimcana tra le pozze fino all'azienda agricola, dove abbiamo prenotato una camera per la notte. E poi… cavalli bianchi all'abbeverata poco lontano dalle nostre finestre, grilli che cantano a distesa dopo le otto di sera, luna piena e...pattuglie di zanzare che mi fischiano nelle orecchie e mi costringono ad una sauna fuori programma, barricata sotto il piumone del quale, inutile dirlo, non ci sarebbe alcun bisogno stasera! Buonanotte!!! |
Oggi siamo arrivati a Solt. È stata una tappa molto più difficile rispetto a quella di Budapest-Rackeve, soprattutto i 10 km in più di sterrato erboso che ci hanno fregato e ci hanno letteralmente squagliato come due gelati al sole. Siamo appena arrivati a un Bed and Breakfast molto carino. Papà mi ha raccontato due bischerate fatte con la mamma quando erano giovani. |
19 luglio, giorno 6 (Solt - Kalocsa, 43 km)
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Oggi, tappa breve. 43 km con partenza presta rispetto ai nostri ritmi standard. Alle nove siamo con i piedi sui pedali. Dopo il caldo patito ieri, giochiamo la carta delle ore fresche del mattino. Vietato ridere! Stiamo migliorando i tempi a vista d'occhio! Il percorso è vario: parecchia ciclabile, un bel po' di strade secondarie e poco trafficate e qualche chilometro del medesimo sterrato zuccherino e appiccicoso di ieri. In giornata riusciamo anche a forare (Franci) e in questo modo ad avere conferma ancora una volta della saggezza e della verità dei detti e proverbi popolari. In questo caso è il ben noto adagio “non tutti i mali vengono per nuocere” a cantarci nelle orecchie, quando ci rendiamo conto che la pozza d'ombra dove ci fermiamo a sostituire la camera d'aria è prodotta da una coppia di alberi di amarene ricolmi di frutti succosi e maturi. Così, mentre il Pippone lavora e il Pippetto ne registra i grugniti e le imprecazioni sul tablet, io riempio la gavetta di delizie, che mangeremo per pranzo una volta arrivati a Kalocsa. |
Ore 15:31 Oggi la tappa, come detto prima, è stata più corta della precedente e, anche come tipo di strada, è stata molto più semplice e il terreno molto migliore. Dopo metà percorso, ripartiti, io foro la gomma e allora ci fermiamo e papà mette la camera d'aria e, dopo una mezz'ora ripartiamo e dopo 20 chilometri arriviamo a Kalocsa , un paesino molto bello che non abbiamo ancora visto, però sembra molto bello. Abbiamo da poco mangiato, e tra qualche ora andremo a mangiare in un ristorantino. |
20 luglio, giorno 7 (Kalocsa - Baja, 48 km)
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Code di gatto Mia mamma aveva un proverbio per ogni occasione. Non ho mai capito quanti li pescasse nella memoria della saggezza popolare di un tempo e quanti li inventasse lì per lì, recitandoli in un marchigiano un po' arrugginito dal poco uso. Molti oggi non si potrebbe più dirli senza rischiare una telefonata al telefono rosa o anche una denuncia per istigazione al femminicidio. Penso, ad esempio, a: "In mancanza di meglio si va a dormire con la moglie", oppure al più estremo "E anche questa è fatta! Diceva quello che strozzava la moglie". Il fatto che a usarli fosse una donna che era pure moglie li rendeva un po' meno politically incorrect, anche se ai tempi il termine era praticamente sconosciuto. Il proverbio che mi viene in mente in questi giorni meriterebbe una denuncia all'ENPA: "la coda del gatto è la più lunga da scoticare". Considerando che la lunghezza della coda è più o meno uguale a quella del gatto si desume che in un viaggio la prima metà va via come il pane, mentre la seconda scorre come la colla in un tubo. Per noi è proprio così. La seconda metà del percorso dura in media il doppio della prima, come se il fermarsi causasse un accumulo di eventi che si scaricano tutti nella seconda parte. Ieri, ad esempio, una foratura (sotto un provvidenziale albero di amarene), il caldo, una sterrata micidiale, l'altro ieri l'incontro con Joseph, il caldo, un'altra sterrata micidiale. Oggi decidiamo di usare lo scoticatore automatico, ovvero il treno nella seconda metà del percorso (che sarebbe doppio per recuperare uno dei due giorni persi). Poi un colpo di genio ci fa virare su una ciclabile che ci porta diretti a Baja costeggiando il Danubio, che fra l'altro non si vede mai, nascosto da un sipario di alberi e zanzare. Il paesaggio, in questi giorni, è tutto pianura, fieno e girasoli. Ancora due giorni di Ungheria e passeremo in Croazia. La coda del gatto è ancora lontana, ma se i proverbi vogliono dire qualcosa dovremmo forse dotarci di falcetti e mannaie. Oppure di santa pazienza e gambe. |
Con partenza alle 8:30 e arrivo alle 13:00 al campeggio abbiamo buona parte della giornata libera. Stamattina abbiamo deciso di seguire l'Euro velό 6, che dava la tappa quasi interamente lungo una sterrata. Non è stata una scelta ovvia, visto che ieri sera una delle mie borse ha dato qualche problema, in parte dovuto a una vecchia riparazione, in parte ai molti sobbalzi subiti nei due giorni scorsi. Arrivati al punto d'attacco, ci siamo resi conto che oggi il tipo di sterrata era meno impegnativo (ghiaia fine su fondo ben battuto). Abbiamo rischiato, sperando che tutti i circa 40 km di percorso fossero così e abbiamo fatto centro. La pedalata è stata tranquilla, senza imprevisti. L'ampiezza della stradina ci ha permesso di pedalare fianco a fianco, chiacchierando un po'. Franci sta progettando di scrivere una lunga lettera al presidente Mattarella circa le “utili misure da adottare per evitare il dilagare tra giovani e meno giovani di alcuni video-giochi, che possono indurre le persone a compiere brutte azioni” Questa idea gli è venuta dopo aver letto la dinamica dei fatti di Nizza, che sembrano ricalcare esattamente un video-gioco molto diffuso tra ragazzini della sua età e giovani adulti, dove il giocatore, nei panni di un autista per l'appunto, deve prendere di mira e colpire con il suo mezzo quanti più passanti incontra lungo la strada. Aumentando così il proprio punteggio. Qualsiasi commento mi sembra superfluo. |
Ore 15:31 Oggi siamo arrivati a Baja, anche se la tappa era impostata in modo diverso, perché sarebbe stata che noi arrivavamo a Szekszárd e poi lo stesso giorno prendevamo il treno per Baja. Però, ci siamo accorti che si poteva comunque fare una strada alternativa che portava a Baja facendo molti meno km di quanti ne avremmo fatti per arrivare comunque a Baja (74), e allora abbiamo detto:- Ma si dai, invece di 30 km ne faremo 40, non sarà mica la fine del mondo! -. Pedalando, io e mamma abbiamo discusso mi videogiochi violenti, sull'ISIS e sul discorso BREXIT, l'uscita della gran Bretagna (che di grande ormai mi sembra abbia solo il Regno, e Basta). Appena arrivati, io mi butto in bagno e faccio tutto quello che dovevo fare da 10 km: CACCA!!! Come nel film Bar Sport, quando una persona mangia la "Luisona", una pasta, e dopo non la digerisce più. Dopo, io mi tuffo nella sabbia e faccio una casetta con i legnetti bellissima. |
21 luglio, giorno 8 (Baja [HU] - Suza [HR], 76,2 km)
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Cicogne al pascolo. Fino ad oggi le avevamo viste solo in cima ai pali della luce o sopra i camini, qualcuna in volo. Oggi le abbiamo viste in più punti del tragitto pascolare ai bordi della strada, al limitare dei campi. Il caldo ci obbliga a fermarci qualche ora, per ripartire verso le 16:30. Grandi partite a UNO sulle panchine del centro di … Passiamo in Croazia a sera. Aria di casa! Ottima cena con crema di pomodori e vermicelli più pollo ai ferri per me. |
Ore 20:00 0ggi tappa lunga, anzi, più che lunga! La tappa sarebbe stata più corta, solo che a Udvar non c'era uno straccio di albergo e l'unico paesino prima dove c'era qualcosa era a 14 km prima, il che voleva dire che domani se ne dovevano fare 80 di km. INVECE, essendo che io avevo perso il caricatore del tablet, papà e andato a comprarlo in un negozio di elettronica a prenderne uno nuovo. E in quel modo due ore se ne sono andate. Insomma, siamo partiti alle 9 e siamo arrivati un'ora fa, però domani abbiamo 30 km invece che 80! A domani! A una piccola sosta abbiamo incontrato un bruchetto. Oggi siamo in Croazia. |
22 luglio, giorno 9 (Suza - Osjek, 36 km)
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No pain, no gain Quando facevo lo speleologo la gente mi chiedeva cosa ci trovassi di bello a infilarmi sottoterra, in buchi più o meno fangosi, quasi sempre stretti, facendo una fatica da minatore senza neanche essere pagato. Io rispondevo senza indugio: il piacere che si prova quando si esce. Molti la prendevano come una battuta, e io lo lasciavo credere, ma chi capiva che la mia risposta era seria rimaneva sbigottito. È un po' come prendersi la mano a martellate per godere quando, per sbaglio, manchi il tiro. Naturalmente c'era molto altro in questo sport per molti versi estremo. Io mi porto ancora dentro l'odore del carburo, le infinite parole misteriose dell'acqua, ora a scroscio, ora a sgocciolii, e poi il buio, totale, assoluto. Poche cose mi sono rimaste impresse come la bellezza dell'assenza totale di luce in cui amavo immergermi quando, seduto, aspettavo che i miei compagni risalissero gli interminabili pozzi attaccati a spaghetti di nylon da 9 mm di diametro. Ma certamente il pensiero dell'uscita, dopo 12-18 ore passate in condizioni fisicamente pietose, dava una spinta formidabile. Il cappuccino preso al rifugio, il panino al salame nascosto nello zaino da brancare e sbranare con le mani ancora fangose, i prati su cui sdraiarsi in mutande al sole con la tuta e il materiale da grotta, una palla unica di fango, buttati in un angolo che ci penserò domani a lavare, o dopodomani. O durante il prossimo fine settimana. O la lascio così che tanto si sporca ancora. Riflettiamo con Meri che con la bici c'è qualcosa di simile. Ce lo conferma anche Ludovico, un ciclista che ci vede appollaiati sul ciglio della strada in questo pomeriggio con temperature da valle della morte. Si ferma, ci chiede se va tutto bene. Sì, è che fa caldo e non abbiamo fretta. Scambiamo due parole. Lui e il suo compagno di viaggio spagnolo, Manuel, fanno Vienna - Belgrado. E voi? Noi si va fino al Mar Nero. Bravi! Beati voi! Sì, beati noi, che bello.... Che piacere quando arriveremo e sarà finita... intanto guardo la fila delle tappe da fare e che sembrano non finire mai. Fra quattro giorni saremo a Belgrado, che ci appare come un miraggio, e non saremo neppure a metà. Devo dire che vista da qui, da dentro, questa impresa un po' mi inquieta. Ma perché lo facciamo? Ludovico ci rassicura. Non siamo pazzi. Anche per lui il pensiero dell'arrivo, della birra fresca e della cena, del letto e della colazione, abbondante, costituiscono una forte motivazione. Ma non è tutto qui. L'emozione di sentirsi viaggiatori, la gioia di passare da una lingua all'altra, di attraversare frontiere e trovare la stessa umanità, la sorpresa di entrare in una chiesa in un paesino sperduto e trovarla lì, aperta, con paramenti strani, diversi dai soliti, la stupore di vedere terra dove andare dalla cima di una collina dove sei arrivato lasciando per strada tutto il respiro. Il miracolo di avere con noi nostro figlio, chissà per quanto tempo ancora, con cui discutiamo di cose più grandi di noi. Il sogno, l'illusione forse, di essere solo uomini su un pianeta, in barba alle bandierine che ci portiamo appresso. È veramente tutto qui il senso, il perché. Certo che senza la birra all'arrivo, chi ce lo farebbe fare? |
Con partenza tarda, la tappa, anche se breve, prova le nostre forze. Fa un caldo impossibile. Cerchiamo riparo in qualche chiesetta di paese. Ne troviamo aperta solo una, non capiamo bene di quale confessione. Probabilmente ci ha visto entrare e subito si è premurato di fare la dovuta, discreta guardia al luogo sacro. Ci siamo girati e lo abbiamo trovato lì, sulla porta, attento e silenzioso. Non potevamo capirci. Lui evidentemente non conosceva altra lingua che il croato. Ce lo ha fatto capire con qualche cenno del viso e gesto delle mani. Non ci ha fatto fretta, ma non se ne è andato fino a quando abbiamo di nuovo inforcato le nostre bici e abbiamo ripreso la strada. Mi ha colpito la sua premura verso quel luogo di preghiera, il suo scrupolo silenzioso, ma al contempo tollerante della nostra “curiosità”. Prima di andarcene lo abbiamo salutato più volte e lui ogni volta ha alzato la mano e assentito con il capo. Senza proferire parola. Nel pomeriggio incontriamo Ludovico e Manuel. Ludovico torna indietro per dare una mano, se serve. Noi siamo solo fermi per uno sneackino e un sorso d'acqua. Tutto a posto. Poche parole per dirci quanto è bello pedalare per il mondo e buttarsi stanchi su un letto a sera e Ludovico riprende la sua strada. |
23 luglio, giorno 10 (Osjek - Vukovar, 46 km)
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Peace tourists "Are you interested in war tourism?" Ce lo chiede Paola, figlia di Paolo, il gestore della splendida pensione di Vukovar dove arriviamo verso le 20. Non avevo mai sentito questo termine, ma bastano cinque minuti su internet per capire che il turismo nei luoghi di guerra, preferibilmente dove siano avvenuti massacri e atrocità, è pratica antica e ancora attualissima. Pare che nel XIX secolo si organizzassero tour per assistere dal vivo le grandi battaglie, magari sgranocchiando un panino sull'erba, salvo poi scappare a gambe levate se la battaglia prendeva una strana piega. Oggi c'è chi va a fare turismo in Iraq, Afghanistan, o addirittura in Siria, in piena guerra civile. Rispondo di no. Mi interessa la storia di Vukovar, di cui la guerra è una parte importante ma non la guerra in quanto tale. Questa cittadina di 30000 anime fu assediata per 87 giorni nella seconda metà del 1991 dall'esercito Jugoslavo e dalle milizie serbe. Niente entrava, niente usciva. La gente moriva, colpita da circa 700 granate al giorno che rasero praticamente al suolo la città. Nel novembre del 1991 la resistenza cedette alla forza degli assedianti, molto più dotati di uomini e mezzi. In barba agli accordi presi per negoziare il cessate il fuoco i vincitori evacuarono l'ospedale e giustiziarono tutti, civili e militari, croati, serbi e pure ungheresi, che non c'entravano. Tutti gettati in una fossa comune, scoperta anni dopo. Un massacro. Una carneficina. Un insulto alla vita, alla bellezza, al senso di vivere. Come ce ne sono tanti. E noi dovremmo fare i "turisti", per provare il senso vivo dell'orrore davanti a una scena ricostruita con manichini presso i resti di quello che era l'ospedale? Oppure vedere e toccare con mano gli strumenti che hanno portato tutta questa sofferenza? Ma anche no. Decliniamo l'invito. Piuttosto vorremmo avere il coraggio di parlare con Paolo, che all'epoca avrà avuto 20 anni, per capire come si è formato il bubbone dell'odio che ha portato a Vukovar, Srebrenica, Mostar e così via. Per capire come si vive oggi in una città a 1 km dalla Serbia, appena dall'altra parte del Danubio, una città dove i bambini serbi e croati frequentano scuole diverse e sono apparentemente più intolleranti gli uni verso gli altri dei genitori stessi. Ma non ce la facciamo. Ci manca il coraggio di provare ad aprire una porta che chissà cosa nasconde. Più che la paura di ciò che potremmo trovare, ci frena il pudore, il riserbo, il senso di rispetto per un dolore che, in fondo, non ci appartiene. Come giornalisti saremmo un fallimento. Giriamo la sera per il centro pedonale, fra case ricostruite da zero e ruderi ancora sforacchiati dalla mitraglia. La gente mangia il gelato, ride, gode della piccola normalità che, in fondo, è quello che tutti vogliamo. Sulla città si staglia la torre dell'acqua, semidistrutta ma ancora in piedi, sforacchiata come un dente cariato. Sulla cima la bandiera croata garrisce al vento, come se sfidasse in eterno il "nemico" sull'altra sponda del fiume. |
Il caldo è intollerabile. Impossibile mettersi sul sellino prima delle 16:30 del pomeriggio, considerando che prima delle 9.00 non si riesce mai a partire. Allora visitiamo. Prima un ciclista, per rinforzare i nostri cavalletti, poi la città. La cattedrale dei SS. Pietro e Paolo è un'oasi di frescura, accogliente e raccolta. Non è una meta turistica, è quello che deve essere. Ci sediamo, godiamo di questo fresco conforto del corpo, e la preghiera sale dritta dal cuore. Ed è preghiera per il nonno e preghiera per il mondo. Poi, quando stiamo per andarcene, entra un gruppo di suorine, abito nero e velo bianco, che subito intona un canto in polifonia. Mentre le voci si mescolano e salgono eteree verso le volte della chiesa, le sorelle passano da un affresco all'altro, indicano una vetrata, il rosone, l'organo. E sorridono, annuiscono, si muovono tutte insieme, seguendo l'invito ora dell'una ora dell'altra, senza interrompere il canto. Quando arriviamo a Vukovar è sera. Arrivando a Osijek ieri, già avevamo riconosciuto, al limitare dei boschi che fiancheggiano la strada, i cartelli bianchi e rossi dove un teschio e qualche parola per noi incomprensibile ammoniscono a non oltrepassare il limite a causa della presenza, ancora oggi, di possibili mine antiuomo risalenti alla guerra dei Balcani. Oggi, pedalando verso Vukovar e stasera qui, in città, i segni della guerra si sono fatti ancora più evidenti. Innumerevoli le case che conservano le facciate sfregiate dai colpi d'arma da fuoco di vent'anni fa. Come le case dei piccoli villaggi, fuori dalle cui porte siedono anziani, giovani donne con bambini, nonnine a crocchio. Tutti che volentieri rispondono, alzando la mano, al nostro saluto. Un sorriso per un sorriso. Un saluto per un saluto. E una sensazione di semplice, calda accoglienza, che è la stessa che stiamo incontrando nelle pensioni dove pernottiamo. Quando arriviamo a “Vila Vanda”, a dieci minuti a piedi dal centro di Vukovar, troviamo Paulo, che ci accoglie con qualche parola di italiano e un gran sorriso. È un padre giovane. Ha circa 40 anni e una figlia di 20, Paula, che funge da ottima interprete, con il suo impeccabile inglese imparato in Olanda. È lei che, con sguardo limpido e sorriso sincero, ci chiede se siamo interessati al “war-turism” (turismo di guerra). Sapevo, arrivando in questa parte della Croazia, che avrei visto i segni del conflitto, ma non avevo mai pensato a noi come a dei “war-turists”. È il candore con cui Paula ci rivolge la domanda, la naturalezza di quella che pare essere una semplice realtà, un dato di fatto, che io però non avevo mai nemmeno ipotizzato come possibile, che genera il grumo duro nello stomaco, che lo fa salire in gola e, più su, a forzare la barriera delle ciglia, in un'onda che non mi consente quasi di continuare la conversazione. No, il dolore non può essere un “recreational entertainment”! Non per me. Alla Water tower crivellata di colpi oggi come alla fine del conflitto, sentinella dilaniata della memoria dell'orrore, andremo. Ci fermeremo a cercare di capire l'incomprensibile, lasceremo entrare dagli occhi le ferite scolpite sulle facciate delle case, ma vogliamo portare con noi, lasciando questa città, anche impressioni positive. Non vogliamo che la vergogna della guerra la faccia da padrona. C'è dell'altro qui e anche quello vogliamo portare con noi. Domani non andremo a visitare né il museo militare, né la ricostruzione fedele dell'ospedale di guerra. |
