lunedì 10 dicembre 2012

Breathless (2 dicembre 2012)

La storia

Uno, due. Destro, sinistro. Diastole, sistole. Inspirare, espirare. È una danza sincrona, a braccetto, che ho imparato a quattordici anni. Ero un novello scout, allora, e fino a quel giorno la forza di gravità e la mia direzione erano sempre andate d'amore e d'accordo, due frecce puntate insieme verso il basso. E la montagna non poteva che essere coperta di bianco per essere tale. Insomma, in montagna ci ero andato sempre solo per sciare.

Quel giorno, a Boccioleto, in Valsesia, non c'erano né la neve, né gli impianti. E io dovevo camminare, in salita, con uno zaino a palla da paura, senza possibilità di scampare a quello che mi sembrava, come minimo, un calvario. Dopo neanche mezz'ora ero rimasto dietro, solo, senza forze e con una gran voglia di piangere. Lì, seduto per terra, capii che la soluzione non stava nel muscolo, ma nel respiro. Uno, due. Destro, sinistro..... La sincronia fra il passo e il respiro era la chiave di volta che permetteva alla fatica di essere superabile, alla sofferenza di essere sopportabile e alla mente di potersi staccare e pensare ad altro.

Col tempo la danza del fiato mi è entrata dentro al punto che attacca che neanche ci penso. In piano, ognun per sé, ma non appena avvertono il tiro della salita, passo e respiro si mettono d'accordo: "Pronto? Quasi, aspetta. Dai che vado. Un attimo ti dico... OK, ci sono. Allora via!" - Destro, sinistro. Inspirare, espirare....

Ognuno fa la sua parte
Ripenso a quel momento mentre sono piegato in due, con mille stelle nel cervello e la bicicletta buttata per terra a metà della salita fra Arona ed Oleggio Castello. In bici non funziona. Ed è ovvio, mi dico. Sincronizzare il fiato e il passo è una cosa ma con la pedalata bisogna cambiare strategia. Ma l'automatismo è più forte di me e dopo mezz'ora sono in uno stato di iperventilazione tale che schianto, la vista si appanna e le stelle mi esplodono dentro.

Sento il Ciccio che mi sorpassa, borbottando e lamentandosi mentre sale, lento e inesorabile. Come faccia a parlare mentre pedala in salita mi è oscuro a tal punto che lo accetto con un atto di fede, come di fronte ad un evento soprannaturale. Meri è già su in paese che ci aspetta, e dopo cinque minuti riparto, cercando di controllare alla meglio il respiro. Mentre percorro l'ultimo mezzo chilometro penso che, fra l'altro, sono reduce da una colica renale (che di per sé meriterebbe un post) e che ho un calcolo di 1 centimetro che ringhia appena sopra la vescica. E ho anche una fame della madonna. Forse facevo meglio a stare a casa.

Pecore tristi fotografate male
Ripartiamo verso Invorio, in un secondo tiro di salita, un po' meno duro del primo. Convincere il respiro a non pensare alle gambe è difficile, ma mi concentro per mantenere asincronia totale. Le gambe fanno "unodueunodueunodueunodue", mentre il fiato "inspirare (tienidentrotienidentrotienidentrominchianoncelafacciopiùùùùù), espirare (ahhhhhhhmadonnachepiacere), inspirare.... Non lo so se è il modo giusto ma certamente va meglio di prima e cerco di lavorare su questa nuova strategia.

A invorio Meri e Franci si perdono fra i mercatini di Natale, mentre io mi siedo per terra e divoro senza alcun ritegno tutta la mia razione di cibo trattenendomi a stento dal fare fuori anche il resto alla faccia della moglie amore mio e del figlio cuore santo di padre. Lezione numero due della giornata: non lesinare sul cibo e mangiare qualcosa prima di partire, soprattutto se hai fatto colazione alle sette e mezza e non muovi il primo giro di pedali prima di mezzogiorno.

