martedì 9 luglio 2013

L'architetto (14 aprile 2013)

La storia

Dicono che fosse un raccomandato del Re. Anche se non si capisce perché il reggente dei Savoia  proteggesse un architetto che voleva ristrutturare la sua “modesta” casa trasformandola nella reggia di un imperatore, mandandolo di conseguenza in bancarotta. Quando l'architetto spostò le sue mire di grandezza su una piccola cittadina rurale abbastanza lontano dalla capitale, Sua Maestà tirò un sospirone di sollievo e si adoperò affinché non tornasse più indietro.
L'architetto non si lasciò scoraggiare, e proseguì per l'unica strada possibile: la sua. Quando gli chiesero di dare una sistematina al duomo medievale, che era un po' malandato, lo rase letteralmente al suolo sostituendolo con un mostro ornato di porticati, colonne e capitelli. Inspiegabilmente lasciò la torre del campanile, sebbene incappucciata da una cupoletta verde che pare un carciofo su uno stelo di rosa.

La stessa sorte capitò alla casa del conte Pignatelli, ufficiale dell'esercito. Si era rivolto all'architetto con fiducia, ignaro del suo furore iconoclasta e rigeneratore. “Una mano di bianco e qualche lavoretto per sistemarla” pare abbia detto. Qualche tempo dopo fece una passeggiata sui baluardi per controllare i lavori, e, arrivato di fronte ad una spianata ricoperta di macerie, pensò di aver sbagliato strada. Neanche il suo battaglione con i migliori obici del regno avrebbe potuto fare un lavoro più pulito.

Primavera n. 1 (non c'entra col testo ma fa nulla)
Ma la cosa peggiore non fu la casa che non c'era più, ma quella che avrebbe dovuto sorgere. I lavori si protrassero a lungo, prosciugando gran parte degli averi del Conte che, per lo stress, iniziò a balbettare e a mostrare una serie di tic nervosi. Non potendo sbarazzarsi dell'architetto per vie legali tentò la strada estrema: lo sfidò a duello. Ma l'architetto, che volava molto al di sopra delle umane tribolazioni e se ne infischiava delle questioni di onore, semplicemente declinò l'invito con un no, grazie

Così sorse un palazzo che avrebbe ospitato, più che una famiglia, una piccola divisione dell'esercito, dove senza una mappa c'era il rischio di perdersi per venir ritrovati ormai cadaveri, morti per inedia. La casa però, negli spazi sconfinati del cervello dell'architetto, non era importante in sé, ma funzionale ad un'altra idea, assai più grandiosa e inconfessabile.

Vorremmo una cupola sulla basilica del Santo Patrono, gli avevano chiesto i notabili della città, una cupola piccola e bassa, senza troppe pretese. La casa del Conte si trova proprio davanti alla basilica, a perfetto completamento del suo quadro artistico: la casa come base prospettica di una cupola che fosse l'esatto complementare della richiesta. Un missile di cento e passa metri puntato al cielo e appoggiato sul tetto della basilica. Naturalmente il progetto rimase segreto anche ai committenti e, quando i soldi furono finiti, della cupola non c'era traccia ma la basilica era stata rinforzata come se dovesse reggere chissà cosa. La protezione del Re gli consentì di evitare la galera e, anzi, di ottenere ancora più soldi. Al termine dei lavori la basilica era in uno stato, se vogliamo, ancor peggiore: niente cupola, ma un ordine circolare di colonne con un enorme buco in mezzo.

Primavera n. 2 (vedi sopra)
Non starò a raccontare oltre degli attacchi di bile, dei mea culpa, dei soldi spesi senza fondo, dei lunghi anni di lavori senza che nessuno (oltre l'Architetto) sapesse cosa si stava costruendo. Dirò solo che dopo decine di anni i lavori si chiusero davvero, lasciando un'opera difficile da concepire e, soprattutto, difendere, specialmente in una piccola cittadina rurale di fine ottocento.