Prima di partire per Vukovar, facciamo una capatina alla vecchia città di Osijek, un vecchio castello. Dopo invani tentativi di trovare il museo che cercavamo, quando scopriamo che era chiuso, essendo che erano le 2 di pomeriggio, ci siamo tuffati in un altro museo sulla Slavonia, una regione della Croazia , dove c'erano anche molti orologi e gli SWATCH, tipici orologi che hanno salvato l'industria svizzera. |
24 luglio, giorno 11 (Vukovar - Ilok, 46 km)
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C'è un bellissimo museo, appena fuori città, dedicato interamente alla civiltà Vucedol. Una popolazione che tra il 3.500 e il 2.000 a.C. si insediò in questa precisa area per poi muoversi attraverso l'Europa settentrionale. Pastori e agricoltori, pescatori e artigiani, che 5.000 anni fa avevano già un'abilità sorprendente nella produzione di manufatti, calzature, abiti e un proprio calendario basato sull'osservazione del cielo e riprodotto nella simbologia utilizzata nella decorazione delle ceramiche e nei riti funebri. E ancora a sorprendermi è la scintilla della conoscenza, il bisogno di bellezza, la ricerca dell'armonia, che trapela dai reperti e dalle ricostruzioni che vediamo nel museo. Lasciamo la città verso le 17:30 alla volta di Ilok, ultimo abitato al confine con la Serbia. Domani passeremo il confine e saremo per la prima volta in quel paese, che nel nostro immaginario è difficile pensare diversamente dal paese aggressore dei Balcani e del quale ci piacerebbe conoscere tutto ciò che le cronache di guerra hanno relegato nell'ombra. La stanza d'albergo dove dormiamo è immensa e molto accogliente. Su ogni cuscino un biscotto di benvenuto alla cannella. Prima di arrivare qui ci siamo fatti alcune belle salite (fino all'8%) Ce la si fa!!! |
C'è una canzone, di Enrique Iglesias, in cui in una strofa dice: Bailamos Hasta Las diez, Hasta que duelan los pies Ecco. Io, se fossi il cantante e in questo periodo, la cambierei in: Pedalamos Hasta Las diez, Hasta que me duele el CÚL! Motivo: ieri e oggi il sedere ha protestato, anche se papà ha detto che si sta formando il callo del ciclista. Mah. Prima di partire per Ilok visitiamo un monumento molto brutto ma toccante di Vuckovar: LA TORRE DELL' ACQUEDOTTO, monumento che tristemente ricorda la guerra della Jugoslavia: Croazia, Slovenia, Serbia, Montenegro e Bosnia Erzegovina. La torre fu colpita dai Serbi. Sotto all'acquedotto c'era un ristorante. È strano, mi dico, che gli stessi stati che HANNO sconfitto nazisti e fascisti, si ritrovano a fare loro stessi atti molto simili a quelli che facevano loro, se non uguali. Ovviamente sto parlando dei Serbi che, alla morte di Tito si sono ritrovati con tutti gli stati jugoslavi che richiedevano la loro indipendenza. O anche gli americani, che ultimamente hanno bombardato una delle città in Siria, per colpire i terroristi. O ancora l'Inghilterra, che è appena uscita dall'Unione Europea, e precedentemente non aveva tolto le frontiere, non aveva adottato l'Euro e non aveva aderito a Shengen. O la Russia, che per tanto tempo ha mantenuto l'unione Sovietica, detta URSS. Domani entreremo in Serbia, chissà se la mentalità lì è ancora come allora, penso io. Speriamo di no. |
25 luglio, giorno 12 (Ilok - Beska [SRB], 79,4 km)
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Consigli per gli acquisti Ora devo proprio fare un po' di pubblicità. Se volete andare all'estero non dimenticatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it, il sito della Farnesina dedicato al turismo. Se non lo fate, potreste pentirvene. Noi ce ne siamo quasi pentiti alla partenza. Tutti pronti al check in a Malpensa, tre bagagli, tre bagaglini, tre biciclette fatte a pezzi in altrettanti borsoni e tre esseri umani con il sorriso sulle labbra e le borse sotto gli occhi per la levataccia delle quattro. L'addetta al check in della WIZZAIR ci chiede: "lo stato di famiglia?" Punti di domanda fioriscono sulle nostre teste mentre lo stomaco si chiude in attesa del peggio. "Perché, serve?" chiedo con vera innocenza e finta noncuranza "certo, se no chi ci assicura che il piccolo è vostro figlio?" "Ma non vede che mi somiglia?" Lo penso ma non lo dico. Invece rispondo: "Ma siamo andati in Spagna un mese fa e mica ci hanno chiesto niente!" "E hanno fatto male!" Telefonata. Minuti di paura. "Ci sono dei polli senza stato di famiglia, che faccio?... Sì, l'indirizzo è lo stesso... Ok". Giù il telefono. "Va bene, per stavolta passi" Espirone collettivo di sollievo. Prima di imbarcarmi controllo il sito della Farnesina e scopro che è vero. Con minori di 14 anni la compagnia aerea può rifiutare l'imbarco in assenza dello stato di famiglia o del nome dei genitori sul documento del minore. Scopro anche che in Serbia basta, sì, la carta d'identità, ma è meglio avere il passaporto, perché non si sa mai. Tutto questo treno di pensieri mi traversa il cranio alla frontiera fra Croazia e Serbia, a Baška Palanka, appena al di là del Danubio. La poliziotta ci ha preso i documenti e, "SLAM", ci ha chiuso la porticina in faccia mandando in pezzi i nostri sorrisi e i nostri "Doberdan". Un minuto Due minuti. Ma che minchia sta facendo? Tre minuti. Ecco, ci frega. Quattro minuti. Ma perché non ho guardato prima il fottutissimo sito? Cinque minuti. Apre lo sportellino e ci ridà i documenti. Passiamo. Siamo in Serbia. Espirone collettivo di sollievo. Se andate all'estero controllate il sito della Farnesina, o mal ve ne incolga. La strada fra Ilok e Novi Sad è, per la maggior parte, una sterrata al calor bianco che costeggia il lato sinistro del Danubio. Sulla riva destra si stende una schiera di colline che avrebbe reso il percorso su quel lato più interessante, ma anche più duro. Il gestore della pensione di Ilok ci ha consigliato la noia del piattume al sudore delle salite, e così abbiamo fatto. I tratti percorsi sulla statale sono impegnativi per gestire il traffico, anche di mezzi pesanti, con i veicoli che sembrano non notarci e ci sorpassano a volte quasi a rasoio. Qualcuno ci suona, forse per salutarci o forse per altro, chissà. A Novi Sad, dopo 50 km, ci fermiamo per mangiare e far passare la caldana del pomeriggio, prima di affrontare i successivi 30 km, durante i quali ci aspetta, paziente, da anni, una salita di 4 km all'8%. La Serbia non ci appare poi così diversa dall'Europa che conosciamo, ma un pò si. Il parco auto, ad esempio, è un minestrone di ferraglia arrugginita e auto EURO 6. Lo stesso vale per l'architettura urbana, dove passi con assoluta naturalezza dagli eco-mostri di stampo sovietico, a villette bucoliche, a baracche più o meno cadenti, a case con mattoni a vista. E pure le strade mescolano lo stile "rattoppo- arlecchino" a quello "nastro di seta". La gente è mediamente più allegra e sorridente, soprattutto rispetto all'Ungheria, dove i sorrisi li dispensavamo con il contagocce. La gente ti parla volentieri, ti sorride, ti mette a tuo agio. Più di una volta i passanti, inteneriti e divertiti dal Ciccio che si porta a spasso la volpe di peluche a mo’ di cane, legata a un guinzaglio di fortuna, regalano una carezza così, a gratis. Mai successo in Italia. Ma dove sono i serbi brutti e cattivi che vent'anni fa hanno messo a ferro e fuoco i Balcani? Noi, per fortuna, non ne vediamo. Ammesso che ce ne siano, poi. |
Tappa lunga. Si parte presto e si divide il percorso in due, con sosta a Novi Sad nel pomeriggio. Eccolo il confine. E la terra di mezzo, quella lingua d'acqua che divide i due paesi, quel ponte che li unisce. Terra di mezzo, terra apparentemente di nessuno, dove la Dunav (il Danubio) scorre fra due patrie. Per evitare qualche salita, dietro consiglio dell'albergatore prendiamo la sponda sinistra, piatta sì, ma trafficata, che richiede tutta la nostra concentrazione per mantenere la strada ed evitare di sbandare quando auto, pullman e camion ci sorpassano allegramente, senza avere troppo riguardo per le distanze di sicurezza. Tutto da questa parte del confine sembra essere un po' più trascurato: le strade, la cui filosofia di manutenzione prevalente sembra essere quella del rattoppo; le case, che, pur non evidenziando segni di sfregio, sembrano più umili ed essenziali, in un certo senso più povere. O è solo un'impressione? Come in Ungheria e in Croazia, il nostro tracciato ci porta attraverso villaggi le cui case sono prevalentemente allineate lungo la strada principale. Che li attraversa e poi riprende a correre fra vasti territori, occupati da campi coltivati. Girasoli e mais in Ungheria, girasoli, mais, vite e frutta in Croazia e così ora in Serbia. A giudicare da quello che vediamo in questi giorni, qua la gente vive prevalentemente del lavoro della terra. E sembrano essere vite umili e semplici, qui come là. A Novi Sad arriviamo verso le 14:00. Accaldati, affamati e desiderosi di una bevanda fresca. Ristorantino sulla Dunav. “Benvenuti in Serbia”, sono le parole con cui ci accoglie il cameriere. Prima di ripartire, io e Francesco saliamo lungo scale in pietra e acciotolato per raggiungere il punto più alto della città vecchia, un sistema di mura e fossati, che cingono l'altura e si affacciano con imponenti bastioni sul Danubio. Nel cielo si addensano le nuvole e il vento scuote gli alberi, scompiglia i capelli, si porta via un po' di quell'afa, che da giorni ci accompagna e ci costringe a bagnare le magliette per attenuare la fatica che si fa pedalando a 30°. Quando ci lasciamo alle spalle la città, sappiamo che ci aspetta, di lì a una decina di chilometri, una salita di quattro, la più lunga di questo viaggio fino ad oggi. La superiamo in tre tiri. Daniele e Francesco si aiutano cantando e così “La società dei magnaccioni” entra a far parte a pieno titolo del repertorio musicale di questo viaggio. Il traffico è intenso fino a che, in cima alla salita, ci allontaniamo dalla strada principale. Finalmente ci si può rilassare, si scollina e si scende! Arriviamo all'agriturismo poco dopo le 19:00. I ragazzi che ci accolgono non parlano l' inglese. In compenso sono molto bravi a sorridere e solerti nel farci sentire a nostro agio, a dispetto dell'assenza di acqua calda in doccia e, più in generale, di acqua dalle nove della sera e fino a mattina. L'acqua torna a scorrere puntuale nei tubi alle 7:30 del mattino seguente, per consentirci di lavarci la faccia prima di colazione e di fare serenamente quello che in molti, credo, fanno dopo colazione. O mi sbaglio? |
Ore 20:40 Si può dire che di sicuro in Serbia i bordi delle strade non sono belli come quelli croati, e lo stesso vale per le macchine. Mentre in Croazia le macchine acccostavano alla nostra sinistra e rallentavano, qui né accostano, né rallentano, anzi, sembra che accelerino proprio mentre ti sorpassano! Ma vabbè. A Novi Sad, dove ci siamo fermati per visitarla e per pranzare essendo che era caldo ed erano le 12:00, abbiamo mangiato in un ristorantino molto carino, dove abbiamo incontrato un bellissimo gatto a cui ho dato da mangiare, abbiamo mangiato e poi siamo andati a vedere la città vecchia, che sorge tutta su una collina e sembra una spirale tutta fortificata da mattoni. In cima c'è un museo, dei bar e il Tribunale. Il percorso per arrivare in cima è molto carino e impegnativo da salire. Nelle salite tra Novi Sad e Beska io e papà, soprattutto in quella di 4 km, abbiamo cantato una canzone romanesca: "La società dei Magnaccioni". Siamo arrivati a Beska in un bellissimo ristorantino / pensioncina e oggi dormiremo lì. Per ora non c'è l'acqua né calda né fredda, quindi non si può fare la cacca, la pipì e lavarsi i denti. Domani andremo a Belgrado. Saranno altri 70 km! :-/ |
26 luglio, giorno 13 (Beska - Belgrado, 71 km)
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Bandiere giuste e sbagliate Finalmente oggi è nuvoloso. Pare strano a dirlo, ma dopo giorni e giorni sotto un sole implacabile, con 30 e passa gradi all'ombra, un cielo coperto è come vedere la Madonna. Si va spediti verso Belgrado, la metà psicologica del viaggio (quella reale è 150 km più avanti). Le nostre bandierine sventolano allegre. Ne abbiamo una per ogni stato che abbiamo visitato in questi cinque anni a due ruote, o quasi: Austria, Slovacchia, Ungheria, Francia, Croazia. Ci mancano l'Olanda, la Germania e la Serbia, ma per quest'ultima provvederemo quanto prima. A un certo punto un'auto si ferma e un giovane mi chiede di avvicinarmi. Non cerca un'informazione ma ci consiglia di mettere via la bandiera croata. Per lui non è un problema, dice, ma c'è ancora una minoranza di persone per le quali vedere i simboli della Croazia fa lo stesso effetto del rosso con i tori. Sarà per questo che ogni tanto qualcuno ci suona? O che ci fa il contropelo sorpassandoci? Non lo sapremo mai, ma a scanso di equivoci riponiamo le nostre bandierine croate in attesa di tempi e luoghi più favorevoli. Ringrazio di cuore il giovane (Dragovan?) perché si capisce che la sua principale preoccupazione è che non ci debba capitare nulla di spiacevole per un motivo così piccolo e futile. Da parte mia mi sento uno sciocco a non averci pensato da solo, così perso nella mia ingenuità da "volemose bene". L'arrivo a Belgrado è traumatico. Circa venti chilometri prima, a Batajnica, decidiamo di prendere il treno, con l'obiettivo dichiarato di evitare i traffico cittadino. Di peli e contropeli, per ora, ne abbiamo avuti abbastanza. Il capostazione, da me interrogato, mi informa che: 1. Si può andare a Belgrado con il treno 2. Possiamo caricare la bici 3. Non dobbiamo pagare il biglietto (non capisco ma mi adeguo) 4. Il treno partirà da lì a poco. Quando il convoglio si presenta ad accogliere noi e i velocipedi capiamo di non essere in Austria. Il tutto è abbastanza sgangherato, ma quel che è peggio è che dobbiamo caricare le bici sollevandole su per tre gradini verticali e infilandole con tutte le borse in due porte-pertugio a mo’ di cammello nella cruna del biblico ago. A Belgrado il treno si ferma, ma solo per continuare, a Belgrado Centrale, una stazione sotterranea completamente fuori mano, ad almeno 5 km dal centro. Come si chiami il grumo di binari che vedo sulla mappa perfettamente in centro città e che il nostro treno ha accuratamente evitato evito di chiedermelo. Scendere dal treno implica espellere attraverso la cruna circa un quintale di materiale cicloturistico sotto l'occhio impaziente del capotreno che conta i secondi di ritardo che stiamo causando. Uscire dalla stazione è una lotta contro un muro di barriere architettoniche: quattro rampe di scale, ripidissime, e neanche un'ascensore. In giro non c'è anima viva. Fuori siamo in mezzo al nulla o, meglio, alla periferia della città. Per arrivare in zona centro dobbiamo attraversare prima l'autostrada, con un sottopassaggio imbroccato al secondo tentativo dopo un contromano, e poi una zona di giardini in salita da superare portando la bici su per scalette verticali con i conseguenti su e giù di borse, borsoni e accessori. Finalmente gli ultimi chilometri riusciamo a farli su un vialone trafficatissimo ma diritto e con marciapiedi abbastanza larghi da passarci con la bici. Alla fine, come un miraggio, ci appare l'ostello. Ci abbiamo messo il doppio del tempo, sputato tre ernie, incontrato tutti i tipi di traffico, ma alla fine ci siamo. Per i prossimi due giorni di pedalare non se ne parla neppure. |
27-28 luglio, giorni 14-15 (Belgrado)
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Cosa mi porterò dei giorni passati a Belgrado? La musica, moderna, occidentale. I sorrisi della gente, mai avara di gentilezze. Il tramonto sul Danubio, da un ristorante-bar su una chiatta La passione di Jeriko, che ci guida nel "communist tour", ci racconta di Tito e, soprattutto, del periodo nero della guerra nei Balcani. Di Jeriko mi porterò anche il suo ottimismo e la sua onestà nell'ammettere le responsabilità del suo popolo, pur non mancando di aiutarci a vedere le cose dal loro punto di vista. Lo sguardo sorridente, ma in fondo triste, di Dragovan, artista di strada, che sforacchia lastre di rame. Chiuse a cilindro e illuminate dall'interno rivelano decorazioni, disegni, scritte in cirillico. Il cirillico, sempre più raro non solo nella capitale, ma dappertutto, quasi a sottolineare la situazione di un popolo con pochi riferimenti, che ha perso tutte le guerre e ora non sa più chi è, ma che vuole andare oltre. Gli ecomostri, orrendi condomini grigi, incomprensibilmente apprezzati dal Ciccio, che stritolano il piccolo centro, cuore pulsante e giovane della città. Il museo dell'aviazione, pieno di rottami di aerei, soprattutto da guerra, vuoto di visitatori, con un unico guardiano, ex pilota, che in tutta questa solitudine e abbandono ci accoglie con un sorriso a un entusiasmo da fare invidia. Il nostro ostello, "Bed and beer", che ci ha accolto all'arrivo come fosse la terra promessa. Il pomeriggio in piscina, vero momento topico per il Ciccio, che segue questi due genitori mezzi matti a sputar sacramenti e sudore per le strade del mondo. Il ciclo viaggiatore serbo, di cui non ricordo il nome, e la sua figlioletta di due-tre anni. Partirà a breve per un viaggio in bici fino a Bilbao piantando il seme di un albero ogni 100 km in segno di pace. Ma della Croazia passerà con il treno, "because we are not welcome there", ci dice. L'incontro con Maya, ex insegnante di scuola materna, incontrata a un passaggio pedonale, che ci racconta un bel pezzo della sua vita. L'uscita da Belgrado, infernale come l'arrivo, con il finale di un ponte quasi autostradale attraversato con le bici per mano su uno stretto marciapiede tutto sconnesso mentre il traffico dell'intera Serbia ci urla nell'orecchio sinistro. |