Ciclisti allegri fotografati male
Ripartiamo che sono le due passate e la sera si affaccia frettolosa di stendere il suo pietoso velo invernale su questo spicchio di terra. Il grosso è ancora da fare ma c'è un sacco di discesa e qui non c'è respirazione che tenga: si va che è un piacere.

Sfioriamo Borgomanero e risaliamo verso Gattico, passando per Maggiate. Un altro tiro di salita, breve ma tosto, soprattutto all'inizio. Mi riconcentro sul fiato. Mando giù grandi boccate d'aria che tengo dentro fino a scoppiare prima di buttarle fuori. Continuo a non essere sicuro che sia la tecnica giusta, ma ancora una volta arrivo in fondo evitando di schiattare.

Estremità sud del Lago Maggiore. La barca a vela non si vede ma giuro che c'è
Dopo Gattico è tutto in discesa fino ad Arona, passando per Comignago e Dormelletto. Poco sopra Dormelletto ci fermiamo nell'unico scorcio paesaggistico di qualche interesse in questo giro, peraltro abbastanza anonimo anche se gradevole. Fra le piante si stende il lembo meridionale del lago Maggiore, decorato da una simpatica barca a vela che sembra dipinta tanto è immobile malgrado le sue vele spiegate. Ma chi, come me, abbia mai provato a navigare a vela da queste parti sa che a sud di Belgirate le vele spiegate hanno lo stesso valore e significato di un ombrello aperto nel deserto, o di un ombrellone con sedia a sdraio in Antartide: lecita ma inutile speranza.

Alle quattro siamo di ritorno, proprio mentre l'umido serale si fa strada attraverso le pieghe dei vestiti. Quasi trenta chilometri in tre ore più un'ora di pausa. Una media che c'è da vergognarsi a raccontarla, soprattutto a chi abbia una minima idea di cosa voglia dire andare in bicicletta. Ma chi se ne frega, dico io. Mica dobbiamo arrivare in Cina. Per ora.

La strada

Tragitto: ad anello (Arona, Oleggio Castello, Paruzzaro, Invorio, (quasi) Borgomanero, Gattico, Comignago, Dormelletto, Arona)
Lunghezza: 27,7 km
Dislivello: 350 m circa
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mercoledì 7 novembre 2012

Schegge del tempo (21 ottobre 2012)

La storia

Questo giro ce l'avevamo in canna da un po' di tempo. Un anello nel nordovest della campagna novarese a caccia di pezzi di storia noti e meno noti conficcati nel terreno argilloso fra i campi di riso, come frammenti sopravvissuti all'esplosione di un futuro che è per noi comunque già passato.

La Badia di Dulzago da lontano
Si parte in direzione di Bellinzago, lungo una sterrata che affianca il Canale Regina Elena. A destra la statalona del Lago Maggiore che corre, fregandosene di tutto tranne, forse, della destinazione, qualunque essa sia. A sinistra l'ormai noto scacchiere delle risaie trasformato quasi ovunque in stoppie e rotoloni di fieno in attesa di rallegrare le mangiatoie del bestiame durante l'inverno.

All'altezza di Cavagliano prendiamo per i campi e, spaventando ora un fagiano ora una cornacchia, puntiamo verso la Badia di Dulzago, antico centro religioso e agricolo fondato nel XII secolo dai Canonici Regolari e dedicato a San Giulio, il Santo che pare abbia liberato l'omonima isola sul Lago d'Orta da draghi e bestie feroci prima di installarci il suo quartier generale.

Gatto in finestra
Verso la metà del 1400 la badia finì nelle mani dell'Abate commendatario Leonardo Sforza (fratello di Galeazzo Maria) che capì dove stava il business molto più dei canonici e la trasformò in un attivo centro agricolo. I contadini ci vivevano, lavoravano e spesso lì morivano, trovando ospitalità eterna nel piccolo cimitero appena fuori del perimetro della badia.