È una storia buffa quella dell'Architetto raccontata da Sebastiano Vassalli in Cuore di Pietra, ma nel carnevale di personaggi inventati e aneddoti difficili da verificare la magniloquenza architettonica dell'Architetto, ispirato ad Alessandro Antonelli è difficile da negare.

Oggi la cittadina del romanzo, Novara, è ancora piccola, rurale, e la cupola sorprende come allora, pietra miliare visibile da lontano, contrappunto piccolo ma imponente alla maestosità della parete sud del Monte Rosa nelle rare giornate senza foschia. Un'opera folle, insensata, ma bella. Forse l'unica cosa bella (i Torinesi non me ne vogliano) che sia mai stata realizzata da Antonelli, che nella sua vita ha sparso per il Piemonte il suo pensiero artistico nella forma di elefanti architettonici di dubbia digeribilità.

In questa giornata di una primavera che vediamo con il contagocce decidiamo di pedalare verso una delle sue opere, concepita alla tenera età di 22 anni, che nella sua vita ha avuto alterne fortune. Ci portiamo avanti in auto e le catene iniziato a cigolare con regolarità a Ghemme per lasciare la direzione orizzontale a Romagnano, dove puntiamo grosso modo a ore 2.

Le salite non sono ancora il nostro forte e mi rimane ancora misterioso il fatto che a piedi riesca a fare 800-1000 metri di dislivello senza eccessiva fatica mentre a pedali basta un'infima variazione di pendenza per spezzarmi in due. Comunque, concentrandomi sul respiro per evitare l'iperventilazione da attacco cardiaco, arrivo alla meta tutto sommato ancora intero, e con me il resto dell'allegra truppa familiare.
Super duper Sanctuary
Il Santuario di Boca. Un colosso extra large, king size, super duper, come un gigantesco masso erratico che ha trovato la sua dimora in un angolino a caso delle colline novaresi. Non è neppure in cima a qualcosa, non c'è una bella vista, nessun paese particolarmente significativo, non puoi nemmeno vederlo da lontano perché è in mezzo ai boschi. A dire il vero il Santuario risale al XVI secolo, costruito per ringraziare di un qualche miracolo che ora non ricordo. Ma  nelle mani di Antonelli ha subito la stessa sorte del Duomo medievale: azzerato e ricostruito. A vederlo non capisci se sei di fronte a un tempio greco o a una vecchia fabbrica abbandonata: colonne, capitelli e mattoni a vista.
Giganti e bambino
Certo è che l'aspetto attuale non è proprio quello che Antonelli aveva concepito: l'originale era una versione ancor più maestosa, azzoppata da un temporale di ferragosto dei primi '900 che fece crollare gran parte del tetto. A quel tempo Alessandro Antonelli era già a brucare nei verdi pascoli e fu il figlio, Costanzo, che dovette gestire la patata bollente e mandar giù il rospo delle delibere che imposero la ristrutturazione secondo una versione meno imponente ma più stabile.

Dopo un panino tentiamo la visita all'interno, ma l'escursione termica interno-esterno da broncopolmonite ci fa desistere quasi subito. Il ritorno è senza storia, quasi come l'andata. Mentre pedalo mi chiedo cosa scriverò di questo giro e non mi viene in mente proprio niente, tanto che tento di giocare il jolly e chiedo al Ciccio se vuole scrivere lui la puntata per il blog. Al sì entusiastico, però, non è seguito alcun testo ed ecco spiegati i mesi di silenzio, fino a che non mi è saltato il ghiribizzo di andare a rastrellare qualche fatto curioso dell'architetto nostrano.

Su una pagina del comune di Maggiora (dove Antonelli riposa) c'è un elenco delle sue imprese architettoniche: circa una cinquantina. Ci si potrebbe organizzare un bel giro culturale, magari in bicicletta, ma mi sa che non sarò io a farlo.

La strada

Tragitto: ad anello (Ghemme, Romagnano, Santuario di Boca, Prato Sesia, Romagnano, Ghemme)
Lunghezza: 37 km circa
Dislivello: 250 m circa in salita e altrettanti in discesa
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