27/07/2016 Ore 15:53 Oggi faremo i TURISTI! Visiteremo per due giorni un po' tutta Belgrado. Per ora abbiamo visitato il Kalemeghdan, una vecchia fortezza molto grande, e al suo interno, in uno dei suoi giardini, c'è un piccolo parco giochi, dove ci sono tanti dinosauri. Alcuni di essi si muovono, ma altri no. Dopo aver attraversato tutta la fortezza, puntiamo diretti verso la piscina "OUTDOOR SWIMMING POOL", una piscina molto carina e al contempo molto affollata. Ore 22:25 Dopo esserci rinfrescati a lungo nell'acqua della piscina, alziamo i tacchi, li giriamo e ci avviamo verso l'uscita. Andiamo a mangiare in un ristorante molto bello e romantico, a mollo nella pacifica acqua del Danubio, il grande fiume che parte da Donaueschingen, in Germania, e che sfocia a nord di Constanta nel Mar Nero, in Romania. Arrivati a casa, io crollo nel letto e mi addormento. 28/07/2016 Ore 23:28 Oggi abbiamo visitato un museo di Belgrado che mi ha affascinato molto: il museo dell'aeronautica, che è vicino all'aeroporto "Nikola Tesla". Ci sono tantissimi aerei, la maggior parte militari, ma anche uno dei primi aerei, con lo stesso meccanismo (più o meno) della bicicletta. E' stato molto interessante, anche se non mantenuto adeguatamente,soprattutto l'esterno. Nel pomeriggio, invece, abbiamo fatto un "WALKING TOUR". È stato bello, e ci ha spiegato molte cose, però la guida parlava moltissimo e molto velocemente. Abbiamo visto la casa di Tito, gli edifici che sono stati bombardati dalla NATO, ci ha spiegato la storia della Jugoslavia e di Tito, che era comunista ma era distaccato dalla Russia. Questo piacque molto agli americani che volevano sconfiggere appunto la Russia. Gli americani allora dettero dei soldi alla Jugoslavia. Solo che quando Tito morì, gli americani non diedero più i soldi, anzi, li rivollero indietro. Contemporaneamente gli «stati» della Jugoslavia chiesero l'indipendenza, cosa che ai Serbi non piacque. E allora... |
29 luglio, giorno 16 (Belgrado - Kovin, 73 km)
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Serbia by night Da Belgrado siamo partiti di pomeriggio, sbagliando completamente i tempi. Già partire alle 15:30 per fare 60 km prima del buio era marginale. Se aggiungiamo che fra un gelato, uno-due saluti, la pipì, la cacca, la solita lentezza a caricare, alla fine ci si muove alle 16:30, se consideriamo che usciamo dalla città praticamente a piedi per evitare il traffico sulla strada, se ci mettiamo pure che sulla sterrata che costeggia il fiume ri-incontriamo Guilaume e Cyrielle, coppia in tandem già incrociata più volte in Croazia, e ci facciamo un selfie, scambiamo indirizzi, parliamo del più e del meno, guadagnando tasselli di umanità ma perdendo tempo prezioso, si capisce perché alle 19:15 siamo ancora a 20 km di statale da Kovin e la sera avanza. Decidiamo un detour sullo sterrato ciclabile che costeggia il fiume. È 10 km più lungo ma, nella nostra idea, più sicuro. La logica è che quando arriverà la notte non ci troveremo su una strada trafficata, ma in mezzo alla natura, senza pensieri. Basterà pedalare. Niente di più sbagliato. Alle 20 iniziamo lo sterrato e Meri buca. Nei 16 minuti che ci metto a riparare la ruota la Natura, nella forma di un miliardo di zanzare, mi spolpa di un litro di sangue che neanche all'Avis. Quando ripartiamo, a 17-18 km/h, le maledette rimangono incollate come gli alcolizzati al bancone del bar. Alle 20:30 non si vede più una fava e lo sterrato peggiora, con buche, fango e acqua, che non capisco da dove arrivino, visto che sono 14 giorni che fa un caldo tropicale. Alle 20:45 Franci cade. Non si fa troppo male, ma abbastanza da farmi capire che se ci succede qualcosa qui, anche solo una borsa che si rompe, siamo fottuti. Fermarsi non è possibile, le zanzare ci massacrerebbero all'istante. Alle 21:30 incrociamo una stradina asfaltata che in 5 km riporta sulla statale. Non abbiamo dubbi: i TIR sono meno pericolosi delle zanzare. Passando in un villaggio senza anima viva in giro incontriamo ancora il tandem grenoblino che ha montato la tenda a bordo strada. Un po' li invidio, ma abbiamo l'hotel prenotato a Kovin e si va avanti. Alle 22:00 siamo di nuovo sulla statale e ci mancano ancora 16 km. Tre ore e tutto 'sto casino per fare, di fatto, 4 km avendone pedalati 15 in condizioni pietose. La statale, che un attimo fa ci pareva la Madonna incoronata, è incasinata quanto le zanzare, ma almeno è più corta. Non si vede una minchia e le macchine che arrivano di fronte sparano degli abbaglianti che neanche i fari nei porti. Procedere è un atto di pura fede. Dopo 5 Km Meri incoccia il cordolo della strada e cade. Io e Franci nemmeno ce ne accorgiamo. Solo dopo un attimo Ciccio si rende conto che nello specchietto non c'è più la lucina della mamma e me lo comunica con una voce dalla quale affiora il panico. Ci fermiamo. Un attimo e la vediamo arrivare. Solo sbucciature alle mani, un vero miracolo. Quando mancano 9 km Franci inizia a perdere il controllo e ci dice piagnucolando, che ha paura. Tre ragazzi in bici quasi senza luci ci sorpassano e questo non fa che accrescere il senso di insicurezza e pericolo incombente. Lo tranquillizziamo e si continua. Una delle cose che spesso mi dico nei momenti difficili è: "comunque vada, finirà". E anche questa finisce, per fortuna o grazia del cielo, davanti a un piatto di affettati misti e in una mega stanza di albergo con idromassaggio. In bicicletta, di notte, è meglio non andarci. Mai. |
È proprio vero che, girando il mondo, ci si sente, quasi dappertutto, a casa propria. Il livello delle polveri sottili, nelle grandi città, Serbia o Italia che sia, rimane sempre lo stesso, e magari a Belgrado è anche maggiore. Il parco auto però differisce da uno stato all'altro, con macchine anni '80, come la Yugo, la macchina yugoslava, o la Volkswagen Passat del 2000 (veramente passata di moda oramai...). Macchine che non vedi in nessun paese UE. E con questo ho detto tutto. Ma ora parliamo della tappa. Io la potrei descrivere con due parole diverse: inferno, oppure Semplice Sfiga, SS, come la Strada Statale che alle 19:30 evitiamo prendendo un'allungatoia che, pensiamo noi ingenuamente, ci porterà a Kovin diretti e, soprattutto, CON MAGGIOR SICUREZZA, perché ormai è certo, Kovin la vedremo con il lumicino, letteralmente, dei nostri fanalini. Appena mettiamo piede nello sterrato, mamma fora e non solo lei, anche le zanzare iniziano, per poi non terminare quasi più, a forare le nostre scapole, facendo uscire, al posto di aria, sangue dal corpo e porconi dalla bocca di papà. Io mi limito a censurare i miei e li penso e basta. Intanto il tempo passa. Sono le 20:30 quando papà attacca l'ultimo pezzo del telaio alla ruota, e quando io schiaccio il quadratino nero che indica l'interruzione della registrazione che ho fatto a papà. Si riparte. Scende la notte. Pedaliamo in una sterrata bianca, mentre la Strada Statale si allontana :-( e la Super Sfiga incombe su di noi a mo' di nuvola Fantozziana. |
30 luglio, giorno 17 (Kovin - Bela Crkva, 46,7 km)
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Laghetti e carote I laghetti di Bela Crkva li aspettiamo da Budapest. Sono stati la carota davanti alla bici di Franci che abbiamo appeso fino dall'inizio per dargli la motivazione a sputar sangue un giorno via l'altro. "È un posto fantastico, c'e il campeggio, si fa il bagno nei laghetti". Per i bambini il bagno è una motivazione irresistibile. Prometti un bagno, pure nella cloaca maxima, e fai fare loro quello che vuoi. La lezione di ieri, evidentemente, non ci è bastata, perché decidiamo un altro detour sullo sterrato lungo il fiume per evitare metà della statale. Come al solito inizia con il sorriso, ma poi, impercettibilmente, si trasforma in un mostro ghignante e fangoso che attanaglia le ruote, si insinua nei parafanghi accumulandosi come poltiglia solida e frenante che se la ride mentre io srotolo la mia biblioteca di porconi tenendomi a distanza di sicurezza dalle orecchie innocenti del Ciccio e da quelle di Meri, santa donna. La regola che tutto finisce vale anche stavolta e ci troviamo, sotto il solleone di fine luglio, all'incrocio con la statale, in un villaggio di poche anime senza un bar, ma con un provvidenziale negozietto di generi di prima necessità. Mentre libero la nota posteriore dai morsi del mostro di fango Franci viene accerchiato da un branco di ragazzetti incuriositi da un loro coetaneo che si scarrozza per le loro strade in velocipede. Del gruppetto ne rimane uno, Stefan, con il quale il Ciccio intrattiene una lunga discussione in inglese dove il calcio la fa da padrone. Io, invece, vengo agganciato da un signore in bicicletta, ex marinaio che si è girato tutti i porti dei quattro mari italiani. L'umanità di questa gente mi conquista, è una continua scoperta di sorrisi e sguardi, troppo profondi da capire davvero ma abbastanza da carezzarti l'animo e farti stare bene. Ai laghetti ci arriviamo. Sono un po' meglio della cloaca maxima, così che Franci si gusta la sua carota tutto contento, sguazzando come un'anguilla nell'acqua che ha lo stesso colore delle mimetiche militari. Finita questa, non ci resta che appendere alla bici il carotone gigante del bagno nel Mar Nero per tirare la carretta nei restanti 1000 km rumeni. Speriamo che basti. Quasi quasi mi invento che nel Mar Nero ci sono le orche tutte in fila che si fanno accarezzare la lingua dai bambini.... |
30 luglio, h. 21:50. Siamo chiusi in tenda. È il momento delle zanzare. “Dalle 20:00 alle 22:00”, ci ha detto il gestore del campeggio. Poi spariscono. Dove siano prima e dove se ne vadano dopo è abbastanza irrilevante. Qui l'acqua è un po' ovunque. C'è il fiume, ci sono i terreni paludosi che si stendono tra l'acqua che corre e la terra ferma. A Bela Crkva ci sono anche dei laghetti balneabili, sulle cui sponde stanno appollaiati un paio di campeggi. Acqua uguale zanzare. Noi novaresi lo sappiamo bene. Ci resta forse l'illusione che allontanandoci dalla nostra pianura, più chilometri ci lasciamo alle spalle e meno densa debba essere la nuvola delle simpatiche bestiole. Ma così non è. Acqua uguale zanzare, all over the world!!! Dunque, anche qui ora è l'ora del coprifuoco. Se dopo una giornata di pedali sotto il sole d'agosto, fatta una bella doccia rigenerante, non si vuole tornare a impiastricciarsi di AUTAN, meglio è chiudersi in tenda. Meglio! Il campeggio coi laghetti ci è stato raccomandato da una famigliola incontrata a Ràckeve, sembra ormai un secolo fa. È consigliato pure nella nostra guida. Dunque, eccoci qua. Non che sia brutto. Il posto è senz'altro interessante. Il campeggio è di quelli spartani ai quali non si è quasi più abituati: servizi essenziali e alla buona, niente bar-ristorante, mini-market o altro, impeccabile pulizia e ottima accoglienza. Però ci sono i laghetti. Quelli devo dire sono stati un po' deludenti. Non per il Ciccio, che ci ha giocato alla grande, fregandosene bellamente del livello di limpidezza dell'acqua, ma per me. Acqua torbida, piena di un po' di tutto: foglie, rami, rovi, strani agglomerati galleggianti non meglio definiti, che non voglio dire fossero cacche, ma davano tanto l'idea. Insomma, mi ero immaginata un bagno gelido nell'acqua blu e ho giusto fatto due bracciate (“Dai tuffati mamma!”), in un'acqua tiepida più verdastra che blu e più marrone che verdastra. Adesso, qui di fianco, c'è un cagnetto che ogni volta che un zanzara gli vola sul naso, abbaia per mezz'ora e il solito gruppo casinaro di vacanzieri da barbeque a oltranza, che ogni due frasi e mezza scoppia in fragorose risate e che, una ventina di minuti fa, ha sciorinato un rosario di espressioni made in Italy delle “migliori”. Ne citerò solo alcune a titolo d'esempio:
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Ovviamente con il tipico accento slavo, di chi parla italiano in Serbia. Chissà qual era il discorso che stavano facendo? Devo essere sincera, ho provato un po' di fastidio. Il mio amor proprio si è un po' risentito. Poi mi sono detta che evidentemente è stata l'esperienza che questa gente ha fatto del nostro popolo (per lo meno di un campione significativo di esso), a produrre questo risultato. Il che non ci fa certo un grande onore.
Meglio parlare di zanzare allora, che ti sibilano nelle orecchie nella stessa lingua in qualsiasi parte del mondo.
Ieri sera ne abbiamo incontrate a centinaia, sulla sterrata che avrebbe dovuto portarci dritta, ma soprattutto lontana dalla strada carrabile, fino a Kovin, a una cinquantina di chilometri da Belgrado.
Uscire dalla capitale serba è stata una bella prova di concentrazione e padronanza del nostro mezzo di trasporto. In città ci siamo tenuti sui marciapiedi, non vere e proprie ciclabili, ma abbastanza ampi da poterci pedalare. Cosa buona per evitare il traffico dei veicoli, ma non così rilassante come qualcuno potrebbe immaginare, data la presenza dei numerosi pedoni da evitare, driblando e scartando.
Si procede lenti, sorridenti, pronti all'occorrenza a scendere dalla bici e sempre, naturalmente, a ringraziare chi ci lascia passare, chi ci saluta, chi ci sorride. Pronti anche a scusarci con chi cede il passo meno volentieri.
Attraversata la città, è la volta del ponte.
Se pedali lungo un fiume, devi essere disposto ad attraversare ponti non una, ma più e più volte.
Sono spesso vie a basso traffico. Talvolta invece sono come questo, che ci porta dalla sponda destra della Dunav a quella sinistra, lungo la quale pedaleremo la seconda parte del nostro viaggio.
C'è un marciapiede ciclabile anche qui, ma i mezzi, pesanti e leggeri, corrono talmente veloci lungo la carreggiata, che ci sembra più sicuro scendere dal sellino e spingere le bici dall'altra parte. Così è più facile rispondere allo spostamento d'aria prodotto soprattutto da camion, autoarticolati e pullman. Quando siamo un po' oltre la metà, il traffico è rallentato da un semaforo in uscita dal ponte. Risaliamo.
È passata quasi un'ora e siamo solo alle porte della città.
Da qui, però, ci aspettano strade secondarie e tratti di sterrata, dunque un bell'andare.
Così parrebbe e sarebbe se non fosse che, rispetto ai chilometri da fare, siamo decisamente un po' in ritardo. Il buio facilmente ci sorprenderà prima dell'arrivo.
Dopo un'altra oretta di pedali, facciamo un summit. Visto che con il buio dobbiamo fare i conti, forse sarebbe meglio farci sorprendere su un tratto meno trafficato. Abbiamo già visto che auto, pullman e camion qui viaggiano piuttosto allegri e di notte…
Ok, tutti d'accordo. Meglio allungare il tragitto, ma stare tranquilli. Prendiamo la via secondaria!
Giusto il tempo di imboccare la sterrata e io foro. Fermi tutti, cambio camera d'aria.
E qui entrano in scena le zanzare.
Siamo sull'argine di un canale, siamo molto vicini all'acqua. E sono le 20:00.
Non facciamo in tempo a fermarci che loro si buttano su di noi e cominciano il banchetto. Nei pochi minuti di sosta necessari alla riparazione, il nostro corpo si trasforma in una stanza delle torture.
E intanto calano le ombre. Il tramonto è alle nostre spalle. La sterrata è ampia, di ghiaia bianca e compatta all'inizio, ma ben presto il fondo diventa una doppia linea bianca fra l'erba e, in men che non si dica, anche il tenue biancore fra il verde si fa sfumatura chiara di grigio nel grigio.
Ora, com'è il fondo stradale lo possiamo solo intuire da come le ruote della nostra bicicletta rispondono al contatto col suolo, che si fa più soffice… avvolgente...e dunque…fangoso!
Siamo completamente al buio. Intuiamo appena la traccia dello sterrato e pedaliamo a marce ridotte, cercando di assecondare l'alternarsi di strisce erbose, avvallamenti fangosi e vere e proprie pozzanghere. La scommessa è non perdere l'equilibrio proprio nel bel mezzo di una di queste ultime.
La nostra è una “fuga” lenta dalla nube di zanzare, che, però, al di sotto di una certa velocità, riescono a saltarci in groppa comunque e sforacchiano le nostre spalle come fossero candido lino da ricamo.
Non c'è luna, ma fermarsi a vedere le stelle sarebbe un suicidio.
Poi finalmente un lucore rossastro emerge dal nero. Se non è un effetto ottico, un gioco illusionistico del cervello, quella potrebbe essere una strada che taglia lo sterrato, un minuscolo agglomerato di case, un segno di civiltà.
È così. Decidiamo di riprendere l'asfalto, che ci riporta in qualche chilometro sulla strada principale. Nel frattempo facciamo un incontro ravvicinato del terzo tipo. A bordo strada un paio di macchine ferme, a fari accesi. E un tipo tutto vestito di bianco , che sembra indossare una tuta spaziale. Io riesco giusto a mettere a fuoco il bianco nel nero. Francesco, invece, vede addirittura scafandro e visiera. Un po' allarmato chiede:
“Chi erano quei tizi?”
Io riesco a immaginare solo che siano i giocatori di un qualche strano gioco notturno. Gente che gioca alla guerra con armi caricate a cartucce ripiene di vernice.
Il buio comunque, si sa, inquieta. Nel buio tutto cambia. Le paure che non sapevi nemmeno di avere prendono forma, i buoni diventano cattivi, i saggi folli e la natura incantevole si trasforma presto in terra inospitale e feroce.
Si va, si va, si va.
Cado. Mi rialzo.
Franci e Danny sono due puntini rossi che si allontanano nel nero.
Calma e sangue freddo.
Mi brucia solo una mano. Tutto ok.
Si tratta di pedalare solo per un po', raggiungerli.
La bici sembra non avere danni, funziona. Solo la maniglia del freno anteriore, urtando l'asfalto, si è spostata, ma frena.
Le lucine rosse si avvicinano. Eccoli, si sono fermati e mi aspettano.
“Tutto bene? Ti sei fatta male?”
“Tutto ok, niente. Andiamo”
Andiamo, andiamo.
Non si sente la fatica, non si sente male al culo. Niente. Mente e corpo sono concentrati sulla strada.
L'adrenalina lavora per noi e alla fine arriviamo all'albergo MILANO.
Sono le 22:45.
Davanti alla cena fredda, che il cameriere è riuscito a recuperare in cucina, aggiorniamo l'elenco di buone pratiche utili al ciclista:
- Anticipare sempre i preparativi per la partenza;
- Stare larghi nel calcolo dei tempi tappa;
- Non sottovalutare la possibilità di imprevisti;
- Quando è buio, fermarsi, possibilmente nel centro abitato e...
- ...non cadere nel tranello bucolico del cielo stellato.