Quando arrivò Napoleone non si fecero troppi complimenti. Sequestrò tutto quanto, intensificò la produzione di riso ed ebbe risotto a volontà per lui, la famiglia e gli accoliti per molti anni a venire. La tenuta ritornò in mani italiane, per la precisione al Conte Vitaliano Borromeo Arese, verso la metà dell'800. Successivamente la famiglia Borromeo parcellizzò e rivendette la tenuta, decretando al tempo stesso la fine di questo microscopico pezzo di società.

San Giulio sbarca a Orta e fa fuori le bestie feroci 
Dopo un panino, sgranocchiato camminando fra le corti e spiando negli appartamenti ormai disabitati dei contadini, giochiamo un po' con i gatti, che sembrano gli unici abitanti rimasti alla badia (anche se qualche casa risulta chiaramente abitata). Poi partiamo, che la giornata avanza, mentre noi molto meno, per ora. Dopo neanche un minuto siamo già fermi per una sosta al cimitero, diroccato ma ben tenuto. Poche lapidi, ma chissà quanti volti, storie, speranze, fatiche, vite intere spese nella terra e nel fango. E noi qui che ci pare di fare chissà che cosa a pedalare qualche ora e cercare di mettere insieme pochi frammenti di un passato che ci è alieno almeno quanto E.T.

Oratorio di Santa Maria in Linduno
Quando ripartiamo puntiamo la ruota anteriore verso ovest, in direzione della statale del Lago d'Orta. Passando per un piccolo gruppo di case di campagna appena fuori Momo l'occhio mi casca su una chiesetta dalla facciata giallo-ocra. Ci fermiamo e torniamo sulle nostre tracce per inoltrarci nel borgo. La chiesetta è, tecnicamente, un oratorio del XIV secolo. Una targa riempie, per quel che è possibile, i nostri abissi di ignoranza informandoci che l'oratorio di Santa Maria, come anche il centro abitato di Linduno, erano legati alla Badia di Dulzago e da essa dipendevano fino a che, verso il 1500, l'oratorio non venne abbandonato dai canonici ed utilizzato come magazzino. Purtroppo la chiesa apre solo una volta l'anno, il 25 aprile (strana data, davvero), per cui dobbiamo rinunciare agli affreschi che ne ornano l'interno. 
Castello di Proh, rifatto nel 1960
 
Si pedala sempre verso ovest, in direzione delle colline di Briona, che lambiamo appena, senza affrontarle. Anche se ai castelli di Agnellengo (trasformato in un ristorante) e di Proh (rifatto all'esterno, un po' stile Carcassonne, e abbandonato all'interno) dedichiamo giusto una merenda, (visto che ormai la sera avanza anche se c'è ancora l'ora legale a darci una mano), non possiamo non gustare una ciliegina inaspettata prima della volata finale: un ponte medievale sulla Roggia Mora che se non ci sbatti contro non c'è verso di vederlo. Lo notiamo quasi per caso, grazie ad un cartello che attira la nostra attenzione lungo la sterrata che affianca la roggia.

È un ponte a schiena di mulo che veniva utilizzato anche come luogo di riscossione di dazi e gabelle. Saliamo sul ponte e chiedo a Franci di farmi una foto. Mentre sono in posa da Indiana Jones, Franci mi fa: “Papà un serpente”. “Sì, va là, fammi sta foto” replico io senza dar troppo peso all'affermazione. “Papà il serpente”, insiste, e io: “Sì, c'è anche il drago, allora la fai la foto o diventiamo tutti nonni?”. “Papà, il serpente, ti dico”. Alla terza reiterazione del pensiero concludo che valga la pena effettuare una torsione del busto e buttare l'occhio dietro di me. Voltarmi e saltare avanti (rischiando il bagno nella roggia) è un tutt'uno, che dietro di me c'è un biscione (se di biscia si tratta) di un metro e mezzo che slinguetta sibilando e poi tranquillamente si intrufola nelle verzure ai piedi del ponte. Mai sottovalutare gli avvertimenti di un bambino.
Ponte medievale delle gabelle
Quando torniamo a Novara, dopo una volata a tavoletta, abbiamo percorso 59,6 km. Il Ciccio insiste per farci un giro dei baluardi per arrivare a 60. Non esiste proprio.

