mercoledì 24 ottobre 2012

Agonie (6 ottobre 2012)

La storia

Due stivali verdi su uno sterrato. Mezzo grado più in su, una doppietta a tracolla. Qualche metro più avanti un segugio gioca col fiuto strusciando il tartufo fra i cespugli. Frammenti che attivano il mio orobilogio. A differenza di quello di Saltatempo (nell'omonimo romanzo di Benni) il mio orobilogio non sa andare avanti ma solo indietro, come per tutti del resto. Ma è comunque una reazione a catena di frammenti freschi che scalzano frammenti vecchi dal fondale limaccioso dei ricordi dimenticati.

Il centro di questo ricordo è mio padre. Uomo buono, mite e taciturno, napoletano amante della pianura Padana e della nebbia. Cacciatore e cercatore di chiodini. Il satellite sono io, bambino, che a caccia e a funghi non ci volevo mai andare mentre lui mi voleva con sé, perché non puoi non condividere ciò che ami con chi ami.

Una volta l'ho quasi ammazzato, mio padre. Eravamo sulle colline di Fara a cacciar fagiani. Preso dall'avventura sento un rumore: "Un fagiano, papà ti aiuto" e tocco il fucile a tracolla per togliere la sicura. Giuro che non so ancora oggi cosa sia successo, ma il fucile ha sparato, con la canna a cinque centimetri dal suo orecchio sinistro. Non mi sgridò neppure, cercò solo di tranquillizzarmi, anche se oggi penso che i suoi tre infarti e la sua morte a 52 anni forse sono dipesi un po' anche da quell'evento.

Là dove c'erano le spighe...
Se questo fosse un romanzo ora scriverei che da quel giorno non tornai più a caccia, ma la realtà è che non mi ricordo cosa feci. Forse ci sono ancora tornato qualche volta, sempre di malavoglia. Quel che mi ricordo è che un bel po' di anni dopo andai a votare al referendum contro la caccia, e mio papà mandò giù il rospo a fatica. Chissà com'è il regolamento venatorio nei verdi pascoli; non so perché ma ho l'idea che lì sia un parco nazionale infinito e, comunque, i due fucili se li è dimenticati qui, per cui se ne sarà pur fatta una ragione.

Uomo buono e mite, dicevo, a dispetto della doppietta e dei fagiani alla cacciatora. Quando è venuto al nord ha passato cinque anni in finanza al confine con la Svizzera. Allo scadere del quinto anno si era fatto amico tutti quanti: colleghi, capi e contrabbaddieri. "Erano povera gente con famiglia", mi diceva, e non ce la faceva proprio a pizzicarli mentre valicavano il confine con lo zaino stracolmo di Marlboro di contrabbando.

Acquedotto post-romano visto da sotto
Malgrado i suoi studi fossero fermi, a far tanto, alla quinta elementare, la sua vera vocazione era quella di insegnante, che trovò la sua realizzazione nella scuola guida. A casa era sempre tranquillo, come se la vita fosse un bicchiere di acqua fresca da sorseggiare in piscina. Mia madre, che sapeva bene i pensieri e le tribolazioni del suo uomo preso fra la concorrenza dei colleghi e le capetoste delle vedove sessantenni e spatentate, non si spiegava dove trovasse tutta quella tranquillità. Lo capì una domenica, quando papà tornò a casa scosso come non mai: era nei boschi e un passante lo aveva beccato a sparar fucilate mentre urlava minacce indicibili. Fortunatamente lo sventurato ebbe il tempo di rendersi conto che la vittima non era un essere umano, ma un povero castagno con la corteccia un po' sbucciata dai piombini. Imbarazzatissimo e mortificato, mio padre spiegò che ogni tanto aveva bisogno di sfogarsi, e il suo troppo amore per la famiglia, e il genere umano in generale, lo portava a prendersela con i vegetali immaginando le sembianze di chi minava giornalmente la sua proverbiale pazienza o lo costringeva ad ingoiare rospaccioni indigeribili.
Acquedotto post-romano visto da sopra
Tutto questo è un flash di un istante mentre pedaliamo lungo la sponda sinistra dell'Agogna appena fuori Novara, in questa mattina dove tutto sembra morente. I fagiani, che verranno forse sforacchiati dai due cacciatori, il riso, impallidito di fronte all'imminente decapitazione, l'estate, che tenta ancora di dire la sua in questa metà di un'ottobre che se la ride, perché sa che tanto questo è il suo tempo. Se l'autunno è da sempre metafora di vita che si spegne un motivo ci sarà pure.

Fra Novara e Nibbiola lasciamo il torrente e la prendiamo alla larga, in una valletta verdeggiante dove passiamo sotto a un vecchio acquedotto, non proprio romano ma di fattezze simili. Lasciamo le bici ed andiamo a curiosare su per una delle due sponde, dove giungiamo a una casa con laghetto privato e un canalino che si incunea nell'alveo dell'acquedotto per andare a irrigare chissà cosa.

Laghetto privato con probabili trote salmonate
Nei pressi di Granozzo con Monticello riacchiappiamo l'Agogna. Qui il paesaggio è divertente, e fa dimenticare i languori autunnali. Pare di essere in un Monferratino, piccolo piccolo, con dei saliscendi che sembrano colline a scartamento ridotto. Ritornando a Novara lungo la sponda destra del torrente facciamo sosta pipì, che di più non ci possiamo permettere, dal momento che non ho portato nemmeno la foto di un panino. Guardo il torrente e mi stupisco di quanto sia bello. Forse perché da sempre il nome Agogna per me ha fatto rima con “fogna” ho sempre snobbato questo corso d'acqua domestico che invece, forse, penso debba avere qualcosa da dire. Non è escluso che ci torneremo.

L'Agogna, che non fa più rima con "fogna"

La strada

Tragitto: ad anello (Novara-Sponda sinistra dell'Agogna-Nibbiola-Granozzo con Monticello-Sponda destra dell'Agogna-Lumellogno-Novara)
Lunghezza: 32,0 km
Dislivello: qualche decina di metri
Clicca qui per traccia GPS

4 commenti:

  1. I ricordi affiorano,per un paesaggio, un suono,un odore...
    Hai riabilitato L'agogna, che faceva rima con fogna, bello questo pensiero.
    Pedalando hai potuto godere della vasta pianura Padana nei suoi colori autunnali, della nebbiolina che s'alza dalla terra.
    Grazie del racconto e memoria del tuo papà che hai condiviso.

    Ps. Mi sembra di riconoscere quelle due persone in bici :-)
    Ciao Daniele

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Dani, e' un onore per me avere un tuo commento, tu che per prima mi hai fatto scoprire il mondo dei blog!

      Elimina
  2. Grazie..
    le parole, le emozioni a cui spesso non so dar voce mi hanno teneramente avvolta,stamattina. Leggere del tuo papà è stato come vedere, al femminile, la mia mamma...a cui ancora non posso pensare senza bagnarmi il viso. Forse ora staranno sorridendo insieme.
    Ti voglio bene

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Rose, grazie per il tuo commento. Ho scoperto che pedalare e scrivere è un bell'esercizio. Aiuta a fermarsi e pensare un po' di più a chi siamo e siamo stati. Un abbraccio

      Elimina