31 luglio, giorno 18 (Bela Crkva - Moldova Veche [ROM], 43 km)
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Funghi fritti fritti C'è una scena magistrale nel film "La vita è bella" in cui Roberto Benigni cerca di rifilare all'unico cliente del ristorante in cui lavora l'unico cibo rimasto: un trancio di salmone con verdura. È la scena dei "funghi fritti fritti", che non sto qui a descrivere, che tanto la conoscono tutti. Adottiamo la stessa tecnica per convincere il Ciccio a spararsi la salita di 8 km appena entrati in Romania. Mentre attraversiamo il confine ci fermiamo nella "No man's land" fra Serbia e Romania per selfizzarci davanti ai cartelli di arrivederci alla Serbia e benvenuti in Romania. Appena entrati, il bivio: "preferisci fare 60 km in piano ma sotto il sole, con le zanzare, le vespe, le api, il culo che fa male, la bici che non va, le borse che pesano, il vento contro, l'inflazione, la disoccupazione e la crisi, oppure farne 20 con giusto una salita, un po' dura ma non troppo lunga, forse c'è anche l'ombra, il vento a favore, gli animali del bosco che fanno ciao e una discesa che ti porta dritto nel letto della camera d'albergo?" "Mmmh... fatemi pensare... ma sì, facciamo la salita." È fatta. Li risparmiamo davvero i 40 km necessari ad aggirare questo passo collinare che ci costa un'ora di salita all'8% sotto un sole implacable. Perché, va detto, abbiamo messo lo sveglia alle 5:30, ci siamo svegliati alle 6:15 ma siamo riusciti a partire comunque alle 10. Come riuscire in quest'impresa apparentemente impossibile risulta un mistero anche per noi stessi. Un mistero ancora più grande è l'espediente che ho trovato per rendere interessanti le salite per Franci: cantare a squarciagola "La società dei magnaccioni" a nastro, non. stop. Funziona, contro tutte le leggi della fisica e della biologia. Al punto che misuriamo la distanza rimasta non più in chilometri, ma in "magnaccioni". Una canzone completa vale 800 m con l'incertezza di 1 m. Per arrotondare al chilometro ci aggiungiamo una versione ridotta di "Sai nen perché an fa male i pè". Otto chilometri otto cantate, e siamo in cima. Dopo un sano pasto di noodles all'aroma artificiale di pollo si vola in discesa che è un piacere. Un'ulteriore salita traditora (accuratamente dimenticata nella descrizione del percorso) ci apre la visuale al Danubio, che da queste parti è ampio come un lago. A Moldova Veche, paesino accaldato dall'apparenza un po' spettrale, frano sul letto della nostra cameretta nella Pensiunea Kenik e mi addormento. |
Dalla Serbia alla Romania. Passiamo il terzo e ultimo confine di questo viaggio e rientriamo nell' Unione Europea. È una bella sensazione. Anche se è la prima volta che entriamo in questo stato, l'idea di essere, qui, cittadini della medesima comunità internazionale, frutto di un intento di cooperazione e fratellanza, ultimo anello di una catena di guerre e conflitti durati secoli, ci fa gustare il valore di questo esperimento, che ci piace comunque, nonostante i limiti, pensare virtuoso. Seme promettente per un futuro migliore del passato. Più volte, durante questa vacanza, ci siamo trovati a parlare di confini, frontiere, conflitti, controlli. Sempre a spezzare, parlando con il Ciccio, una lancia in favore dell'utopia di un mondo unito, dove un uomo possa oltrepassare linee solo immaginarie e non più barriere sorvegliate da poliziotti armati e separate da terre di nessuno, a difesa di popoli che sentono il diritto dell'altro come minaccia del proprio. Com'è la Romania, ancora non lo sappiamo, ma personalmente pedalare su queste strade porta il mio pensiero ad Alessandra, Maria Andrea, Maria, Irina e molte altre studentesse dei miei corsi di lingua negli anni. Sono contenta di essere qui, a casa loro, di conoscere la terra dove affondano le loro radici. |
1 agosto, giorno 19 (Moldova Veche - Berzasca, 35 km)
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Più Italiano che in Italia L'Italia di questi anni è il più grande minestrone di popoli d'Europa. Me ne sono reso conto in queste due settimane. Fra Ungheria, Croazia e Serbia avremo visto sì e no una ventina di persone di colore. E pensare che in Ungheria hanno fatto tutto 'sto casino e costruito un muro al confine con la Serbia per impedire il passaggio dei poveri cristi siriani, manco volessero fermarcisi. In Italia molti passano, ma molti stanno. La cosa strana è che ci sono popoli che si specializzano in certi tipi di mestieri. Gli Egiziani, ad esempio, sono fenomenali come pizzaioli, i cinesi fanno un po’ di tutto, ma ultimamente li vedi spesso che hanno il proprio bar e ti fanno l'espresso anche meglio degli italiani. Il mestiere di badanti è appannaggio specialmente di donne filippine, ucraine e rumene. E il risultato è che, da queste parti, se spari a caso un "buongiorno, come va?" qualcuno che ti risponde lo trovi. Ieri, ad esempio, la padrona della pensione parlava un italiano quasi fluente, imparato in sei anni passati a Napoli, a far da badante. Oggi ancora. Ci fermiamo a bordo strada per un cambio pantaloncini quando una signora si affaccia al balcone di casa sua e ci saluta in italiano. È impossibile rifiutare caffè, succo e dolcetti. Ci invita al tavolino della sua terrazza e ci racconta degli otto anni passati a Genova ad accudire Chiara, morta a 102 anni. È un fiume di parole, che non pronuncia più da quando è ritornata in Romania, circa due anni fa, e che noi, ora, non riusciamo a fermare in alcun modo. Come ricordo le lasciamo un ciondolo, acquistato a Belgrado per le figlie a casa. Ne compreremo un altro strada facendo. Riprendiamo la strada, poco battuta e col vento a favore, che ci porta in poco tempo a Berzasca, altro villaggio di poche anime, dove ci fermiamo alla pensione Isabella, posto delizioso proprio sulla sponda del fiume dove famiglie e amici si ritrovano per pescare a prendere il sole. Noi ci “spiaggiamo” l'intero pomeriggio, a bere roba fresca, scrivere, giocare a carte. Il Ciccio se la spassa giocando in una piscinetta dall'acqua verdastra che sarà stata cambiata, a occhio e croce, un anno fa. Potenza degli anticorpi… La sera il tempo vira e arrivano vento e temporale, una vera manna del cielo. |
2 agosto, giorno 20 (Berzasca - Dubova, 52 km)
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Il ragù di Cornelia Oggi giornata speciale per due motivi: il primo è che piove e fa fresco, il secondo è che scolliniamo. Da domani i chilometri da fare saranno meno di quelli fatti. Da un lato ci sembra impossibile aver fatto tutta questa strada, dall'altra quel che rimane è ancora una litania di tappe lunga come la fame. Prenotiamo la pensione a Dubova per telefono con Meri, spokesperson ufficiale del gruppo che dà prova di sé parlando in rumeno cercando ogni parola sul dizionario cartaceo. Dieci minuti per dire una frase di otto parole ma alla fine la pensione è prenotata. Standing ovation mia e del Ciccio e doccia per Meri per lavar via i tre litri di sudore versato. A metà tappa siamo a Svinita, altro micro-villaggio arroccato sulla sponda ripida della gola. Decidiamo di lasciare la strada principale per saggiare il paesino. Chissà, magari troviamo un ristorantino gestito da una rumena che ha fatto la cuoca in Italia e che ci prepara la pasta al ragù. Trac. Detto e trovato. Cornelia è fuori dal locale e pare che ci aspetti. Ha passato sei anni a Reggio Calabria, uno a Verona, e tre a Trieste, fra l'altro proprio nel periodo in cui ci abbiamo vissuto noi. Scopriamo di aver frequentato lo stesso quartiere per due anni. Sai che festa se per caso ci fossimo conosciuti e reincontrati oggi. Oggi in locanda non c'è nessuno. Fino a ieri c'era un gruppo di operai napoletani venuti per lavorare alle fognature del paese, ma ora sono tornati a casa. Così vanno le cose nel nostro paese. I rumeni se ne tornano a casa e gli italiani emigrano per lavorare in Romania. E abbiamo anche il coraggio di sentirci migliori. Cornelia ci prepara la pasta al ragù e intanto ci racconta della sua vita. Il tutto ha il sapore di un pranzo a casa di amici. Prima di Dubova ci tocca una salita da due magnaccioni e mezzo all'8%. Anche stavolta passa, ma in cima: "cazzo il telefono!" Il mio cellulare è volato via per l'ennesima volta. Io mi ostino a fissarlo sul manubrio con elastici di fortuna e lui si ostina a cadere, chissà perché. A Osjek è caduto e il Ciccio gli è passato sopra con bicicletta e tutto, ma lui niente, continua a voler sopravvivere malgrado i miei tentativi di sopprimerlo. Stavolta è dura, perché non ho assolutamente idea di dove posso averlo perso. Nella peggiore delle ipotesi potrebbe essere a Svinita, 25 km prima. Nella migliore da qualche parte lungo la salita. Il resto del trio si avvia verso la seconda salita prima di Dubova e io mi tuffo in discesa, con l'occhio incollato al bordo sinistro della strada. Anche stavolta l'implacabile ce l'ha fatta: dopo 1 km lo vedo, sull'asfalto, a faccia in giù che prega che le macchine non lo arrotino, che una seconda volta non resisterebbe. Lo raccolgo, lo infilo nella tasca dei pantaloncini e torno su tutto allegro. Dopo poco vedo la famiglia parcheggiata a bordo strada. Foto? Pipì? Fiorellini da raccogliere? No, Meri ha forato ancora, stavolta la ruota dietro. Cambio la camera d'aria, stavolta senza zanzare. Mentre gonfio la ruota sento un "POP!" sospetto. Che sarà? Niente, via. Andiamo. A Dubova prendiamo possesso della nostra stanzetta, piccola, semplice, ma che per noi è meglio di un attico. |
Com'è la Romania? O meglio quella parte piccola di Romania che stiamo attraversando? Un posto dove pochi parlano l'inglese, ma diverse persone parlano un buon italiano, avendo vissuto e lavorato anni in Italia. La proprietaria della Pensiunea Kenik a Moldova Veche: sei anni a Napoli, badante per una bella signora, dice. Ma adesso è tornata per restare qui. Domani parte per le vacanze. Una settimana in Gracia. Mentre ci parla, sgranocchia semi di girasole abrustoliti e a cena ci prepara delle ottime pizze. Tra Moldova Veche e Berzasca, Marta, più anziana, ci sente parlare nella macchia d'ombra che la sua casa getta sulla strada, mentre siamo fermi per un cambio strategico di pantaloni del Ciccio. Ci chiama e ci invita sulla terrazza per un caffè, italiano ma preparato alla romena, che sembra tanto quello fatto nel pentolino dai nostri vecchi tanti anni fa e lascia sul fondo della tazza una sabbiolina scura che devi cercare di non inghiottire con l'ultimo sorso. Marta: otto anni a Genova, badante per una signora centenaria. Otto anni di lavoro nero. La signora buona, i figli tirchi, ma con “i miliardi”. Oggi, tra Berzasca e Dubova, Cornelia: dieci anni in Italia con il marito e la figlia, nata a Reggio Calabria. Sei anni passati al sud, uno a Verona, tre a Trieste, dove ha lavorato nella cucina di un ristorante. Quando raggiungiamo il vecchio bar che gestisce a Svinita, abitato di 900 anime, ci prepara spaghetti al ragù e ci offre marmellata di fichi. Parla un italiano perfetto e lo colora delle sonorità triestine che ben conosciamo. Scopriamo, conversando, che abbiamo abitato e frequentato per due anni le stesse strade di Trieste e che i nostri figli avrebbero potuto essere compagni di banco. Anche lei è tornata per non ripartire, ma ci parla delle difficoltà del paese: disoccupazione, salari bassi, potere d'acquisto irrisorio, pensioni ridicole. Scattiamo una foto e ripartiamo. Qui il paesaggio è familiare. Il Danubio, ampio e lento, si infila nelle gole scavate tra promontori boscosi e dirupi. Ci pare di costeggiare uno dei nostri laghi prealpini, percorsi da strade costiere proprio come questa, tortuose ed esposte a picco sulle acque scure. Oggi anche il Danubio è scuro. Il cielo, a mattino, è livido. Gli alberi e gli arbusti a bordo strada tormentati dal vento, che, per nostra fortuna, soffia nella direzione della corrente e, dunque, in poppa anche per noi che maciniamo chilometri senza fatica. Ieri sera c'è stata burrasca. Oggi una pioggerellina fine fine ci induce per un po' a indossare la giacca impermeabile. Ce la gustiamo proprio questa carezza umida del cielo, dopo i giorni scorsi ubriachi di caldo impossibile. Dubova, a sentire Cornelia l'inizio del mondo civile turisticamente parlando, sta appollaiata sulle sponde di un bacino artificiale creato, a quanto capiamo, una cinquantina di anni fa portando le acque del fiume a invadere i terreni coltivati. A noi sembra uno dei tanti villaggi di contadini e pescatori che abbiamo incontrato fino ad ora. L'unica via è pressoché deserta, solo qualche bambino ci guarda, saluta, ride, chissà cosa dice. Case semplici, strade sconnesse, qualche gatto randagio e le rondini che volano tanto basso da sfiorare l'asfalto e i nostri piedi. Quando arriviamo alla pensione, su due piani con due proprietarie diverse, la prima ci accoglie a gesti, lasciandoci capire che lei non ne sa niente della nostra prenotazione. Ma il posto c'è, possiamo portare dentro le nostre borse, badando bene a chiudere ogni volta la porta, altrimenti le mosche entrano in casa. Facciamo giusto in tempo a trasbordare in camera i bagagli che Olimpia, la padrona numero due, quella del piano di sopra, si affaccia e in un mezzo francese un po' accigliato ci fa capire che la prenotazione l'abbiamo fatta con lei, non vorremo mica darle il bidone? Domando se possa parlare lei con Lucy, la proprietaria numero uno, per farle capire il qui pro quo, visto che io non ho parole romene a sufficienza per una conversazione che vada al di là dei “buongiorno”, “buonsera”, “grazie” e “prego”. Olimpia annuisce, sorride, ma non fa una piega, non muove un dito. Ho capito, me la devo cavare da sola. Va beh! Lucy per fortuna intuisce al volo il problema, capisce la situazione, fa anche lei un grande sorriso dicendo “Nu problema!” Si va di sopra. La camera è piccola, pulita, accogliente. Il bagno fa acqua. Bastano un paio di docce per allagarlo completamente e inzuppare i tappeti. A me tocca la terza doccia e mi tocca fredda. Va beh, penso, nu problema! |
3 agosto, giorno 21 (Dubova - Drobeta Turnu Severin, 52,6 km)
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Killer road Si incomincia subito in salita, nel senso che appena scesi dalla camera troviamo la ruota posteriore di Meri di nuovo a terra. Alè, gira la bici, togli la ruota, sporcati di grasso fino alle orecchie, cambia la camera d'aria.... mentre gonfio sento di nuovo il "POP!". Che sarà mai? Boh. Fa niente, andiamo. Come al solito partiamo alle 11 essendoci svegliati alle 8, senza neppure fare colazione. Dopo 5 km siamo già fermi a un punto-sosta turistico con uno stuolo di barchini che ti portano a spasso per la gola del Danubio e il laghetto di Dubova, un invaso artificiale creato una cinquantina di anni fa per alimentare la centrale idroelettrica di Drobeta. Punti notevoli: il faccione del Decebalus Rex, scolpito nella roccia a mo’ di brutta copia della Monument Valley, e la grotta del veterano, una cavità naturale utilizzata come fortificazione militare fino dal tempo dei Romani e, in ultimo, nel XX secolo dai partigiani jugoslavi. Il giretto di mezz’ora dura, in realtà, un'ora e mezza, così che all'una, praticamente, non siamo ancora partiti. A Orsova, metà tappa, arriviamo nel primo pomeriggio, non senza esserci fatti mancare la terza foratura sempre della fottutissima nota posteriore. Che il "POP" c'entri qualcosa? L'unica camera d'aria che ci rimane è una già rattoppata anni fa che, stavolta, si gonfia senza POP. A Orsova, dopo una salita da tre magnaccioni e una discesa all'11%, troviamo un bazar che vende un po' di tutto, compresi copertoni e camere d'aria che, però, hanno il passo della valvola più largo del foro nel cerchione. Di poco, ma più largo. Li prendiamo, qualcosa ci inventeremo. Ripartiamo, con Meri che fa l'ula-op con il copertone nuovo in vita e la speranza che con le forature stavolta sia finita. Dopo Orsova il sorpresone: gli ultimi 25 km sono in una superstrada ipertrafficata con una litania di ponti che ci costringono a fermarci ogni volta per salire sul passaggio ciclabile rialzato, con tutto il pelo e il contropelo del traffico pesante e leggero che corre all'impazzata verso Drobeta. Dopo un'ora avremo fatto sì e no 5 km, abbiamo perso l'udito, abbiamo i nervi a pezzi e ancora 20 km da fare in questo suicidio. A una piazzola, una macchina della polizia ci vede passare e ci saluta, come se niente fosse. Evidentemente da queste parti è normale tentare il suicidio in bici. Mano a mano che si continua il traffico aumenta, la strada peggiora e imbrocchiamo pure un tunnel, che percorriamo a piedi fra cocci di vetro, pezzi rotti d'auto e altri rottami che ci alleggeriscono il cuore. Decidiamo di non scendere più dalla bici e di fregarcene dei passaggi rialzati sui ponti. Ci pare, alla fine, più sicuro e, certamente, più veloce. Su un paio di ponti troviamo nientemeno che dei tombini aperti, che evitiamo schivandoli all'ultimo momento. Li avessimo incocciati di picchio non so che fine avremmo fatto. Tutto, prima o poi, finisce, l'abbiamo già detto. Come è stato per la tappa notturna anche questa vede il suo tramonto. In tutto il delirio di traffico e concentrazione il punto più saldo è stato, ancora una volta, Franci, che nelle situazioni veramente critiche dà prova di nervi saldi e concentrazione fuori dal comune. Mai uno sbandamento, né psicologico né reale, mai un calo di umore, morale sempre alto. Chapeau! |
Sicuramente Danny troverà qualcosa di comico per lasciare testimonianza delle mie tre forature, una in fila all'altra, tra ieri pomeriggio e questa mattina alle 12:00. Io sorvolo. L'unica cosa che annoto è che, da oggi pomeriggio al mio abituale borsame ho aggiunto un copertone nuovo, di scorta, che ci porteremo appresso fino al mare. Pare che io sia la sfigata del gruppo quest'anno. A parte le forature, al momento posso annoverare al mio attivo il cellulare che ha smesso di funzionare e l'orologio che funziona a singhiozzo. Oggi i primi 25 chilometri sono stati spezzati da un tour su barchino fra Dubova e Orşova. 25 Lei, pari a cinque euro a persona per una mini-crociera sulle acque del lago artificiale a vedere un gran faccione scolpito nella roccia, opera di italiani e progettato da un tal Dragan. Meta turistica sì, opera d'arte no. Pare che, appena terminato, il grande re abbia fatto uno starnuto e il naso se ne sia caduto. I baffi ovviamente senza naso non avevano più ragion d'essere e se ne sono caduti pure loro. Il rattoppo, a quel punto doveroso per dar senso ai sei-sette anni di lavoro dei nostri compaesani, è evidente, con il suo color giallino sul fondo grigio della roccia calcarea. Va beh! Il fatto che la crocierina duri solo trenta minuti è per noi determinante, visto che abbiamo cinquanta chilometri da pedalare e l'ultimo cambio camera d'aria ci ha già ritardato la partenza. Loro lo capiscono sicuramente, forse Daniele glielo dice pure. Evidetemente però tre turisti in più non si lasciano andare così. Non appena saliamo in barca, la crocierina di trenta minuti, si trasforma in crociera di un'ora e mezza, con visita a sorpresa alla “Veterani Cave”, ovviamente con biglietto aggiuntivo da pagare all'ingresso della grotta. Insomma, è il ben noto gioco del “ti prometto quello che vuoi, per farti fare quello che voglio”. Del resto non è mica molto diverso da certe “carote” che mettiamo noi davanti alla bici del Ciccio per farlo pedalare. Ci vogliamo lamentare? “CHI LA FA L'ASPETTI” dice il proverbio. E stavolta va proprio bene al Ciccio, che più sta in barca e più è contento. A Orşova arriviamo con un paio di salite, che facciamo sotto il sole delle due e un discesone che ci porta giusti giusti davanti a un ristorante. Mettiamo le gambe sotto il tavolo che sono le tre, dopo che due avventori di una gentilezza e disponibilità sorprendenti non solo ci indicano, ma ci accompagnano e aiutano nell'acquisto di qualche camera d'aria e del fatidico copertone di scorta. Alle 16:30 siamo di nuovo pronti ad attaccare gli ultimi 27 chilometri. Meno di due ore di strada, ci diciamo allegri e a pancia piena. Infiliamo la strada costiera, che è la naturale prosecuzione della tranquilla serpentina degli ultimi due giorni, ma che qui si trasforma, in prossimità del grosso centro abitato di Drobeta Turnu Severin, in serpente a sonagli, infido e dal morso letale. Traffico pesante e leggero ad alta velocità e senza soluzione di continuità fanno di questa seconda parte della giornata una prova di coraggio, un esercizio di tenuta strada, un test di tenuta nervi. Superiamo la prova, ma ci ripromettiamo di fare di tutto per non ricapitare su questo genere di strade. La nostra fatica è coronata dall'arrivo alla Pensiunea Ambiental, confortevole e raffinata, da una passeggiata in centro, dove scopriamo una cittadina vivace e a misura d'uomo e da un'ottima pizza. |