La strada

Tragitto: ad anello (Novara-Badia di Dulzago-Alzate di Momo-Agnellengo-Proh-Caltignaga-Novara)
Lunghezza: 59,6 km
Dislivello: solito piattume
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mercoledì 24 ottobre 2012

Agonie (6 ottobre 2012)

La storia

Due stivali verdi su uno sterrato. Mezzo grado più in su, una doppietta a tracolla. Qualche metro più avanti un segugio gioca col fiuto strusciando il tartufo fra i cespugli. Frammenti che attivano il mio orobilogio. A differenza di quello di Saltatempo (nell'omonimo romanzo di Benni) il mio orobilogio non sa andare avanti ma solo indietro, come per tutti del resto. Ma è comunque una reazione a catena di frammenti freschi che scalzano frammenti vecchi dal fondale limaccioso dei ricordi dimenticati.

Il centro di questo ricordo è mio padre. Uomo buono, mite e taciturno, napoletano amante della pianura Padana e della nebbia. Cacciatore e cercatore di chiodini. Il satellite sono io, bambino, che a caccia e a funghi non ci volevo mai andare mentre lui mi voleva con sé, perché non puoi non condividere ciò che ami con chi ami.

Una volta l'ho quasi ammazzato, mio padre. Eravamo sulle colline di Fara a cacciar fagiani. Preso dall'avventura sento un rumore: "Un fagiano, papà ti aiuto" e tocco il fucile a tracolla per togliere la sicura. Giuro che non so ancora oggi cosa sia successo, ma il fucile ha sparato, con la canna a cinque centimetri dal suo orecchio sinistro. Non mi sgridò neppure, cercò solo di tranquillizzarmi, anche se oggi penso che i suoi tre infarti e la sua morte a 52 anni forse sono dipesi un po' anche da quell'evento.

Là dove c'erano le spighe...
Se questo fosse un romanzo ora scriverei che da quel giorno non tornai più a caccia, ma la realtà è che non mi ricordo cosa feci. Forse ci sono ancora tornato qualche volta, sempre di malavoglia. Quel che mi ricordo è che un bel po' di anni dopo andai a votare al referendum contro la caccia, e mio papà mandò giù il rospo a fatica. Chissà com'è il regolamento venatorio nei verdi pascoli; non so perché ma ho l'idea che lì sia un parco nazionale infinito e, comunque, i due fucili se li è dimenticati qui, per cui se ne sarà pur fatta una ragione.

Uomo buono e mite, dicevo, a dispetto della doppietta e dei fagiani alla cacciatora. Quando è venuto al nord ha passato cinque anni in finanza al confine con la Svizzera. Allo scadere del quinto anno si era fatto amico tutti quanti: colleghi, capi e contrabbaddieri. "Erano povera gente con famiglia", mi diceva, e non ce la faceva proprio a pizzicarli mentre valicavano il confine con lo zaino stracolmo di Marlboro di contrabbando.