Dubova, un paesino minuscolo ma, a quanto detto da Cornelia, una signora molto gentile che il giorno prima, a Svinita ci aveva offerto il pranzo al suo bar, in via di sviluppo turistico. No. Non era tutto vero. Lo leggerete negli altri diari. Invece, ora vi parlerò della tappa indicata. Dunque, la tappa non inizia benissimo, perché, evidentemente, la famosa (stavolta non più "semplice") Super Sfiga non ci abbandona, esattamente come la Strada Statale, che corre e ci accompagna per questo fantastico giro. Dicevo, la mamma buca, da FERMA!! E allora papà cosa fa???? Prende gli attrezzi e, insieme ai suoi Ma Cristoforo! Che palle! Cazzarola! Porca putrella! si mette a cambiare il copertone, no, la camera d'aria, quello lo ha cambiato stamattina. Va bè. Partiamo? Si, partiamo. Dopo 5,35 km siamo fermi, perché vediamo la ««««bellissima»»»» statua di un re, Decebalo, vissuto nel I secolo a.C. La statua non è delle migliori, molto rattoppata. Si vede che anche il re aveva un suo "Carotone", magari quello di arrivare in Serbia, sull'altra sponda del Danubio. Vedendo però che non poteva camminare, magari si mise a piangere così tanto che gli si sciolse sia il naso che i baffi. Poi glieli rifecero. Oppure semplicemente si era dimenticato di mettere la crema solare in quel luogo. Proprio come ha fatto papà oggi. Dopo, con una barchettina, abbiamo risalito il Danubio fino ad una grotta bellissima, dove papà ha rimpianto i tempi di quando era speleologo. Scendiamo dalla barca, inforchiamo di nuovo le nostre bici e via, si parte! Dopo la metà, si sa, noi siamo esperti, il resto è sempre un casino, e così, NUMERO 1: Salita, mamma FORA DI NUOVOOOO!!!!!! NUMERO 2: Strada Statale e Super Sfiga ora sono alleati, ciò vuol dire: sui ponti ci sono dei cacchio di muretti, più paletti e salitine fatte VERAMENTE MALE. Arriviamo a Drobeta verso le sei. |
4 agosto, giorno 22 (Drobeta Turnu Severin - Calafat, 108,7 km)
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Carnevale a rotaie È una sfiga continua e ininterrotta. Anche stamattina la solita, fottutissima ruota posteriore di Meri è di nuovo a terra. Ieri ho riparato le tre camere d'aria, delle quali una è ancora fuori uso. O ho sbagliato a prendere la mira quando ho messo la toppa oppure non so, forse il dio delle gomme bucate stamattina ha deciso di infierire ulteriormente. Tolgo la vecchia camera d'aria rattoppata, con un nuovo buco a un dito della vecchia toppa, e ci metto una delle due camere rattoppate che sembrano non perdere aria. Proviamo anche a mettere una delle camere nuove comprate a Orsova ma non c'è storia: il buco nel cerchione è inesorabilmente troppo piccolo e, senza un trapano, non c'è modo di allargarlo. Partiamo tardi, come sempre, verso Punghina, un villaggio nel blu della campagna rumena dove stasera dovremo cercare ospitalità per la notte, perché di alberghi, pensioni, campeggi organizzati non ce n'è neppure l'idea. Passiamo davanti a un ciclista e Meri, l'elemento previdente del gruppo, dice: "non è che faremmo meglio a fermarci per sistemare la ruota?" E come faccio a risponderle: "Noooo! Basta fermarci, andiamo! Se la fottuta ruota si buca ancora chissenefrega, ci inventeremo qualcosa." E invece: "Ok, vediamo che si può fare. Ma se si fa tardi ci toccherà andare in treno...” Al ciclista chiediamo di allargare il foro del cerchione e mettere la camera d'aria e il copertone nuovi. Dopo un'oretta ecco una ruota bella gonfia e dura, con un copertone nero fiammante. "Cadou! "ci dice. Flop, flop, flop fanno le pagine del dizionario. "cadou... cadou… regalo! Regalo?" Ma questo fa di mestiere il ciclista, ci ripara una ruota, ci mette un'ora del suo tempo e non vuole nulla? Possibile che sembriamo così disperati? E invece no, è il primo di una serie di incontri speciali con questa gente, che meno ha e più sembra voglia darti. Sono le 13 e partiamo. Giusto il tempo di arrivare in periferia e il Ciccio segna il passo. L'idea di fare Drobeta-Calafati in treno, di fatto zompando di netto due tappe e 100 km, gli ha attanagliato il cervello e ora le prova tutte per non perdere l'opportunità. L'orario, le nuvole, le cavallette, i mostri, insomma: dietro-front, che la stazione è, ovviamente, all'estremità opposta della città. Chi si immagina che prendere un treno in un viaggio in bicicletta sia un po’ come barare, sbaglia di grosso. Lo stress e la fatica sono di gran lunga maggiori e, per distanze inferiori ai 200 km, non ne vale la pena. Noi ci facciamo ingannare dall'illusione di risparmiare fatica e caschiamo come polli nella giostra carnevalesca delle ferrovie rumene. Drobeta-Calafat via Craiova, 200 km di percorso per 5 ore di treno e mezza di coincidenza. Partenza ore 14:25 da Drobeta, arrivo 19:55 a Calafat. Mi viene il dubbio di aver letto male, ma è proprio così. Il tratto Drobeta-Calafat è su un interregionale con aria condizionata con carrozze in buono stato. Nessuno spazio per la bici che vengono sistemate nel corridoio e all'ingresso del vagone. Partenza in perfetto orario, ma dopo cinque minuti il treno matura subito mezz’ora di ritardo e poi prosegue il suo cammino con la flemma di un lord inglese a 50 km/h scarsi. A Craiova siamo certi di aver perso la coincidenza e il controllore non sa dirci se ce ne sono altre oppure no. Buttiamo lo stesso giù tutto con furia e ci precipitiamo verso un binario sperduto dove c'è parcheggiato un avanzo di treno che pare destinato al macero. Non posso credere che sia un convoglio funzionante, ma è l'unico in tutta la stazione e ce lo giochiamo. Arriviamo a rotoloni, lingua fuori, borse che cadono a destra e sinistra. "Calafat?". "Da" Il controllore ci indirizza al primo dei due vagoni, senza fretta, e ci aiuta a caricare le bici, incastrandole una nell'altra per farle entrare tutte e tre in uno spazio più piccolo di una sola di loro. Quando entriamo anche noi capiamo di essere entrati in un'esperienza, in un viaggio che è, di fatto, un happening. Il vagone è rovente, zeppo di umanità. Chi beve, chi mangia, chi gioca a carte. Nel primo scompartimento, pieno, la gente si alza per lasciarci il posto vicino alle bici. Il treno parte, ma è come andare a piedi. Ad ogni stazione la gente sulla banchina urla qualcosa, saluta, ride, tutti sembrano conoscersi. Il controllore ogni tanto si fa vivo, ma non chiede biglietti, non ci fa pagare neppure per le bici. Passa per scherzare con i passeggeri che, evidentemente, conosce come le sue tasche. Il treno procede sì e no a 20 all’ora, sobbalzando ogni secondo come se avessero cosparso i binari di dossi artificiali. E, intanto, lentamente si svuota, fermandosi letteralmente in mezzo alla campagna, con oche e galline che aspettano in fila il ritorno del padrone. A circa un'ora da Calafat rimaniamo soli nello scompartimento con Daniel, un signore di mezza età con il quale ingaggiamo una partita a UNO che ci porta praticamente a destinazione. Arrivati a Calafat, alle 20:30 con mezz’ora di ritardo, il capotreno-controllore smonta la scultura a incastro ritrasformandola come per magia in tre biciclette, che ci aiuta a scaricare dal treno. Non ha più la divisa da capotreno ma la tuta da operaio perché, nel frattempo, ha cambiato mansioni e deve sganciare il locomotore dai vagoni. Ci abbiamo messo 6 ore per fare 200 chilometri su una linea ferroviaria che è una poesia di inefficienza, in vagoni caldi, scassati, sporchi, e abbiamo trovato ovunque persone accoglienti, disponibili a comprendere e ad aiutarci. Ripenso alla controlloressa della Deutsche Bahn di tre anni fa, che ci ha sgridato in tedesco, strafottendosene del fatto che non capissimo nulla, perché avevamo osato introdurre le nostre bici nel lindo ed efficientissimo vagone che aveva già i posti bici occupati. Lascio a chi legge trarre le dovute considerazioni. |
Proviamo a risolvere il problema di questa mia ruota posteriore, che anche stamattina è a terra. Cambiamo di nuovo la camera d'aria (questa è l'ultima del tipo italiano) e, stavolta, sostituiamo pure il copertone. Poi, avviandoci fuori città, incocciamo in un ciclista e io suggerisco di fermarci e chiedere aiuto per adattare il cerchione alle valvole Romene, che hanno un diametro maggiore delle nostre. Per il ciclista è un gioco da ragazzi. Due giri di trapano con la punta dal passo giusto ed eccomi con la ruota rimontata e il copertone e la camera d'aria nuovi fiammanti. Speriamo che sia la volta buona. Intanto mi si formula in testa un retro pensiero. Adesso, in caso di ulteriori forature, ho la ruota posteriore adattata ai ricambi standard di questo paese e di camere d'aria di scorta qualcuna ne abbiamo. Nessuna delle altre cinque ruote sulle quali facciamo affidamento per arrivare al mare, però, lo è. Non sarebbe il caso di fare il servizietto a tutte? Più o meno saggia che sia, questa idea resta un retro pensiero: minimo si rimanderebbe la partenza di due ore. E noi siamo già al limite del tempo utile a pedalare la nostra tappa senza dover fare i conti col buio. In sella allora e via come il vento! Svolta a sinistra, lieve salitina, curva a destra e avanti diritto fino al semaforo. È proprio lì che Franci, approfittando del rosso, sputa il rospo. Ieri sera a cena, l'opzione “treno” era stata messa ai voti. Prevedeva di accorpare la tappa di oggi e quella di domani, viaggiare su rotaia ed evitare così, stasera, di arrivare a Punghina, villaggio sperso nel mezzo della pianura e senza alcun tipo di accomodation, dovendo chiedere ospitalità nel giardino di qualcuno, con il rischio di non trovare accoglienza. Ci si sarebbe tolti una preoccupazione, si sarebbe guadagnata una giornata in più da spendere a Costanta, ma per contro, ci si sarebbe privati dell'esperienza di bussare, inattesi, alle porte del villaggio e testare la vera ospitalità di questo paese. Le ultime parole famose del nostro capo-comitiva in proposito erano state: “Decidete voi. A me va tutto bene.” Avevamo concordato per l'avventura, disposti all'eventualità di dover piantare la tenda à la manière sauvage, di fianco a un fosso o a un campo di meloni e così dover affrontare la notte con quel grumo d'ansia in più, che certo si sarebbe impossessato dei campeggiatori liberi e selvaggi che un tempo eravamo e che, rode dirlo, non siamo più. Ora, sopraggiunta la tarda mattinata del giorno seguente, indirizzato ormai il pensiero in quella direzione, rimischiare le carte in tavola all' ultimo crea un po' di contrarietà. Si va alla stazione, si fa il biglietto, ma il capo-comitiva non è dell'umore più allegro. Si rintana al suo posto e se ne sta lì, taciturno, a smaltire il cambio programma dell'ultimo minuto, mentre fuori dal finestrino scorrono “lenti lenti” paesaggi collinari incantevoli e boschi da favola. Treno, dunque giro lungo. Perché da Drobeta a Calafat la linea non è diretta e ci si mette 6 ore (uno sproposito) a percorrere una distanza che, sebbene più che doppia di quella che avremmo percorso in bici, è pur sempre modesta: in due tratte, un totale di 200 km circa, con cambio a Craiova. Il treno in Romania è un'esperienza che, bisogna dirlo, andava fatta. Tanto per cominciare parliamo dei ritardi, che non si contano in minuti, ma in mezz'ore e solo grazie a ciò siamo riusciti a non perdere la nostra coincidenza e ad arrivare a destinazione prima di notte fonda. A un ritardo di circa quaranta minuti del primo treno in arrivo a Craiova, corrisponde infatti un ritardo di circa mezz'ora del secondo, quello in partenza per Calafat. Quando arriviamo al binario, trafelati e convinti che il treno ancora lì per miracolo ci parta sotto il naso con tanto di pernacchia, troviamo invece un capo-treno che ci accoglie senza fretta. Ci accompagna in testa al “convoglio” (due forse tre vagoni) e ci aiuta a caricare bici e bagagli senza dar segno del minimo stress. Non parla che il romeno. A che serve agitarsi, sembra aver pensato. A questi tre scappati di casa che non capiscono una parola, una mano bisogna pur dargliela. Essere scortese non toglierebbe un briciolo di fatica né a lui né a loro. E allora, a gesti, cerca di farci capire la logica di far entrare tre biciclette in uno spazio dove solo una basterebbe a impedire l'accesso al vagone, a chicchessia e per tutto il tragitto. Giù le borse, prendi questa, piega il manubrio, gira quella, alza il sellino, chiudi lo specchietto, spingi qua, tira là e le nostre preziosissime si ritrovano impaccate, come le sardine nella scatola, in un vano che neanche tre tricicli noi saremmo stati capaci di sistemare. Il treno è a scompartimenti, pieno. I passeggeri hanno tutti seguito, affacciati ai finestrini e senza dare segni d'impazienza, il nostro arrivo e le operazioni di compostaggio. Non c'è uno scompartimento con tre posti liberi. Dovremo separarci. Invece arriva Daniel, sui 55, capelli castani, baffi e camicia aperta per metà. Mi picchietta sulla spalla e ci invita ad accomodarci nello scompartimento più vicino alle nostre biciclette. Anche lì non si parla che romeno, ma, a gesti, a sorrisi e risate, riusciamo a soddisfare la curiosità dei nostri compagni di viaggio circa l' impresa di pedalare millecinquecento chilometri, durante l'estate più calda del secolo, per andare al mare e restarci tre giorni. Il treno parte. Procede lento. Pare di essere su un'attrazione di qualche sorta di parco divertimenti un po' datato. Ci spostiamo nella direzione di Calafat a una velocità media che non supera i 20 km orari. In compenso, a intervalli regolari, il vagone sale e scende come seguendo un'onda, che lo solleva e lo rilascia. Il convoglio si ferma, ora nel mezzo del nulla, ora in micro-stazioni frequentate, oltre che da umani, da cani, polli e cavalli legati a brucare a lato ferrovia. La gente grida e ride. Ad ogni fermata, i nostri compagni si riversano nel corridoio, si affacciano al finestrino e salutano a gran voce chi sta sotto. A una stazione, qualcuno dal binario vende bottiglie d'acqua ai viaggiatori e i “nostri”, che nel frattempo sono rimasti in due, rientrano con il loro bel bottiglione da due litri. Noi l'acqua ce la portiamo dietro da questa mattina: la scorta per la giornata. A quest'ora è calda come una tisana. Riguardo all'aria condizionata, assolutamente fuori luogo sarebbe anche solo formularne il pensiero, in questo contesto. “Se giri per il mondo, ti devi saper adattare”, ribadisce Franci. Fa un caldo da morire. Il treno arranca. Il ritardo si accumula stazione dopo stazione. E la gente non si lamenta. Il capotreno, che funge anche da controllore e bigliettaio in carrozza, passa e ripassa. Scambia due parole con uno, lancia una battuta a un altro, si asciuga il sudore con il fazzoletto, non chiede nessun biglietto e passa oltre, gettando le ultime parole all'indietro per chi sia pronto a raccoglierle e a rimbalzarle un po' più in là. A un'ora dall'arrivo, nello scompartimento con noi rimane solo Daniel. Il treno ora è semivuoto. Lui si lascia facilmente coinvolgere in una partita a UNO, che poi diventano due, tre e quattro, perché ci si diverte. Giochiamo, stabilendo alleanze di sguardi, intese mute fatte di lievi sollevamenti di sopracciglia. E giocando impariamo numeri e colori in lingua romena. Prima di scendere, a un paio di fermate dalla nostra, Daniel accetta di condividere con noi un selfie, ci lascia il suo contatto facebook e ci mostra le foto dei suoi figli. L'ultima immagine è di lui sulla banchina, una mano alzata a salutarci, l'altra protesa in avanti ad accogliere il saluto scodinzolante di due cani, che sembrano essere arrivati proprio in quel momento a prenderlo al binario. Infine si arriva a Calafat. Il capotreno-bigliettaio-controllore cambia divisa. Toglie il cappello rosso a visiera, appoggia la tracolla dei biglietti e indossa una tuta blu da uomo di fatica. Poi si infila tra il vagone e la locomotiva, armeggia con ganci e leve e libera la testa ansante del treno, che se ne va, lasciando indietro i vagoni silenziosi e deserti. L'umanità che li farciva alla partenza come succulenti bomboloni ripieni di crema pasticcera , si è sparpagliata stazione dopo stazione, per i villaggi e le campagne. E noi siamo ormai soli, all'imbrunire. Di nuovo il fac-totum ci raggiunge, districa le nostre preziose, le solleva di peso e ce le passa. Poi fa un ultimo cenno di saluto e se ne va alla sua vita. Chissà quanti altri cambi d'abito lo aspettano, prima che sprofondi nel sonno del giusto. Me lo immagino ai fornelli con un grembiule da cucina, a cucinare un dolce ai nipotini. Oppure con degli zoccolotti polverosi e una zappa in mano, a rifare l'orto a un anziano vicino . O ancora con i guanti di lattice, a preparare un'iniezione per la moglie o la madre. Uomo polivalente, bonario e generoso. Per noi ha fatto tutto quello che poteva. Perché dovrebbe essere diverso con gli altri? Mentre si allontana, non ci resta che gridargli: mulţumesc! GRAZIE! |
Oggi, cari miei, la tappa è stata diversa, l'abbiamo fatta in treno, perché faceva caldissimo e, essendo partiti alle 13, io non mi sentivo di pedalare. Comunque, facciamo amicizia con un macchinista, che sa l'italiano. Giusto il tempo di dirci «ciao» e il primo tremo, quello che ci porterà fino ad un paesino, parte. Dopo le due ore, passate a scrivere il diario, e guardare questo mondo che, seppur così lontano dall'Italia ma che ti fa sentire a casa, con i bambini che ti corrono dietro alla bici e ti danno il cinque, e ci fanno sentire il Papa, o qualcuno di importante, quando invece siamo solo semplici turisti che pedalano sulla loro terra piena di frutti, scendiamo dal treno per prenderne un altro molto più vecchio della Deutsche Bahn, che in precedenza era stato tedesco. Il viaggio procede bene con tanti scossoni e molto lento (la velocità massima sarà stata di 60 chilometri orari). Incontriamo anche un macchinista con cui giochiamo a Uno. Scesi dal treno andiamo a cercare un hotel a Calafat, e infatti lo troviamo. L'hotel si chiama Colosseum. È molto bello e c'è anche il ristorante. |
5 agosto, giorno 23 (Calafat - Zafal, 84,4 km)
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Batti cinque! Come si fa a descrivere un'esperienza come il tappone di oggi? Calafati-Zafal, 85 km nella campagna rumena passando da un villaggio all'altro. Non sapendo bene da che parte iniziare a descrivere il caleidoscopio di esperienze, sensazioni, incontri, ricorro al solito trucco dell'elenco, che ha il vantaggio della chiarezza e della semplicità. Inizio dai carretti coi cavalli. La guida li menzionava, ma non credevo fossero parte integrante del traffico locale. Li vedi ovunque, per strada, parcheggiati sotto casa, pieni di angurie, meloni, fieno, materiale vario e, ovviamente, persone. Viaggiano per strada insieme ad auto, furgoni, autocarri di ultima o penultima generazione. Non sembrano neanche avanzi di un passato destinato a sparire, ma si integrano con naturalezza nel tessuto sociale. Come se ogni casetta dovesse avere il SUV nel garage e il cavallo con il carretto nella stalla. Non so se sia proprio così, ma non credo di andarci troppo lontano. Poi i bambini. Sono appostati ai margini della strada, vicino ai genitori, ai nonni, o in gruppetti; quando ci vedono sbucano come topolini, ci gridano "hello!" e aprono la mano per darci un "cinque" al volo. Deve essere uno sport nazionale, perché in ogni villaggio è così. Uno di questi marmocchi è una bimba che avrà 3 o 4 anni. Si materializza dal nulla e mi corre dietro, aggrappandosi letteralmente alle borse. Mi fermo, un po’ per simpatia, un po’ per non rischiare di trascinarmela dietro. A quel punto la bimba molla la presa e mi guarda, con l'aria di pensare "si è fermato. E ora?". Io le lancio un "Buna Ziua" e lei mi risponde con un "Buna Ziua" e poi parte con un lungo discorso in Rumeno. Io devo andare. Le mando un bacio e parto, mentre lei continua a predicare ad alta voce chissà cosa. Durante il pomeriggio un gruppo di 5-6 ragazzini si accoda e attacca discorso con quel po’ di inglese imparato alle medie. Uno corre avanti dal Ciccio, ma ci rimane poco, perché Franci è in vena e tira come una locomotiva. "You are a good family" mi dice il più grandicello, 15 anni. "You are great kids" rispondo io. Uno dei bambini continua a guardare il gran pavese di bandierine che mi porto dietro e io mangio la foglia. "want one?" Fa cenno di sì, mi fermo e gli passo la bandierina italiana. Incrocio lo sguardo di Daniel, il bambino che era corso davanti da Franci, e ne indovino i pensieri: "Cazzo, perché non gliel’ho chiesta io?" e così in un attimo, per far contenti tutti, se ne vanno la Francia, la Serbia, la Croazia. Mi rimangono solo l'Ungheria e l'Austria, mentre i marmocchi vocianti riprendono la strada di casa con le loro bandierine al vento. E poi la gente, aperta, semplice e generosa. Florin lo incontriamo a un pozzo. Noi siamo lì, in pausa, e Franci fa: "ma funziona ancora questo pozzo?" non facciamo in tempo a dire "ma va là" che Florin arriva con suo figlio e tira su una secchiata d'acqua fresca. "Buona da bere" ci dice, naturalmente in Italiano perché ha lavorato a Foggia. Anche lui è tornato e preferisce stare nel villaggio. La moglie insegna biologia a scuola, 350 Euro al mese e, con quei soldi, ci tira avanti tutta la famiglia. Florin è a casa, cura l'orto e gli animali, così che per avere la tavola imbandita non serve andare al supermercato. Dopo cinque minuti attorno al pozzo si è formato un gruppetto di persone che vogliono conoscere la famiglia italiana che va al "Mare Nigru" in bici. Dorel, invece, vende angurie e meloni a un crocicchio. Noi siamo ancora fermi per una bevuta e lui ci approccia con un "Buenos dia". Ha lavorato in Spagna, ha la famiglia in Svezia ma è dovuto tornare per curare la madre malata di cuore. Intanto vende angurie, che da queste parti costano meno dell'aria che si respira. Ce ne regala subito una. "Ma è pesante", "Allora mangiatela qui" e ci dà il coltello. Ne scofaniamo un terzo, deliziosa, e gli lasciamo il resto. Prima di partire non c'è verso di rifiutare un melone, che sistemo sul castello di bagagli sul retro della bici. Foto di gruppo. Scambio di indirizzi facebook. Si, facebook. In questa terra si fondono gli asini, i carretti coi cavalli, i SUV e, naturalmente, l'onnipresente facebook. Tutta la giornata è una festa di saluti, incontri, vecchiette sciallate di nero e qualche dente che ci gridano "Drum bun", vecchietti cappellati sotto il sole a 40 gradi che ci mandano baci. Passare per i villaggi è un lavoro, per mandare un saluto, un sorriso, un ciao ciao a tutti. Arriviamo al camping Zafal che è sera, sfatti dai chilometri e dal vento contro. Fossimo arrivati ieri saremmo stati fottuti, perché il camping riapre oggi dopo un fermo di 4 anni. Ce lo spiega, in italiano, il gestore, che ha lavorato a Foggia pure lui ed è tornato per aprire il suo business. Il tutto è in uno stato di semi-abbandono. I bungalow di legno hanno lenzuola di quattro anni abitate da colonie di chirotteri, lepidotteri, aracnidi e zanzare. Il bagno ha dentro la cacca di quattro anni fa. Piantiamo la tenda. Teniamo la cacca. Ma la sera ci consoliamo con una grigliata di salsicce (queste fresche) che il nuovo gestore cucina in onore dell'apertura. E alla fine, finalmente, il cielo stellato. Senza luna, con poche luci intorno. Sono tutte lì, belle e di tutti i tipi, come la meraviglia di persone di cui questa giornata ci ha fatto dono. |