Acquedotto post-romano visto da sotto
Malgrado i suoi studi fossero fermi, a far tanto, alla quinta elementare, la sua vera vocazione era quella di insegnante, che trovò la sua realizzazione nella scuola guida. A casa era sempre tranquillo, come se la vita fosse un bicchiere di acqua fresca da sorseggiare in piscina. Mia madre, che sapeva bene i pensieri e le tribolazioni del suo uomo preso fra la concorrenza dei colleghi e le capetoste delle vedove sessantenni e spatentate, non si spiegava dove trovasse tutta quella tranquillità. Lo capì una domenica, quando papà tornò a casa scosso come non mai: era nei boschi e un passante lo aveva beccato a sparar fucilate mentre urlava minacce indicibili. Fortunatamente lo sventurato ebbe il tempo di rendersi conto che la vittima non era un essere umano, ma un povero castagno con la corteccia un po' sbucciata dai piombini. Imbarazzatissimo e mortificato, mio padre spiegò che ogni tanto aveva bisogno di sfogarsi, e il suo troppo amore per la famiglia, e il genere umano in generale, lo portava a prendersela con i vegetali immaginando le sembianze di chi minava giornalmente la sua proverbiale pazienza o lo costringeva ad ingoiare rospaccioni indigeribili.
Acquedotto post-romano visto da sopra
Tutto questo è un flash di un istante mentre pedaliamo lungo la sponda sinistra dell'Agogna appena fuori Novara, in questa mattina dove tutto sembra morente. I fagiani, che verranno forse sforacchiati dai due cacciatori, il riso, impallidito di fronte all'imminente decapitazione, l'estate, che tenta ancora di dire la sua in questa metà di un'ottobre che se la ride, perché sa che tanto questo è il suo tempo. Se l'autunno è da sempre metafora di vita che si spegne un motivo ci sarà pure.

Fra Novara e Nibbiola lasciamo il torrente e la prendiamo alla larga, in una valletta verdeggiante dove passiamo sotto a un vecchio acquedotto, non proprio romano ma di fattezze simili. Lasciamo le bici ed andiamo a curiosare su per una delle due sponde, dove giungiamo a una casa con laghetto privato e un canalino che si incunea nell'alveo dell'acquedotto per andare a irrigare chissà cosa.

Laghetto privato con probabili trote salmonate
Nei pressi di Granozzo con Monticello riacchiappiamo l'Agogna. Qui il paesaggio è divertente, e fa dimenticare i languori autunnali. Pare di essere in un Monferratino, piccolo piccolo, con dei saliscendi che sembrano colline a scartamento ridotto. Ritornando a Novara lungo la sponda destra del torrente facciamo sosta pipì, che di più non ci possiamo permettere, dal momento che non ho portato nemmeno la foto di un panino. Guardo il torrente e mi stupisco di quanto sia bello. Forse perché da sempre il nome Agogna per me ha fatto rima con “fogna” ho sempre snobbato questo corso d'acqua domestico che invece, forse, penso debba avere qualcosa da dire. Non è escluso che ci torneremo.

L'Agogna, che non fa più rima con "fogna"

La strada

Tragitto: ad anello (Novara-Sponda sinistra dell'Agogna-Nibbiola-Granozzo con Monticello-Sponda destra dell'Agogna-Lumellogno-Novara)
Lunghezza: 32,0 km
Dislivello: qualche decina di metri
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giovedì 11 ottobre 2012

Le risaie di Woodstock (8 settembre 2012)

La storia

Chi non cerca trova. Oppure chi cerca, trova qualcos'altro. Esci per portare a spasso il cane e invece che pestare una merda pesti un biglietto da cinquanta euro (a me è successo, ma solo una volta, purtroppo). Oppure vai a far la spesa al supermercato e incontri l'amico arricchito che ti offre una crociera di due settimane sul suo bialbero ormeggiato a Finale Ligure (mai successo, ma non si sa mai).
Oppure parti per visitare un'abbazia medievale e ti trovi in una comunità tipo Peace and Love che vive restaurando vecchie cascine abbandonate.

La facciata dell'abbazia di S. Nazzaro
Il programma prevede un giro ad anello con destinazione principale S. Nazzaro Sesia, paesino in sé poco significativo ma dotato di una splendida abbazia che si è sviluppata attraverso ben quattro secoli, fra l'XI e il XV. Usciti da Novara nel casino di Corso Vercelli deviamo prima verso Casalgiate e poi direttamente su sterrato attraverso le risaie, che oggi sono in piena modalità “Van Gogh” (vedere il post Le fonti del riso).