Avete presente quei negativi fotografici di una volta, dove sullo scatto di fine rullino si sovrapponevano due inquadrature, permettendovi di vedere contemporaneamente, ma meno definite, le ultime due pose? Ecco, attraversare questo tratto di Romania fa lo stesso effetto. È come percorrere uno spazio abitato contemporaneamente da due epoche. Passato e presente scorrono ai lati della strada e in piena carreggiata. Case dei primi decenni del '900, semplici e dimesse, di fianco a palazzine in costruzione, che suggeriscono un'accresciuta possibilità economica. Mi viene da pensare ai tanti migranti che lavorano nel nostro paese con l'obiettivo di acquistare un terreno nel proprio e costruirci sopra una casa. Poi ci sono i mezzi di trasporto. Quelli che ci sorpassano, automobili prevalentemente di costruzione recente, e quelli che superiamo, carri e carretti di varia misura, trainati da cavalli, asini e ronzini e carichi di fieno, ramaglie, persone e animali. Anche i pedoni che camminano su questa strada sono una sorpresa. Uomini e donne, come sempre succede, e gruppi di bambini anche molto piccoli, come da noi non se ne vedono più, liberi di muoversi fra una casa e l'altra, sulla piazzetta o in prossimità di un incrocio. Ma poi tanti animali: capre, cani, cavalli, oche a decine, che attraversano la strada in fila per due, polli e tacchini che becchettano un po' qua, un po' là. Tutti, all'apparenza, liberi padroni di questa terra. Sull'asfalto, le gocce di condensa degli impianti di aria condizionata delle auto e l'impronta di qualche frenata, che potrebbe aver salvato la vita a una capra o a una gallina, fanno il paio con gli escrementi dei cavalli che, quando non tirano carretti, se ne stanno parcheggiati sulla striscia verde pallida d'erba secca, che separa le staccionate delle case dalla via. Mi tornano alla mente immagini viste da bambina e racconto a Francesco di quando a Bossico, paese allora di pastori e terra natale di mio nonno, ai piedi delle prealpi lombarde, le greggi tornavano a fine estate dagli alpeggi e, prima di rientrare negli ovili, venivano radunate per la tosatura. Per noi bambini uno spettacolo a metà tra il curioso e il cruento, dove gli animali arrivavano, carichi di morbida lana, annunciati dai loro campanacci e dalle voci dei pastori e se ne andavano, spogliati del prezioso manto, sgraziati e belanti. Ma il vero inaspettato di questa tappa è il calore umano con il quale tutti accolgono il nostro passaggio. Grandi e piccoli ci gridano un saluto, ci additano. In inglese o spagnolo ci chiedono da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo. E sicuramente dicono molto altro in una lingua a noi incomprensibile, ma sempre accompagnata da grandi sorrisi e da timbri di voce che comunicano empatia. I più anziani alzano una o entrambe le mani, accendono gli sguardi, indicano la strada verso il mare e ridono divertiti. I bambini si buttano in mezzo alla via, allungano la mano e ti danno certi “cinque” da farti perdere l'equilibrio, gridando festanti “hallo-hallo!”, “Hola!” Qualcuno inforca una bici più grande di lui e ti corre dietro cercando di intavolare una conversazione con le poche parole di inglese che sa. Nel giro di una tappa Danny arriva quasi ad esaurire il suo parco bandierine, distribuendole a questo e a quello. Quando ci fermiamo per bere un sorso d'acqua di fianco a un carretto carico di angurie e meloni, Dorel ci offre un cocomero: “Per il viaggio”, dice. Ma l'anguria pesa! Non possiamo, sorry. Allora la prende, la posa su una borsa di plastica lì, sul ciglio della strada, e ci porta un coltello. “Fa caldo” ci fa capire, “questa vi rinfresca”. Parla spagnolo. La sua famiglia vive in Svezia. Anche lui ci è stato per un po', ma ora deve curare sua madre anziana, che soffre di cuore. Così lavora la campagna e vende cocomeri e meloni. Quando lo ringraziamo e ci prepariamo a riprendere la strada, ci porta un melone per la sera. Non c'è modo di pagarglielo. Il suo sguardo è categorico. “Es para Dios”, dice. Quando ripartiamo non smette di ringraziarci. Pensare che non abbiamo fatto altro che accettare i suoi doni! Qualche chilometro più in là, ci fermiamo per la pausa pranzo. Oggi cuciniamo una delle zuppe istantanee portate dall'Italia, che fino a questo momento hanno fatto peso e volume in una delle borse di Danny. È tempo di alleggerirsi un po'. Entrati in un villaggetto di un pugno di case allineate lungo la statale, notiamo un parchetto pulito e ben tenuto, con un paio di panchine all'ombra di un grosso albero e alcune pagode di legno sistemate nei riquadri d'erba rasa da poco. Prendiamo possesso dello spazio ombroso ai piedi dell'albero e cominciamo a predisporre il necessario per cucinare. Dall'altra parte della strada, una palazzina di recente costruzione mostra una targa, che da qui non distinguiamo, e, appese sopra la porta d'ingresso, le bandiere romena ed europea. Ho l'impressione che il funzionario in servizio si affacci un paio di volte per gettare uno sguardo nella nostra direzione. Forse non gradisce il fatto che ci siamo accampati qui, di fronte al municipio. Abbozzo un sorriso, il nostro segnale di pace. Alzo la mano in segno di saluto. Per tutta risposta lui sparisce dentro la palazzina. Qualche minuto più tardi, una bella signora elegante, sui quarantacinque, con tacchi a spillo e tubino verde bottiglia, capelli raccolti e accompagnata da due bimbette sui 6/7 anni, attraversa la strada e viene decisa verso di noi. Ha tutta l'aria di essere il segretario comunale del posto. In spagnolo ci spiega che il suo collega le ha chiesto di venire a domandarci se abbiamo bisogno di qualsiasi cosa. Ci dà il benvenuto nel loro paese e ci invita a rivolgerci a lei per qualsiasi nostra necessità. Ne approfittiamo subito e andiamo a fare la pipì e a lavarci le mani in municipio. In quale parte d'Italia succederebbe una cosa simile? La signora ci chiede, come tutti, da dove veniamo e qual è la nostra meta, come viaggiamo, dove dormiamo. Contrappunta ogni nostra risposta con un convinto: “ME ALEGRO!” Quando riprendiamo a pedalare, dopo doverosa pennichella, sono le 16:30 circa. Il sole è alle nostre spalle e la giostra dei saluti si replica ad ogni cancello di casa o incrocio di strade. Io fatico, però. L'asfalto mi sembra duro, le gambe molli, la bicicletta insolitamente pesante. Quando arriviamo al campeggio, sono le 18:00 circa. E io sono stravolta. Un'altra nota di colore, che merita di non essere dimenticata. Passando attraverso questi villaggio, ne incontriamo uno dove bancarelle e giostre segnalano una festa di paese in piena regola. La gente si muove verso lo spiazzo dove un semplice mercatino espone oggettistica per la casa, abbigliamento, angurie e meloni, cipolle, patate, tappeti e… ...LAPIDI!!! Incredibile, lapidi esposte come oggetti qualsiasi, tra pentole e mestoli, camicie e scarpe, frutta e verdura! Certe cose, come dice il Ciccio per telefono alla nonna, bisogna vederle con i propri occhi per saperle veramente. E la vacanza in bicicletta ti porta lì, dove nessun tour operator ti avrebbe mai accompagnato. |
6 agosto, giorno 24 (Zafal - Corabia, 58,7 km)
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Pit-stop Lasciamo il campeggio tardi, come al solito. Dopo la coppia belga e quella austriaca. Quest'ultima, in particolare ci ha umiliato, informandoci che ieri mattina sono partiti da Calafat alle sette di mattina e all'una erano già qui. Anche oggi è controvento. Meri è spompata, fin da ieri, e il Ciccio smadonna per il vento contro e il caldo, che dopo le 11 è infernale. Si va. Piano. Campagna, villaggi, saluti, batti cinque con i bambini. È una fatica stare dietro a tutto e tutti con questo caldo. A metà percorso, verso l'una, ci fermiamo a un bar, se così si può chiamare. Mezzo ripostiglio a bordo strada con una spina, un frigo per le bibite e una macchinetta per il caffè. Sul ciglio della strada tre tavolini di plastica all'ombra di un ombrellone e un albero. Ci installiamo lì per tre ore, bevendoci mezzo bar fra birre, bibite, acqua e caffè. Giochiamo una serie interminabile di partite a UNO, Ciccio fa i compiti e io mi schiaccio pure un pisolino. Attorno a noi la gente va e viene, gioca, parla. Tutti conoscono tutti. Alle 16 arriva un trio polacco in bici. Uomini di mezza età che vanno verso Odessa passando da Constanta. Chiacchieriamo, con poco inglese, ci scambiamo i numeri di telefono che non si sa mai. Loro arrivano e noi partiamo per Corabia. La seconda metà è come la prima, Franci un po' più in vena, Meri no. La sua bici deve aver qualcosa, perché tutta 'sta fatica non è cosa normale. |
Fatica, fatica, fatica. Per fortuna siamo di nuovo in pianura. Una pianura che si srotola a bordo strada e sconfina a perdita d'occhio. Gialla, verdina, marrone, con un orlo di verde scuro all'orizzonte. Già ieri ero arrivata a fine tappa con la lingua di fuori. Oggi si prospetta lo stesso sbocco. Sarà che la tratta in treno mi ha ammollato le gambe? Saranno le zie, che si preparano ad arrivare in anticipo? L'anno scorso un'improvvisata di questo tipo me l'avevano fatta. O sarà il vento, che ha cambiato giro e ora ci soffia in faccia? Sarà il caldo che non molla? Questo cielo blu a picco sulle nostre teste? Sarà che fino ad oggi siamo stati mediamente più sotto che sopra i 50 chilometri di percorrenza giornaliera? O sarà questo nuovo copertone made in India? Che faccia più atrito dell'altro sull'asfalto rovente? Qualcosa di nuovo che non va nella mia bici, forse? I freni sono a posto, le marce cambiano regolarmente, ma io non reggo più i cambi alti. Procedo, già pochi chilometri dopo la partenza, a lingua ciondoloni. Il sorriso beato della ciclista giuliva, sento si sta trasformando in una smorfia di dolore. Alzare la mano e salutare l'umanità che incontriamo lungo il ciglio della strada, diventa un surplus di fatica che richiede grande concentrazione. Non gusto la tappa. La soffro. Ma c'è qualcosa che attira il mio sguardo e uso come distrattore della fatica. È un elemento della parte urbana del paesaggio, prevalentemente rurale. Un elemento architettonico, ricorrente in molteplici varianti. Il portico di facciata delle case, modeste nelle dimensioni e nell'apparenza, è decorato e disegnato secondo uno schema costante. |
Oggi, abbiamo conosciuto un altro compagno di viaggio: il VENTO CONTRO!! Per tutto il viaggio ci ha deriso, ostacolato e rotto le palle. Come risposta, da parte mia, porconi e smadonnamenti tentano di superare il vento, che però si arrabbia e raddoppia, tiplica, quadruplica la forza. A 30 km, poco più di metà percorso, ce fermamo pe beve 'na cosa e pe fá sbollì 'sto cardo infernale che ci dirà poi una signora sia a 35 °C. Giochiamo a UNO per un bel tempo, e dopo, prima di ripartire, incontriamo tre signori polacchi, che sono in giro a fare la nostra stessa pazziata, e cioè arrivare a questo benedetto Mare Nigru (Mar nero), che a dirsi sembra vicinissimo, ma quando si dicono le tappe sembra di essere ancora a Baja, in Ungheria, proprio da dove sono partiti i nostri nuovi amici. Però, io ogni sera e ogni mattina lo dico : "Ragazzi, uffa." E papà risponde "Uffa cosa?" E io: "Eh, che manca poco alla fine della vacanza!" |
7 agosto, giorno 25 (Corabia - Turnu Magurele, 31,5 km)
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Chiare, fresche, dolci acque Corabia - Turnu Magurele è una tappa brevissima: 32 km. Ogni tanto ci vuole. La ruota posteriore ha certamente un problema. Gira, ma è frenata. Pare una questione di cuscinetti e la cosa mi angoscia, ricordando la terribile esperienza dei miei pedali in Germania, tre anni fa. Ora non c'è nulla da fare, se non sperare, pregare e pedalare. Il vento è leggero, il caldo è tanto, ma la strada è poca. Poco prima di Turnu Magurele un ponte taglia un fiume delle acque basse e trasparenti. La sosta è inevitabile. Dopo il bagno nei laghetti di Bela Crkva e nel fiume marrone e schiumoso al camping Zafal, poter vedere i propri piedi in 10 cm d'acqua è un'esperienza irrinunciabile. Veniamo agganciati da una famiglia Rumena che si gode il picnic domenicale al fiume. La mamma di Mateus, in particolare, fa una lunga chiacchierata con Meri, tutte due a mollo in acqua. "In Romania abbiamo trovato persone adorabili, sempre pronte ad aiutarci". "Siete voi che ispirate fiducia a prima vista, così sorridenti e allegri" - Perché non mi ha visto l'altro giorno in treno con il diavolo a quattro dipinto in faccia, penso io. Ma è comunque un complimento bellissimo. E qualcosa di vero ci sarà, spero. Arriviamo a Turnu Magurele nel primo pomeriggio, in una domenica deserta di abitanti, tutti chiusi in casa o sulle rive di qualche fiume. Mentre passo per il giardino del paese, deserto pure lui, vedo una mano che si agita da una panchina. È di Cyrielle. Guillaume è poco oltre, che spazzola con amore i denti al tandem. Ci eravamo lasciati a Bela Crkva, più di una settimana fa. In tutto questo tempo li abbiamo pensati spesso e scopriamo che anche loro hanno fatto lo stesso. Ormai è amicizia, non è più un incontro occasionale come tanti. Proviamo il loro tandem e scopriamo che è un casino, ci vuole coordinazione. Se per caso quello dietro frena che non te lo dice, ti senti sparare in avanti a mo’ di catapulta che ti prende mezzo patema d'animo. Poi penso a cosa sarebbe stato caricare sui treni serbi e rumeni quel treno di ferraglia e catene e l'interesse per il tandem è svanito all'istante. Fa niente se sui tratti in piano riesci a tirare quasi il doppio di una bici. All'albergo chiediamo informazioni sull'esistenza di un ciclista. Purtroppo c'è; domani prevedo lacrime e sangue alla partenza. |
Oggi tappa breve. La reggo un po' meglio. I ragazzi si impegnano a pedalare a velocità ridotta. Superato il ponte sul fiume Olt, a una decina di chilometri dalla meta, decidiamo di fermarci sulla riva sabbiosa e fare un bagno in queste acque, che sembrano pulite e poco profonde. Anche qui facciamo subito un bell'incontro. Quando Theodora ci vede arrancare, sprofondando nella sabbia rovente vestiti di tutto punto, i nostri caschetti ancora sulla testa, da sotto il suo ombrellone accenna un saluto in inglese. Basta un incrocio di sguardi e un semplice scambio di saluti e lei se ne esce con il più ovvio, a pensarci bene, ma di fatto “straordinario” WELCOME! Si alza e mi viene incontro. Mentre Daniele e Franci si buttano in acqua e cominciano a giocare, io mi siedo in ammollo con lei a un paio di metri dalla riva e conversiamo amabilmente come due vecchie amiche. Il piacere di Theodora di praticare il suo inglese è evidente, come evidente è la simpatia che prova per noi. Così, in una quarantina di minuti, mi srotola con amabile semplicità la sua storia. Madre di Mattei, che ha un anno meno di Franci e in questo momento è a sua volta intento a giocare in acqua,ex insegnante di scuola materna, ora casalinga, appassionata di segni zodiacali e psicologia. Theodora e la sua famiglia lasciano la spiaggia prima di noi. In cima all'argine si volta per l'ennesima volta e alza la mano. È lontana, non ne distinguo il viso, ma sicuramente sorride. |
Oggi 32 km, veramente pochi e per fortuna, perché la mamma ha qualcosa che non va alla ruota posteriore, come la pazienza di papà che se ne sta andando, abbastanza velocemente. Appena scendiamo al ristorante, ci accoglie, con un bel sorriso sulle labbra, la Super Sfiga materializzata in un cameriere. Chiediamo "Breakfast?" e il cameriere "The Breakfast is only from ten'' E qui si vede il sorriso di papà e mamma trasformarsi in qualcosa di inimitabile. "Sorry, but yesterday we spoke with a person and he said that it was after nine..." " No, I'm sorry but..." Va be. Dopo mezz'ora partiamo, per poi fermarci Al 24-esimo km, per fare 1 bagno nel fiume Olt, che a me ricorda Solt, in Ungheria. Oramai sembra un secolo fa. Acqua bellissima, bassissima, e tanta corrente e, tanto per avere un senso di sicurezza, sapere che lì ci è morta una persona. |
8 agosto, giorno 26 (Turnu Magurele - Zimnicea, 57,3 km)
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Pregiudizi in frantumi Zingari, Rom, Gipsy, Sinti, Nomadi, Gitani, nel mio immaginario sono sempre stati un unico, variopinto miscuglio di umanità associata a roulotte, campi sporchi e fangosi, donne a gonnelloni e foulard colorati, portafogli e bambini da tener d'occhio che se no te li fregano, finti poveri, ciechi e zoppi come il gatto e la volpe. La Romania è la patria dei Rom, se di patria si può parlare per questo popolo venuto dall'India e scacciato o mal sopportato in tutta Europa nel corso dei secoli. Sempre seguendo il mio immaginario in questi giorni ho tenuto gli occhi aperti in cerca di campine e foulard, ma non ne ho visti. Ma dove sono tutti questi zingari? Andati in ferie? Emigrati? Nascosti? Sempre dietro di me? La mattina a colazione scopro l'arcano. Anzi, me lo spiega un ragazzo di Pisa che lavora per un'impresa di costruzioni. Gli zingari ci sono, ma i segni distintivi non sono le campine e i foulard, ma le loro mega-ville a due-tre-quattro piani con poggioli, scalinate e colonnati stile "via col vento". Finite sono coloratissime, altrimenti hanno mattoni e calce a vista. In ogni caso sono la perfezione del kitsch. Altro segno distintivo sono i carretti dei cavalli che abbiamo visto a mandrie in questi giorni. Naturalmente accoppiati a SUV, come avevo sospettato. "Ma i soldi dove li prendono?" "All'estero, lavorando e rubando" è la risposta. Sarà vero? L'ennesimo luogo comune? Chi lo sa, certo la scoperta fa un certo effetto. Se a questo si aggiunge che in Romania i Rom hanno agevolazioni di vario tipo in quanto minoranza, si può capire perché Rumeni e Rom siano come acqua e olio tenuti insieme nella stessa bottiglia, con un emulsionante di cui mi sfugge totalmente la natura. Da Turnu Magurele partiamo alle 12:15. Un vero record, visto che ci siamo svegliati alle 6:30. Certo, dovevamo andare dal ciclista per la ruota di Meri. Come la vede capisce il problema, anzi i problemi. Il mozzo della ruota ha un cazzillo usurato che la frena un po’, ma il problema maggiore è il copertone indiano che abbiamo comprato a Orsova: si è lesionato all'interno, per cui quando la ruota gira sculetta tutta a destra e sinistra con una conseguente fatica della Madonna. Ecco svelato il mistero. Già che c'è sistema un paio di cazzate che ho fatto io quando ho cambiato la camera d’aria fra Belgrado e Kovin, nel covone di zanzare. E per dare il tocco del maestro dà pure una regolata ai raggi. E quanto vuole per il suo lavoro? Niente! Ci fa pagare solo copertone e camera d'aria. Neppure il cazzillo, che era usato, ma praticamente nuovo. È incredibile. Questa gente quando ci incontra ci vuole sempre regalare qualcosa. Stai a vedere che prima o poi troviamo qualcuno che ci dà dei soldi. Alle 11 abbiamo finito e io sarei per partire ma Meri, la previdente, dice le fatidiche: “fermiamoci cinque minuti al Penny che prendiamo l’acqua e due cose per il pranzo." Ed ecco spiegata la partenza a mezzogiorno, sotto il solito caldo terrificante e il vento in faccia. Mentre vado apro gli occhi e inizio a notare le ville zingare. Incredibile che fino a oggi non ci abbia fatto caso. Ci sono villaggi dove questo tipo di casa sono le uniche che si vedono, altri dove si mescolano a un altro tipo di architettura, più anonimo e meno appariscente. Zingari e Rumeni, chi l'avrebbe detto? Alle due e mezza ci fermiamo a uno dei soliti ombrelloni, una specie di Bar Sport dove la gente si incontra e spettegola. Noi, ovviamente, siamo l'attrazione e tutti ci dicono qualcosa in rumeno stretto di cui capiamo più o meno l'1%. In un furgone pisola Dragos, un Rumeno che inizia a parlarci con il tipico accento della Garbatella. Tot anni passati a Roma, poi la crisi, stipendi non pagati e il ritorno in Romania. Sempre la solita storia. Quando Dragos accende il furgone e parte, Franci gli corre dietro. "Dragos, prendimi con te, salvarmi da questi due matti!" Risata generale. "Ma che ci sarà da ridere?" immagino avrà pensato il Ciccio. A Zimnicea finiamo nell'unico hotel della cittadina. Non una pensione, ma un mega-hotel con prezzi occidentali. Incontriamo, ovviamente, Guillaume e Cyrielle, che si apprestano a partire per la tappa serale. Dove vi fermate? Non si sa. Dove dormirete? Dove capita. Nostalgia di tempi andati quando dormivamo in macchina nei parcheggi delle autostrade o buttati in una spiaggia.… Va bè, abbiamo la creatura, non è detto che prima o poi... |
Oggi finalmente ho risolto i miei problemi tecnici. Abbiamo trovato un bike-service con un ciclista d.o.c. In tre minuti ha individuato le magagne e in una quarantina le ha eliminate. In due parole, la ruota posteriore aveva un componente usurato, che non le consentiva di girare in modo fluido. Inoltre l'abile ciclista mi ha fatto capire, nel suo inglese essenziale, che il vero problema stava nel copertone nuovo, quanto di peggio si possa trovare sul mercato, un prodotto che dopo solo tre giorni di strada si era lesionato in più punti. Camera d'aria della medesima “qualità”. “Fai un sacco di fatica con questa ruota sulla strada!” ha concluso. Cambiamo tutto e, non appena metto i piedi sui padali mi rendo conto della differenza. Lui mi regola anche i raggi di entrambe le ruote, che magicamente riprendono a girare senza basculare. Alla fine si prende solo i soldi dei pezzi cambiati e non un lei in più per la mano d'opera, né per la lezione di manutenzione della bici che, mentre smanetta con mano abile, ci offre spiegandoci il come e il quando, il dove e il perché. Noi ce ne andiamo, dicendoci che davvero abbiamo bisogno di un corso di manutenzione della bicicletta, prima del prossimo viaggio. La tappa si srotola ancora tra villaggi zigani, dove diventa più evidente la presenza delle case dei nuovi ricchi del popolo RROMI. A colazione, all'Hotel Turris, questa mattina abbiamo fatto conoscenza con un giovane italiano che qui è venuto a lavorare con la ditta “nostrana”, che ha vinto una gara europea per l'edificazione di un nuovo blocco abitativo in un quartiere della città. Ci racconta che il popolo RROMI, ormai quasi completamente stanziale, occupa villaggi a presenza maggioritaria della propria etnia. Sono abitati facilmente riconoscibili perché alle vecchie case di un tempo si affiancano costruzioni enormi, molto simili l'una all'altra, caratterizzate dalla forma dei tetti a punta, dalle vistose scalinate esterne e dagli enormi balconi a colonnette bianche. Sono allineate molto vicine l'una all'altra, tutte uguali e, a sentire il pisano, edificate senza alcun rispetto delle norme di sicurezza, per esempio quelle antisismiche, che qui andrebbero tenute in conto dato che in passato intere cittadine furono semidistrutte da un violento terremoto. La nostra pausa pranzo si consuma sotto un ombrellone, davanti a un mini bar- magazin mix, dove ci sgoliamo una bibita ghiacciata e mangiamo i nostri panini. Come spesso succede in questo paese, al cibo e alle bevande si accompagna un incontro. Il mini bar- magazin mix confina oggi con un piccolo cimitero. Appena mi avvicino alla staccionata per cercare di decifrare la scritta incisa sul piedestallo della statua che campeccia fra le lapidi, uno degli avventori del bar, senza preoccuparsi del fatto che non capisco una parola della sua lingua, mi raggiunge e mi fa capire che il camposanto conserva le spoglie dei caduti della prima guerra mondiale. Io ovviamente non capisco nessun dettaglio, solo mi aiuto con le date stampigliate sulle lapidi. Alla fine dello spiegone, l'uomo rivolge la parola a un ragazzone sulla quarantina, che se ne sta parcheggiato in un furgone priprio lì davanti. Questo, in due minuti mi ripete in italiano, con evidente accento romanesco, la storia dei caduti della grande guerra. Lui, ad Aprilia, vicino a Roma, ci è stato a llavora', cinque anni come giardiniere, con moglie e figli. Poi il capo ha smesso de ppaga' e così è tornato qui, anche lui a tirare il pane da questa terra dura, coltivando e vendendo patate. Dei cinque anni passati in Italia a lavorare, solo gli ultimi due ha avuto un vero contratto. Aspetta ancora i 4.000 euro degli ultimi mesi lavorati gratis, ma in due anni da che è tornato, il datore di lavoro gliene ha fatti arrivare, tramite uno zio “che ppure sta llà e vvà a ddomanda'”, solo quattrocento, “che sse nun ce stava lui, manco quelli me dava”. Ci chiede se la Romania ci piace e al nostro assenso, come altri prima di lui, ci parla della mancanza di lavoro, del lavoro mal pagato, insomma della vita non facile. Ma allora di chi sono le belle auto che ci superano ogni giorno? Con che soldi sono state acquistate? Sono davvero il frutto degli illeciti esteri del popolo zingaro come i casermoni sparpagliati disordinatamente e a stampino lungo la strada, come senza mezzi termini ci ha lasciato intendere il pisano? h. 18:00 circa. Mirella è la concièrge dell'hotel Hinter. Prima prova a proporci due camere, a rendere allettante l'offerta, ma quando capisce che preferiamo una soluzione più economica è lettone per tre. Ci potremo dormire comodamente, dice, perché il letto è davvero grande. La nostra impresa la sorprende, ma più di tutto l'affascina il fatto che a farla sia una famiglia e il sorriso di Franci la conquista. “You are a very nice family” dice e anche lei ci regala un pezzo di sé, così, su un piatto d'argento. Mentre Danny e Franci sistemano le bici, io le dico che Franci preferisce dormire con noi. È in quell'età in cui ci si sente a volte grandi e forti altre piccoli e bisognosi di coccole. Lei se ne esce candidamente dicendo: “I understand it. It happens to me too”. E anche a me, replico. Scatta una simpatia immediata e ci presentiamo. Ci stringiamo la mano e la stretta è viva e franca. Mentre stringo le dico: “La mia mano è molto sporca” e ammicco con lo sguardo di chi svela uno scherzo ben riuscito. Entrambe scoppiamo in una lunga risata. Parlando di sé e del suo popolo, Mirella dice: “We are not rich, but we have soul, and I think this is better” Sono d'accordo con lei. |
9 agosto, giorno 27 (Zimnicea - Giurgiu, 60,2 km)
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Scappa, scappa! Maggio 1988, Nuoro, piazza imprecisata con il sole a picco, il bianco che urla negli occhi e nessuno in giro. Io e Meri, in un viaggio di nozze stile "No Alpitour", un po’ come oggi. Mentre mangiamo un panino si materializzano dal nulla due locali: "Da dove venite?", "che giro fate?", "Domani dove andate?", "Di dove siete?" Un terzo grado che mi insospettisce. Sento sveglie e campanelli suonarmi nel cervello e voglio andar via. Dobbiamo andare, arrivederci. Ma come di già? Ma non potete Abbiamo degli amici che fanno una festa, dovete venire. No, davvero non possiamo. Almeno una birra non la potete rifiutare. Ok, vada per la birra. Ci alziamo di malavoglia ed entriamo in un bar semi-deserto, una birra piccola sul bancone e la serranda che viene chiusa a metà. Ora i campanelli sono diventati sirene, campane, semafori lampeggianti. Bevo la peggiore birra della mia vita e intanto cerco di capire come sgusciare via da quella che mi sembra una tela di ragno inesorabilmente appiccicosa. Dopo l'ennesimo rifiuto a partecipare alla festa il barista fa un cenno e la serranda si apre. Siamo fuori. Via da Nuoro. La notte, in tenda sulla Giara di Gesturi, mezzi sbronzi da una tazzata di Vernaccia che ci ricordiamo ancora oggi, tremiamo ad ogni faro di auto che risale l'altopiano. Come due pivelli abbiamo detto cosa avremmo fatto e dove saremmo andati, ed ora stanno arrivando. È la fine. Anni dopo un mio collega sardo mi dirà che non c'era da temere, è la naturale ospitalità sarda. Che sia così anche con quella rumena? Siamo da tre ore seduti a un tavolino di uno pseudo-bar a bordo strada che vende solo bina, per cui compriamo le coche al bar di fronte che, invece, non vende le birre. Stiamo per andare quando un'auto accosta, il guidatore scende e si avvicina al tavolo, sorridente e pieno di domande: da dove venite, dove andate, da dove passate e così via. La lingua in comune è poca e io non capisco bene dove voglia arrivare con tutte queste domande. Ci fa sapere che è il padrone del locale. Forse che gli scoccia che siamo stati lì tre ore bevendo una birra da 3 lei? Ci chiede quanto guadagniamo in Italia, ma che gliene frega? Chiama un paio di amici che vengono a sedersi al tavolo e qui mi sento sempre più accerchiato. Gira un paio di volte attorno al Ciccio, gli dà un buffetto, un pizzicotto, affabile, pure troppo. Non ci sono serrande abbassate e ci sganciamo. È ora di andare. Mentre partiamo sento le persone sedute all'altro tavolino pronunciare le parole "Italia," "Giurgiu", "Bulgaria", che è dove passeremo noi. Ecco, sono passati 30 anni e ancora commetto gli stessi errori, ci verranno a cercare, ci scoveranno e per noi sarà la fine. A tre giorni di distanza, nel momento in cui sto scrivendo questo diario, vivo e vegeto, penso che se raccontassi questa storia a un Rumeno qualsiasi si farebbe grasse risate, come il mio collega sardo. |
Pedali, pedali, pedali. Ancora prevalentemente tra campi di girasoli il cui colore dominante, però, è divenuto il bruno scuro. Le corolle non seguono più, rivolte al cielo, il corso del sole, ma pesanti e cariche di semi, si piegano verso il terreno asciutto e duro, pronte nella morte a generare nuova vita. Mi fanno simpatia questi testoni reclinati dal peso che portano eppure ancora ritti sui loro gambi legnosi. Ai loro piedi, qualche seme primo caduto ha già generato piccoli fiori teneri, che guardano su, verso i faccioni scuri e imparano la strada del sole. Ne raccogliamo tre, illudendoci di portare con noi la loro bellezza luminosa. Li fissiamo alla bicicletta fra le bandierine, come potessero resistere alle sferzate del vento, che anche oggi corre contro di noi. |
Prima parte I primi 38 km sono andati via abbastanza velocemente e anche abbastanza bene. Sì, anche la partenza, avvenuta alle 9:54 di stamattina. Non la migliore, ma, pensando che a quest'ora ieri eravamo appena partiti, ci sembra di essere Fastman. A colazione, papà ci propone l'alternativa,per domani, di entrare in Bulgaria, per evitare un pezzo di strada. Al km 5, la mamma dice: - Che bello oggi, non c'è neanche il vento!- TWO TWOOOOO! CIUCIU CIUCIU CIUCIU CIUCIU! Eccola, è arrivata, è stata chiamata, la SUPER SFIGAAA!!! E con lei è arrivato suo marito, il SUPER VENTO, SV, come la nostra Super Velocità che fino ad allora ci aveva accompagnato, Fino ad allora. Arriviamo in un grazioso baretto, semplice semplice, che condivide gli affari con un altro bar, lì vicino. Lì, ci sfameremo. Seconda parte Seconda parte del viaggio, musica. Queen e Nirvana a tutto spiano dominano la mia mente, il mio corpo e il ritmo delle gambe. Il vento contro, però si fa sentire comunque, e il mio nervoso più del vento. Ops!! A circa 10 minuti dalla partenza, CALO!! Fermi, prendi snackino, mangia snackino, un altro snackino, si va? No, 'speta 'n atim, Acqua finita, riempi sacchetto, chiudi sacchetto. Arriviamo a Giurgiu, in un bellissimo alberghetto, semplice ma molto carino. |
10 agosto, giorno 28 (Giurgiu - Tutrakan [BUL], 70,7 km)
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Peli e contropeli Una delle regole principali del buon program manager è: "if it ain't broke, don't fix it", che si traduce, più o meno, con: "non cambiare i tuoi piani se non hai un'ottima ragione". Le ragioni che ci inventiamo per decidere il detour in Bulgaria per le prossime due tappe sono: 1) fare meno strada e 2) vedere un altro pezzo di mondo. Non è che le ragioni siano finte, ma le peso, almeno io, in modo differente rispetto agli avvertimenti ripetuti che le strade bulgare sono nettamente più trafficate di quelle rumene. Prima di partire, fuori da un supermercato, un nonnino con il cappello di paglia vede Franci, gli da’ una carezza e gli allunga una mancetta di 5 lei dicendogli qualcosa che non capiamo. Non facciamo neppure in tempo a dirgli grazie che è già lontano. Siamo allibiti, ma ormai dalla generosità di questa gente possiamo aspettarci di tutto. Passiamo il ponte fra Giurgiu e Ruse sotto il solito sole da film western in un coacervo di lavori in corso, rotonde polverose, TIR monumentali sbucati dal nulla. Poco dopo il ponte una salitona che vista da lontano pare un muro, e da vicino pure, ci immette in quella che, a tutti gli effetti, è un'autostrada. Solo senza caselli, che qui vige il sistema della vignetta, come in Svizzera. La velocità dei mezzi è mediamente doppia rispetto ai limiti e la distanza alla quale auto, furgoni e TIR ci fanno ciao è la metà di quella rumena. Come non bastasse la mia bici sculetta tutta già di suo che non posso neppure permettermi di guardare lo specchietto senza prendermi un balordone da traversare per largo tutta la corsia. Il vero punto saldo di tutta la baracca è Meri, che scorre con la sua bici serafica come un putto in questo bailamme di mezzi gommati che ci sventola attorno dai quattro punti cardinali. Non mi capacito. Sì, proprio lei. Che davanti alla mappa del giro analizzava al microscopio le sfumature cromatiche dei colori delle strade per essere certa di non incappare nel traffico. Tranquilla, facciamo solo stradine bianche. Ma questa è gialla! Si ma giallo chiaro. E questa che è giallo più scuro? Ma sarà l'inchiostro.. Inchiostro su una mappa elettronica? E così via. Passano un bel po' di chilometri, 15, forse 20, prima che riusciamo a schiodarci da questo casino e infilare un'allungatoia che si srotola, finalmente, su strade più umane. A Ryahovo, villaggio fluviale, un giovane ci sente parlare e ci saluta in italiano. Alé, pure in Bulgaria troviamo gente che parla italiano spuntare come funghi. Ci indica un ristorante sul fiume per far passare la caldana e ci invita a casa sua, nel caso avessimo tempo dopo pranzo. Il posto è speciale, proprio in riva al fiume, che da queste parti è maestoso, placido, con rive sabbiose e basse che ci puoi fare tranquillamente il bagno. E infatti ce lo facciamo, io e Franci, una carota del tutto inaspettata che cerco di giocarmi sapientemente per motivare la seconda metà della tappa. Quando il sole molla un po' la presa partiamo, lungo una stradina che diventa sempre più piccina e sconnessa, ma rimane infinitamente più divertente dello stradone killer che, purtroppo, dobbiamo riprendere inesorabilmente una decina di km più oltre. Il traffico è calato, ma andare sullo stradone rimane una "palla", che ha l'unico vantaggio di farci andare via veloci. A Tutrakan ci arriviamo al tramonto, in tempo per una foto al sole che si è ormai stancato di prenderci a zappate con i suoi raggi e si ritira per andare a cucinare altre terre ed altre genti. |
Abbiamo deciso di passare sulla sponda bulgara del Danubio per le prossime due tappe. Principalmente per evitare 15 km di traffico intenso in uscita da Giurgiu e secondariamente per accorciarle di qualche chilometro. In compenso affronteremo qualche dislivello in più in salita. Passiamo il ponte che unisce Giurgiu a Ruse. Oltrepassiamo la frontiera. Ci fermiamo a cambiare qualche avanzo di fiorini ungheresi e dinari serbi in Lev. L'ambiente sonoro è un insieme di rombi di motori, di fischi e sbuffi di freni. Imbocchiamo la strada a carreggiate separate con due corsie per ogni senso di marcia, del tutto simile a un'autostrada. Per fortuna il traffico non è esagerato e la doppia corsia aiuta. Camion e auto si tengono a maggiore distanza. Quando abbandoniamo la main road, infiliamo stradine secondarie semideserte, che ci portano al solito villaggetto deserto intorpidito dalla canicola del primo pomeriggio. Un ragazzo con un sacco di cordura semivuoto sulle spalle, capelli scuri e lisci raccolti in una coda, l'aspetto del gitano, intravede le nostre bandiere. Ci rivolge la parola in un perfetto italiano. “Avete bisogno di qualcosa?” Noi stiamo cercando un posto dove mangiare qualcosa e riparare in uno spiazzo d'ombra. Il posto c'è, è sulle rive del Danubio. Salutandoci dice: “Mentre siete in questo paese, per qualsiasi cosa abbiate bisogno, la mia casa è quella lì, con il ciliegio nel giardino”. Al ristorantino, le cameriere sono giovanissime. Parlano l'inglese studiato a scuola e con semplicità condividono con me i loro progetti per il futuro. Hanno i sogni negli occhi e l'entusiasmo del pioniere, di chi ha tra le mani, primo fra tutti, la mappa per immaginare l'altrove. Intanto Danny e Franci giocano in acqua. Franci fa il cane che recupera il bastone. Nuota contro corrente facendo tanta fatica per restare dov'è, mentre il bastone lo raggiunge fluttuando sulla superficie smeraldo senza il minimo sforzo. Quando mi raggiunge, il Ciccio ha tra le mani un pescetto. “L'ho trovato. È morto. Vado a seppellirlo” Riprendiamo la strada fino a Tutrakan. Il paese è fra le colline. Tocca salire un po' nell'ultimo tratto. Stasera è Franci che ci guida, seguendo la mappa, alla pensione. Ceniamo gustando lo spettacolo rosa del tramonto sul Danubio e un piatto abbondante e delizioso di pollo, pesce e verdure alla griglia. |
11 agosto, giorno 29 (Tutrakan - appena dopo la frontiera di Silistra, 70,7 km)
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Poca voglia Di questa tappa ho poca voglia di scrivere. A parte che è stata tre-quattro giorni fa, non mi ricordo già più, e io mi devo sbrigare a scrivere se no mi tocca inventarmi tutto e non il solito 30-40%. E poi è stata tutta sulla nazionale, col sole a picco, il vento buono, ma il traffico no, con un tot di salitoni da lasciarci il pelo dalla fatica. Neppure la sosta pranzo vale la pena di raccontare, praticamente buttati via su un tavolo di un benzinaio a giocare a carte e cercare la posizione migliore per dissipare il calore, come fanno i cani. Dell'arrivo a Silistra, al confine con la Romania, il Ciccio ricorderà certamente la macchinina comprata come trofeo per le fatiche durate fin qui, mentre io il litro e mezzo di Gatorade versato a fontana giù per la gola nell'arco di 5 minuti a far tanto. Della serata salviamo l'albergo, o quel che era. Una fantastica tenuta nei vigneti dove ci hanno fatto pagare 180 lei (35 €) per dormire in una piazza d'armi con sei letti e aria condizionata ma volevano 200 lei (40 €) a persona per la colazione. La cena (frugale, sì, ma pur sempre una cena) l'abbiamo pagata, in tutto, bevande comprese, 76 lei (13 €). Ma che ci avrebbero dato a colazione, un supermercato? Infine, il cielo prima di andare a dormire. Sempre più nero, con lampi da farci una foto ad esserne capaci. Peccato per le zanzare, se no me ne starei qua, sul gradino, a guardarli fino alla pioggia. |
Strada statale. Un bel po' di salite. Traffico. Caldo da schiattare. Pranzo con le verdure grigliate avanzate a cena ieri sera. Nonostante tutto srotoliamo chilometri. Allo svincolo per Silistra sono avanti io e tiro diritto su per l'ennesima salita. Sto pensando che al prossimo pianoro mi fermo e li aspetto, quando il telefono timido si mette a vibrare: “Meri, hai sbagliato, torna giù.” Pant! Poco prima di arrivare alla frontiera, che ci riporterà in Romania, facciamo sosta a una specie di bar-shop per far fuori gli ultimi Lev, tanto dall'altra parte non ci serviranno. Beviamo Gatorade, facciamo scorta di snack-ini e Franci spende il suo bonus-regalo della vacanza. Chiacchiera al telefono con il nonno ricoverato a Brescia. Il suo sorriso è radioso, pura delizia, che rivela quanto anche per lui sia dolorosa questa nostra distanza, e quanto l'affetto per il nonno riempia il suo cuore. Una volta al di là della frontiera, il segnavia di pietra per la prima volta indica la distanza da Constanta. Siamo a meno 133 km. Fa effetto vedere scritto quel nome. Il viaggio è agli sgoccioli. Ce l'abbiamo quasi fatta. Sulla rampa che fra i vigneti porta all'agriturismo dove abbiamo la nostra stanza, incontriamo Ugo, francese residente a Istanbul, sposato con una diplomatica turca e insegnante di matematica. Scambiamo con lui solo due parole, molte meno del necessario per sapere tutto questo. |
12 agosto, giorno 30 (Silistra - Baneasca, 44,6 km)
Fine memorabile di una giornata impossibile