A completare l'idilliaco paesaggio campestre incontriamo mazzi di aironi: nei campi, appollaiati sugli alberi, lungo la strada. Ce ne sono così tanti da far sembrare i piccioni di Piazza Duomo una specie in estinzione. Francesco non riesce a capire perché ogni volta che vediamo un airone io e Meri sembriamo uscire di senno, come se avessimo visto un panda giocare a briscola con un dromedario in Piazza Cavour. Gli spieghiamo che una trentina d'anni fa gli aironi erano veramente merce rara, tanto da far intitolare una delle più famose riviste di viaggi e natura Airone (anche se pare che oggi vogliano cambiarle il nome e chiamarla Piccione).

A S. Nazzaro ci fermiamo per un panino al tavolino da pic-nic del XX secolo che orna un angolino del prato a fianco dell'abbazia e nel frattempo corro su Wikipedia a cercare di riempire i miei abissi di ignoranza sulla storia e lo stile di questo posto. Non sto a ripetere quello che comunque potete trovare qui, ma non posso non parlare della mia sorpresa quando scopro che l'abbazia nasce nel 1040 per volere del vescovo di Novara Riprando.

Chiostro e campanile dell'abbazia di S. Nazzaro
Questo nome potrebbe risultare insignificante, ma a me e Meri riporta indietro di almeno vent'anni, quando leggemmo il romanzo Odo e Riprando, dell'autore novarese Tripeleff. Cercando sulla rete scopro che il romanzo è liberamente scaricabile e leggibile a questo indirizzo (http://www.tripeleff.org/riprandiana/prima-storia/index.html). Occhio però, che è un romanzo del tutto fuori dal consueto e adatto solo a chi non abbia paura di sapori forti e speziati. Lettore avvisato....

Scatto qualche foto di nascosto alla facciata, al chiostro e al campanile. Di nascosto, perché un cartello ci informa che non è consentito effettuare foto o riprese senza l'autorizzazione del parroco. Dove sia il problema mi sfugge ma fa nulla.

Un pastorello in più
Prima di ripartire tentiamo una visita al museo dei ceppi, un museo dove sono raccolte delle specie di sculture lignee fatte con ceppi di legno raccolti sulle sponde del Sesia. Fallita la visita causa museo chiuso ripartiamo, direzione sponde del Sesia e poi ritorno via Casalbeltrame.

È lungo il ritorno che notiamo un presepe particolare, con figure in scala 1:1 realizzato in cemento e addossato al lato di una cascina. È bello, sorprendente e un po' fuori fase rispetto alla costruzione e al paesaggio. Sul portone che conduce all'interno della cascina una scritta: Ricostruttori. Decidiamo che la curiosità va soddisfatta, per cui entriamo.

Angelo trombettista
Il cortile è una specie di cantiere con 4-5 muratori che stanno restaurando una facciata. Chiediamo informazioni e ci viene incontro Paolo, uno dei lavoratori, bello robusto e barbuto, come del resto sono barbuti tutti gli altri. Paolo ci racconta di loro e del posto. I ricostruttori sono una sorta di congregazione religiosa che ha come missione quella di avvicinare la gente alla meditazione e alla preghiera. Lo fa restaurando vecchi cascinali in rovina comprati per un tozzo di pane (si fa per dire), vivendoci dentro e organizzando attività di vario tipo (corsi, spettacoli, conferenze). L'ambiente è strano, sembra di essere tornati indietro di una 40-50ina d'anni e di essere finiti in una comunità hippie, tipo quella descritta in modo magistrale da Gianni de Luca e Gianluigi Gonano nell'episodio Il caso della freccia del Commissario Spada (mitico fumetto degli anni '70, che vi potete leggere qui). I muri delle parti restaurate sono decorati con affreschi multicolori che richiamano non solo alla religione cattolica, ma anche ad altre religioni (buddhista, induista).