Anche gli angeli riparano biciclette Mi immagino che ogni famiglia abbia un vocabolario privato di termini che nessun altro può capire. Da noi, per esempio, ci sono le "zie", la "pippotta", i “ghirighiri”, l' "aeroplano". E poi ci sono la "Serenella", il "Pippo", il "Pippone" e il “Pippetto”. Uno di questi è la "bischerata", termine non proprio inventato ma riadattato dal toscano i tempi in cui Franci muoveva i suoi primi scarponcini in montagna e bisognava trovare un modo per dargli un po’ di spinta nei momenti di stanchezza. La bischerata è una storia da raccontare, e già questo è come benzina super per qualsiasi bambino. Ma non è una storia qualunque, bensì la narrazione, più o meno romanzata, delle cagate combinate dal padre, cioè io, in gioventù. Tipo la volta che mi sono infilato con la moto sotto un pullman, o quando sono volato giù per una cresta in montagna e mi sono trovato fermo su un pendio a 60° di erba secca e ghiacciata che è più viscida di un merluzzo, oppure quando, sempre in moto, mi sono dipinto su un tronco per evitare una portiera aperta mentre sorpassavo a destra una fila di auto ferme al semaforo. Insomma, storie così. Il mio paniere di cazzate è ricco, ma non infinito, quindi occorre una certa strategia che gira essenzialmente attorno a due tecniche: quella del contagocce e quella del brodo. La prima consiste nel selezionare sapientemente l'erogazione della bischerata. Mai all'inizio del giro ma verso la fine, dosando accuratamente l'aspettativa e facendo crescere l'acquolina in bocca in modo da spendere il gettone d'oro quando il peggio, in pratica, è verso la conclusione. La seconda consiste nel raccontare partendo da Adamo ed Eva, sfrangiando il racconto in un delta di rivoli inutili alla storia ma funzionali a farla durare a lungo, e introducendo elementi inventati o esagerati per rendere la vicenda avvincente. A 12 anni il Ciccio è ancora sensibile alle bischerate che, in questi giorni, sono state uno strumento fondamentale (insieme ai canti a squarciagola) per affrontare le salite. Oggi piove che dio la manda e di salitoni ce ne sono quattro, per un totale di almeno 600 m di dislivello. Vederci partire con l'equipaggiamento "heavy rain" (dalla giacca ai copri scarpe) fa un po’ strano dopo di giorni e giorni di caldo a strippapelle, ma queste sono le sorprese del tempo atmosferico che se ne frega di tutto e di tutti e fa sempre quello che vuole. Il paesaggio è cambiato rispetto alla fila di giorni passati fra i campi di girasoli: qui è collina di boschi e vigneti, con il Danubio che ogni tanto occhieggia prima di virare a nord e abbandonarci al nostro destino, poco dopo Ostrov. Piove, c'è un pò di nebbia ed è tutto così bello che non scattiamo neppure una foto. Neanche una per ricordare questa giornata strana dove siamo grondanti come sacchi bagnati ma, almeno, non abbiamo caldo. Per risparmiare bischerate oggi allungo così tanto il brodo che le racconto a puntate. Sto attaccando la terza puntata all'inizio della salita prima di Baneasca quando la ruota posteriore fa un casino di catenaglia e ingranaggi che devo fermarmi. Riparto, ma niente da fare; c'è qualcosa di grosso che non va. Smonto, guardo la ruota. Balla tutta sull’asse. Giù le borse, ribalta la bici, togli la ruota. L’asse se ne viene via, tranciato di netto sul lato della ruota libera. Le sfere del cuscinetto di destra rotolano nel fogliame del bosco e noi cerchiamo disperatamente di rincorrerle per non perderle. È finita. L'avventura si chiude qui, senza appello, proprio sul filo di lana. Dovremo cercare un passaggio per Constanta, ma ora si tratta di raggiungere Baneasca, a 3-4 km. E intanto piove. Mentre Meri e il Ciccio ripartono in bici, per raggiungere il paese e trovare aiuto, io mi piazzo sul ciglio, con la bici rotta, per trovare un passaggio. Prima botta di culo. Dopo 5 minuti un camioncino, vuoto, si ferma. Constanta? No, Baneasca. Non voglio arrendermi così. Arrivo in paese prima degli altri e cerco di capire come sono messo. Seconda botta di culo. In paese non c'è un ciclista ma c'è un negozio che vende un po’ di tutto e, quindi, anche qualche ricambio per bici. Quando la famiglia è riunita vado, sotto la pioggia battente, in cerca del negozio. Lo trovo. Terza botta di culo. Hanno l’asse della misura giusta e il relativo cuscinetto. Ma come faccio a cambiarlo, che non so neppure da che parte si guarda? Quarta botta di culo. Un ragazzo in fila alla cassa mi guarda, grondante acqua, con la ruota e i pezzi di ricambio in mano e lo scoramento negli occhi. Non mi dice una parola (che comunque non capirei) ma prende ruota e asse, si fa dare dalla commessa un paio di attrezzi ed esce, mettendosi sotto una piccola tettoia a cambiare il pezzo. Ci mette una ventina di minuti, durante i quali io sto lì, come un ebete, incapace di aiutare e di dire anche una sola parola. La ruota è riparata, gira. Il ragazzo viene con me dove è parcheggiato il resto della carovana, mi monta la ruota, la controlla, tutto a posto, e se ne va. Riusciamo a mala pena a dire grazie, ma non di più. Se esistessero gli angeli custodi e si scomodassero per cose così piccole ecco, potrei dire di averne incontrato uno. Sono ormai le 14 e siamo a 27 km da Adamclisi, la meta del dì. Ma piove ancora e decidiamo di fermarci all'Hotel Ambassador, a fare compagnia a Hugo, ciclista francese solitario incontrato ieri alla tenuta dei vigneti. Ci accoglie un personaggio da romanzo, piccolo, spigoloso, che gesticola ed emette suoni gutturali incomprensibili. Dopo un attimo il padrone ci informa che è praticamente il suo braccio destro, sordomuto. Ci informa pure che l'albergo non offre né cena né colazione, ma solo la stanza per 100 lei (20 €) in tre. Dieci minuti dopo bussa alla camera facendoci cenni evidenti di seguirlo in una sala con una tavola imbandita per quattro: noi e Hugo, che ci raggiunge dopo poco. Non capiamo ma ci adeguiamo, partecipando a un desco che inizia e finisce con grappa fatta in casa. In mezzo, vassoiate di carne, verdure, altre cose meno definite, il tutto irrorato da abbondante vino bianco, sempre di produzione locale. Durante tutto il pranzo conosciamo e ci facciamo conoscere da Hugo, un altro di quegli incontri che ci porteremo nel cuore. Insieme a noi ci sono il proprietario, il suo braccio destro senza udito né parola, e un paio di amici loro. A intervalli regolari chiamano un "Noroc!" (cin-cin) e giù una golata di vin bianco ghiacciato. Quando siamo al caffè io vedo triplo, e ci manca ancora la grappa di chiusura. È quasi sera quando finiamo il pranzo che non ci doveva essere e il sordomuto, l'unico rimasto oltre a noi, attacca una filippica di cui non riusciamo a cogliere neppure l'argomento. Ce la mette tutta per farsi capire, dice parole storpiate in rumeno, strabuzza gli occhi, gesticola, fa i tripli salti mortali, le piroette col tutù ma non ce n'è. Non capiamo una cippa. Già sarebbe un'impresa al limite in condizioni normali, figuriamoci storditi come siamo dal vino, dalla grappa e dal monte di roba che abbiamo mangiato. Diciamo "Da", annuiamo con la testa come tanti asinelli ma il nostro amico, che è un volpone, capisce il trucco e ricomincia da capo, e noi giù a testa bassa a cercare di decifrare il discorso, almeno a grandi linee. Ma è come comporre un puzzle con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena, e dopo venti minuti anche l'oratore silente accetta la dura realtà, ci dà una pacca sulla schiena e ci saluta. Nel frattempo ha smesso di piovere e il cielo sta frugando nel suo guardaroba per vestirsi di tutto punto per il gran finale di domani, il nostro "D-day", il giorno in cui per la prima volta il blu del mare si intrufolerà negli occhi, quando i pedali faranno l'ultimo giro e i freni metteranno la parola fine a questa avventura. Io so già come tutto è finito, quali i sapori, gli odori e le emozioni dell'arrivo, perché oggi è il 17 agosto e noi stiamo aspettando di imbarcarci sul volo Constanta-Bergamo. Ma per ora faccio finta che sia la sera di cinque giorni fa, mezzo ubriaco e totalmente incredulo di essere veramente a 100 km dalla fine. Cento chilometri, pochi, ma anche tanti visto che dovremo farli in un botto solo su e giù per le colline. Quindi meglio riposare. Buona notte. |
Durante la notte mi sono svegliata e già pioveva. Stamattina alle sette, la pioggia batte ancora i tetti e la campagna. Il cielo è cupo. Dobbiamo fare davvero uno sforzo di volontà per alzarci, preparare la colazione e decidere di mettere il naso fuori dalla porta. Avessimo un giorno in più, sicuramente aspetteremmo il sole previsto per domani. Ma Constanta è a 130 chilometri e noi abbiamo due giorni per arrivarci. Bisogna andare. L'unico davvero entusiasta di pedalare stamattina è Franci che, notoriamente, alla routine preferisce le situazioni estreme. Piove? Finalmente una tappa interessante! Se non altro utilizziamo il nostro equipaggiamento impermeabile che, fino ad oggi, ci siamo scarrozzati per mezza Europa sotto il sole. Partiamo imbaccuccati. La pioggia, che per un attimo sembrava aver mollato un po', riprende a scrosciare non appena ci mettiamo a cercare un posto dove completare la nostra colazione, che è stata frugale. Al bar non c'è caffè. A dispetto del diluvio universale, che sta trasformando le strade in torrenti, tutto il villaggio è temporaneamente senza acqua e probabilmente alla barista non sovviene o non conviene di utilizzare, per il servizio bar, una bottiglia di apa plata, che al mini market costa circa 15 centesimi due litri e con la quale potrebbe preparare caffè a gogó. Allora beviamo un succo gelido, che abbassa ulteriormente la nostra temperatura corporea e ci dà la giusta motivazione per affrontare la salita, che è proprio lì dietro l'angolo che aspetta. Bastano poche pedalate per ristabilire, all'interno dei nostri abiti, il giusto teporino. Se non si ha freddo, pedalare sotto la pioggia non è poi tanto male. Oggi si sale e si scende, prevalentemente tra i vigneti. Il Danubio occhieggia scuro ai piedi delle colline. Varrebbe bene una foto, ma tutte le nostre apparecchiature elettroniche sono affondate in mezzo alle borse al riparo dall'umidità. Dovremo portarcelo negli occhi questo paesaggio, archiviato solo nella nostra memoria. Qualche insegna di monastero invita a una visita, promette un angolo di quiete e riparo, ma la nostra tappa prevede 70 chilometri e, con questo tempo, più ci si porta avanti meglio è, che gli imprevisti possono sempre capitare. Il bello di questa tappa è che alle salite seguono lunghe discese, che ci spingono rapidamente avanti. Danny stamattina, dopo la prima salita, ci ha annunciato che quella non era che l'antipasto, cui sarebbero seguiti un primo, un secondo e un dessert. Ci ha consigliato di immaginarci il pasto come un pranzo di nozze :-( Il “primo” ce lo pappiamo nei primi 35 chilometri. Poi scivoliamo giù lungo una discesa che serpeggia sul fianco della collina. All'attacco del “secondo”, piatto di carne che si rivelerà poi non troppo impegnativo, Danny avvia pure l'ennesima puntata dell'ennesima bischerata, carburante necessario perché le gambe del Ciccio, distratto dal racconto, facciano tutta la loro bella fatica senza che lui dissemini il percorso di improperi e “smadonnamenti”, come li chiama. Di lì a non molto, però, a smadonnare è il Pippone, che si trova appiedato nello spazio di un giro di pedali. La ruota posteriore, dopo aver retto buche, sterrate, cunette, saltini, pozze, salite e discese, ha messo in pratica quello che Franci ha ammesso di aver più volte pensato, durante la vacanza. Si è detta: “Questo viaggio finisce qui” E, detto fatto, ha ordinato al mozzo di mollare la tenuta una volta per tutte, “Che non siamo mica ai lavori forzati!” Sto prendendo le misure al pendio, tenendo contemporaneamente d'occhio i compagni di viaggio nello specchietto retrovisore quando: “Mamma, fermati! Il papà ha un problema grave alla bici, torna giù!” Pant! Il problema è grave, grave al punto da compromettere non solo la prosecuzione della tappa, ma anche la conclusione del viaggio e l'arrivo al Mar Nero. Ora, che siamo a poco più di 100 chilometri dalla parola FINE. Una mezz'oretta più tardi, io e Franci pedaliamo su per la salita. Solo 5 chilometri ci separano da Baneasca, il primo paese lungo la strada. La nostra è una duplice missione: trovare qualcuno disposto a recuperare il Pippone e il suo catorcio e cercare un improbabile “bike-service” che possa effettuare la riparazione. Sulla strada ci sorpassa un camioncino. Spernacchia e passa oltre. Il rimorchio, scoperto, è capiente e vuoto, l'ideale per Daniele e il suo rosario di borse e ferraglia, ma perché non si è fermato a dargli una mano? Sta a vedere, dico al Ciccio, che il papà se ne sta buono buono sul suo cantuccio di strada, timidone, anziché sbracciarsi per attirare l'attenzione. Appena un po' oltre, incontriamo una squadra di operai, che hanno appena terminato un intervento di manutenzione stradale. Raccolgono i birilli bianchi e arancioni e li caricano sul loro furgone. Giochiamoci questa carta. “Do you speak English?” Non proprio, ma il necessario per capire che abbiamo bisogno di aiuto sì. Ripartono e si allontanano in direzione del paese. No, allora non hanno capito niente. “Aspetta mamma. Guarda, sono loro. Stanno tornando indietro!” Grande! Ma siamo sicuri? Beh, adesso chiamo il Pippone e lo allerto, che si metta ben bene in vista. Mentre compongo il numero, arriva Ugo, il francese. Poco dopo ripassano gli operai della strada. Sorridono, fanno ciao e vanno oltre. No! Sta a vedere che loro hanno incontrato Ugo che saliva, hanno pensato fosse Danny e hanno dato per risolto il nostro problema. Dunque non più necessario il soccorso. Molto plausibile. Quante volte capiterà su queste strade di vedere ben due cicloturisti in una giornata di pioggia come questa e nell'arco di soli venti minuti? Accidenti, povero Pippone! Invece squilla il telefono e Danny ci informa che lui è già arrivato in centro e sa anche dove trovare i pezzi di ricambio. Era proprio sul camioncino vuoto che ci ha strombazzato poco fa. Ci ricongiungiamo. A questo punto la pioggia si è trasformata in acquazzone. Ripariamo sotto la tettoia di un supermercato. Lui risolve il suo problema con l'aiuto di un angelo locale, che si fa carico, senza una parola, di sostituire il mozzo e rimontare la ruota, per poi scappare via, schivo, con un mezzo saluto buttato all'indietro. Io e Franci ci intratteniamo con una zingara. Sopra una tuta da ginnastica, indossa un accappatoio e tiene in braccio un bimbetto che ci fissa senza muovere un singolo muscolo del viso. Lei ci ronza intorno, investendoci di un fiume di parole incomprensibili e di un sorriso indelebile. Sto al gioco e, prima di darle i 10 Lei, a gesti cerco di capire la sua storia. Ha 21 anni e quattro figli. Il più piccolo, di un anno, a casa con la più grande, di otto. Poi ce n'è uno di cinque e questo, che ha in braccio, di tre. Faccio due conti. Se quello che racconta è vero, questa ragazza ha partorito il primo figlio a tredici anni e fra cinque, a ventuno, potrebbe benissimo diventare nonna! Presi i suoi 10 Lei, se ne va a fare il filo agli altri clienti del supermercato. Noncurante della pioggia, si porta il piccolo dentro e fuori dal portico, infradiciando lui e il suo accappatoio da bagno. Salendo verso il centro, abbiamo visto una pensione. Decidiamo che per ora la fortuna ci ha arriso già abbastanza. Volerla tentare ulteriormente sarebbe davvero poco saggio. Ci fermiamo. Alla pensione ci accoglie un tipo strano che a gesti e ammiccamenti pare volerci a tutti i costi “accalappiare”. D'acchito mi viene su un' istintiva diffidenza. “Qui sotto c'è la fregatura”, penso. Lui forse lo capisce. Fa ok con la mano, indica se stesso e l'edificio e mi invita a seguirlo all'interno. Dentro si svela l'arcano. Il proprietario della pensione mi fa capire che l'uomo è sordo-muto, bravo, fa tutto lui qui. Ci possiamo fidare. Con le mie quattro parole di romeno chiedo il prezzo della camera e se si possa cenare e fare colazione. Le risposte sono “nu”, “nu”, due bei no. Capto anche la parola famiglia, ma non riesco a contestualizzarla. Va beh, cercheremo in paese un posto dove mangiare. Ci chiudiamo in stanza e ci prepariamo per la doccia. Non faccio a tempo a posare l'alluce in vasca, che qualcuno bussa alla porta. Siamo invitati in sala da pranzo. Per noi e per Ugo, anche lui riparato all'Ambasador, si è imbandita una tavola con carne, formaggio, frutta, verdura, pane e bevande, caffè e ammazza caffè. Il proprietario della pensione ogni due per tre alza il bicchiere e ci invita a un brindisi e il sordo-muto mesce vino ogni volta che i bicchieri si svuotano. Io, Ugo e Daniele condividiamo le nostre esperienze di viaggio e di vita. C'è allegria nell'aria. Quando lasciamo la tavola sono ormai le otto di sera. Ognuno si ritira nella propria stanza, ma per noi la giornata prosegue ancora per alcune ore tra una telefonata a Sara, qualche whatsapp ad amici e parenti e l'aggiornamento al diario. Domani tappa stralunga. Cento chilometri a Constanta! |
13 agosto, giorno 31 (Baneasca - Constanta, 102 km)
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Itaca Alla fine, dopo un mese, ce l'abbiamo fatta. Per la prima volta siamo pronti per partire alle 9:00, 9:30, via. Abbiamo già bevuto il caffè, mangiato un panino e non abbiamo neppure dovuto svegliarci alle 4 di mattina. Paghiamo i nostri 100 lei, ringraziamo per il pranzo di nozze omaggio della casa e partiamo, in una mattinata fresco-azzurra che non capisco se è un regalo o una presa per il culo dopo giorni e giorni di altoforno. Andiamo spediti, su e giù, su e giù, con un vento teso al traverso, da nord. Alle 11:30 arriviamo ad Adamclisi, meta della tappa di ieri e campo di battaglia dove, nel IV secolo dc., le truppe dell'imperatore Traiano le suonarono di santa ragione ai Daci del re Decebal (quello del faccione scolpito nella roccia) che non volevano pagare il pizzo a Roma. E poi uno si domanda dove sono nate mafia, camorra e compagnia briscola. E perché i Daci non ci provassero ancora a fare i furbi Traiano fece costruire un trofeo, che non era una coppetta del nonno, ma un mostro di pietra di svariati metri, la base adornata di figure rappresentanti la battaglia, come una storia a fumetti, la sommità occupata da un'inquietante statua alta una decina di metri raffigurante l’imperatore che controlla le spianate circostanti coltivate a girasoli. Nel centro del paese visitiamo il museo, dove sono raccolti i resti del trofeo, rinvenuto verso la fine del XIX secolo. Mentre sgranocchiamo un panino dopo la visita veniamo avvicinati da tre cani randagi, uno decisamente malconcio, tutto spelacchiato, uno con un buco sanguinolento in una delle zampe anteriori e un terzo, più piccolo, che sembra messo meglio. Nessuno mostra aggressività. Se ne stanno lì, chi in piedi, chi accucciato, tutti in attesa. C'è anche una zingarella, avrà 7-8 anni, che si avvicina con una bici che viaggia sui cerchioni e ha il parafango posteriore tutto attorcigliato e arrugginito che ci vorrebbe l'antitetanica solo per guardarlo. Non dice nulla. Si appollaia a distanza, come i cani, in attesa. Se ci spostiamo, ci segue. Ne abbiamo visti in Romania di questi bimbi apparentemente randagi. Alcuni messi a lavorare nella fabbrica della carità, chi a suonare un piffero, chi a far finta di suonare una chitarrina di plastica, spesso controllati da un adulto, zoppo vero o presunto, appostato a far la questua qualche metro più in là con un occhio sui passanti e un altro sui bambini. È un altro mondo, che noi non riusciamo a capire ma che qui è considerato dalla popolazione rumena come uno dei fastidi che sarebbe meglio non avere ma che, alla fine, non si possono evitare. Come la tosse o la colite. Franci regala alla bimba un paio dei dolcetti che usiamo contro i nostri repentini cali di zuccheri. Magari si aspettava qualche soldino da portare a casa, o forse è contenta così, chissà. Il mistero di quei suoi piccoli occhi scuri e del suo silenzio è troppo profondo per noi, che riprendiamo la nostra strada verso il mare. Fuori paese deviamo verso il sito archeologico, dove il trofeo di Traiano è stato ricostruito in scala 1:1. È la nostra ultima sosta prima dei successivi 70 km che ci spariamo praticamente senza interruzione. All’uscita dal sito facciamo il nostro ultimo incontro: un signore rumeno, che parla un inglese con accento yankee, ci chiede da dove veniamo, che giro abbiamo fatto, dove andiamo. “Avete visto la parte più brutta della Romania, la più povera. Dovreste andare a nord, dove ci sono più soldi e i paesaggi migliori.” È incredibile, pure la geografia è distribuita secondo il censo. Abbiamo quasi l’impressione che si vergogni del fatto che degli stranieri abbiano visitato la parte povera del suo paese. “Forse i paesaggi non saranno il massimo, ma l’umanità che abbiamo incontrato qui ci ha conquistati”, è la nostra difesa a favore di questa terra e di questa gente. Ci salutiamo e, prima del drum bun di commiato, ci dice: “sì, voi avete visto la vera Romania”, come se avesse scoperto un valore di questa parte della sua terra al quale non aveva mai dato abbastanza peso. Da Adamclisi a Murfatlar è tutto un su e giù che da un lato ci mantiene in quota ma dall’altro ci fiacca con continue salite e discese un po’ frenate da un vento che ogni tanto ritorna a sbuffarci in faccia. Il traffico aumenta inesorabilmente e misteriosamente. Non si capisce da dove sbuchino auto e mezzi pesanti, visto che la strada è sempre questa e non ci sono confluenze importanti. Probabilmente si materializzano dal nulla, o si sono messi d’accordo per partire tutti insieme da casa al nostro passaggio per sfiancarci come fanno i picador con i tori prima dell’assalto finale del torero. A Murfatlar mancano 20 km e dobbiamo farli tutti in superstrada. L’opzione treno viene scartata quasi all’istante, che finiremmo per metterci tutta la notte, viste le precedenti esperienze, e ci fiondiamo a occhi chiusi e testa bassa, praticamente in apnea. E dopo un paio di paesi, uno svincolo un po’ da paura, un tratto extraurbano stile Bulgaria, entriamo in città quasi d’improvviso e, come dopo una sventagliata di raffiche di bora, il vento del traffico si placa, prima in una brezza tesa, poi in una bonaccia, quando lasciamo lo stradone per infilare il dedalo di viuzze secondarie della città dove i bambini giocano a palla in mezzo alla strada. È quasi buio quando vediamo il mare. E chissà che ci aspettavamo. I marosi che si infrangono su scogliere solitarie alte centinaia di metri. L’infinito di una spiaggia deserta e immacolata incorniciata dai palmizi. Il miracolo del fondersi delle dune di un deserto nell’orizzonte disegnato dal mare. Uno scorcio di sabbia, immondizia e mare stritolato da orrori di cemento grigio e scrostato. Qualche ombrellone ormai chiuso che è tardi. Un viottolo di cemento pieno di buche e vetri rotti che porta in spiaggia. Eccoci qui. Un mese, 1540 km di strada, pedali e sudore a profusione per arrivare qui. Che a Cesenatico è meglio. Che se il senso di tutto il nostro andare fosse stato in questo punto esatto scoppieremmo a piangere come disperati. E invece ridiamo, ci abbracciamo, ci baciamo, ci fotografiamo, con uno sfondo graziato dal mare, un miracolo che è capace di rendere bella ogni cosa. |