L'esterno di una parte restaurata
Paolo ci racconta anche del luogo. La cascina S. Apollinare non è una cascina qualsiasi, ma nientemeno che un avamposto templare del XIII secolo che era utilizzato come punto di appoggio dai cavalieri templari nei loro viaggi (non propriamente turistici) da e verso la Terra Santa. Il chiostro (ancora totalmente incolto) ha le pareti affrescate stile hippie con immagini prese dalle leggende templari e dai miti del Sacro Graal. Rimaniamo una mezz'ora circa e Paolo ci guida attraverso le aree restaurate, ed utilizzate per le loro attività, e quelle ancora da restaurare, come la chiesetta al cui esterno abbiamo visto il presepe e al cui interno sono custodite le reliquie di Santa Esuberanza una santa bambina di cui non abbiamo trovato alcuna traccia se non sui vari siti dei Ricostruttori. Chitarre e strumenti musicali sono sparsi un po' ovunque.
Ci lasciamo per tornare a Novara che ci sembra di conoscerci un po', e con la voglia di capire un po' di più di questo luogo e di questa gente. Vedremo che succederà, se qualcosa succederà.

La strada

Tragitto: ad anello (Novara-Calsalgiate-Marangana-Casalbeltrame-S. Nazzaro Sesia-Casalvolone-Pisnego-Ponzana-Casalgiate-Novara)
Lunghezza: 54,8 km
Dislivello: irrilevante
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domenica 30 settembre 2012

Le fonti del riso (22 settembre 2012)

La storia 

Le risaie sono belle tre volte all'anno.
A maggio, quando la campagna diventa laguna, e se atterri a Malpensa in una giornata di sole la pianura sembra reduce dal diluvio universale.
A giugno, quando la peluria del riso sul filo dell'acqua si distende con un verde bello e impossibile, che puoi girare tutti i colorifici del mondo e non lo trovi.
E a settembre, quando il riso maturo piega il capo in attesa di diventare messe e risotto. A settembre la laguna è sparita e pare che Van Gogh abbia versato sulla terra l'intero stock del colore usato per i suoi campi di grano quando era in vita, perché la pianura è un lenzuolone d'oro così brillante da guardarlo con gli occhiali da sole anche durante un temporale.

Acqua in oro. È un trucco da alchimista quello che gioca la natura. Rubare l'acqua ai fiumi per trasformarla in distese d'oro. Le acque prese in prestito dal Po e dal Ticino sono state indirizzate lungo quattro arterie artificiali, i canali Cavour e Regina Elena, e i Diramatori Quintino Sella e Alto Novarese. Da qui innervano questa parte d'Italia con una rete di canali e rogge dove saltellano rane e rospi e crescono i chiodini in autunno.
Per questo giro fra canali e risaie attorno a Novara partiamo con la consueta solerzia, alle 15:30. Il Ciccio tutto gasato che cavalca la mountain bike della sorella e va finalmente per sterrate vere, quelle con i sassi e le buche.
La prima parte del tragitto è tutta lungo il Canale Cavour, da Vignale a Galliate, passando per le confluenze con il Diramatore Quintino Sella e il Canale Regina Elena, entrambe a Veveri.

Qui Franci si cimenta nella sua prima discesa mozzafiato: una rampetta di un paio di metri fuori strada con curva stretta a destra per evitare l'altrimenti inevitabile tuffo nel Canale Cavour.
Franci è dotato di due qualità: la cocciutaggine e la prudenza. Entrambe in dosi da elefante. Grandi doti che, però, in questi casi lo portano allo stallo. Dopo avere aspettato un po' più avanti, torno sulle mie ruote per trovarlo incatramato a mezza discesa con il terrore e l'incazzatura dipinti sul volto. Non c'è verso di schiodarlo da quella posizione.

Ma ecco l'idea: mi avvicino suadente, tranquillizzante, lo riporto sulla cima della discesa e gli dico: “Tranquillo, non c'è problema. La cosa peggiore che ti può succedere è di finire nel canale, nel qual caso mi butto e vengo a prenderti”.
La fiducia dei figli nei genitori può essere sconfinata. Secondo me lui si immagina SuperPapà con la tuta di Super Pippo e il mantello che, con un soffio, prosciuga il canale e lo tira fuori ancora in groppa alla bicicletta bello asciutto, come nei fumetti. Tutto sommato finire nel canale potrebbe anche essere divertente. Si sblocca come per magia e si fionda in discesa curvando a gomito con derapata della ruota posteriore. Io nella mia testa provo a immaginare che farei se finisse a picchio nell'acqua, ma non trovo scenari particolarmente tranquillizzanti. Un paio di secondi dopo tutto è a posto, il Ciccio bello contento di aver saputo governare la bici in discesa mentre io ringrazio tutte le divinità a me note, che non si sa mai.
Mentre proseguiamo con l'acqua e il riso ai nostri lati faccio due pensieri: il primo è che questa campagna, che ho sempre snobbato in favore di paesaggi da me ritenuti più “chic” (montagne, alpeggi, mare aperto), è bella, se vista dalla giusta prospettiva. E due ruote a pedali sono un'ottima prospettiva. Il secondo è che questi chicchi di riso che ci sfilano accanto ancora imbozzolati nelle loro spighe finiranno fra qualche tempo sulla tavola di qualcuno, magari in Ungheria o Lituania. Sì, perché le regole assurde del mercato dei nostri tempi fanno sì che se tu vivi a Novara ti devi mangiare il riso prodotto magari in Vietnam mentre il tuo se ne va fuori confine, chissà magari in Cina fra i bastoncini di qualche contadino che ritorna a casa dopo aver mondato la sua risaia dalle erbacce.
Il giro prosegue oltre Galliate, attraverso Romentino e Trecate per poi infilarsi lungo la Provinciale verso Olengo. Tengo il passo lesto e rientriamo nella metropoli novarese che il cielo si annuvola e il crepuscolo avanza in quest'ultima sera di un'estate di cui sento già la nostalgia.
Prima di chiudere alcune note doverose sulla nostra professionalità cicloturistica. Tralascio i dettagli della mia attrezzatura di navigazione di cui racconterò più avanti e mi concentro su quella riparatoria. Se vai in bici devi considerare l'eventualità di forare, per cui devi essere preparato. Se ti fai trovare impreparato, sei un pivello.
E io non mi lascio certo fregare: tre camere d'aria della giusta dimensione, materiale per la riparazione. La totale assenza di una pompa per gonfiare le gomme dopo la riparazione, di chiavi per regolare eventuali bulloni e di un portafogli per prendere eventualmente l'autobus per tornare a casa sono dettagli trascurabili, ci penseremo le prossime volte. Mica si può fare tutto subito, o no?

La strada

Tragitto: ad anello (Novara-Veveri-Vignale-Galliate-Romentino-Trecate-Olengo-Novara)
Lunghezza: 36,6 km
Dislivello: irrilevante
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martedì 25 settembre 2012

Il primo passo

Qualunque viaggio ce l'ha. 

Il primo passo, quello slancio a derivata infinita che trasforma la realtà da una cosa a un'altra, che muove l'immobile, regala nuove prospettive, ti soprende con un nuovo pezzo di te.

Quanti saranno i primi passi dall'inizio dell'homo sapiens? Milioni, miliardi, fantastiliardi? Questo è uno di più.

Il primo post. Il primo passo. Il primo giro di pedali. La destinazione, per ora, è un sogno, ma il primo passo ne stacca gli ormeggi per traghettarlo verso la dimensione di un progetto. Non piccolo, grande. Non normale, pazzo. Non consueto, inaspettato.

Vogliamo raccontarlo qui, questo viaggio, e scoprirlo a poco a poco perché ora, forse, neppure noi ci crediamo ancora. Ma forse un po' sì. E allora ci esponiamo.

È un viaggio a due ruote, e per iniziarlo molti altri ne dovremo intraprendere di piccoli, quasi insignificanti, gocce microscopiche e ostinate che apriranno, si spera, la strada verso un punto di arrivo: la partenza. Quella vera.
.
Di giri in bici racconteremo e di storie dove ce ne saranno. Del sogno parleremo con calma, mano a mano che prenderà forma oppure si dissolverà, rivelandoci di essere ciò che già sappiamo: bambini ingenui di mezza e passa età.