lunedì 10 dicembre 2012

Breathless (2 dicembre 2012)

La storia

Uno, due. Destro, sinistro. Diastole, sistole. Inspirare, espirare. È una danza sincrona, a braccetto, che ho imparato a quattordici anni. Ero un novello scout, allora, e fino a quel giorno la forza di gravità e la mia direzione erano sempre andate d'amore e d'accordo, due frecce puntate insieme verso il basso. E la montagna non poteva che essere coperta di bianco per essere tale. Insomma, in montagna ci ero andato sempre solo per sciare.

Quel giorno, a Boccioleto, in Valsesia, non c'erano né la neve, né gli impianti. E io dovevo camminare, in salita, con uno zaino a palla da paura, senza possibilità di scampare a quello che mi sembrava, come minimo, un calvario. Dopo neanche mezz'ora ero rimasto dietro, solo, senza forze e con una gran voglia di piangere. Lì, seduto per terra, capii che la soluzione non stava nel muscolo, ma nel respiro. Uno, due. Destro, sinistro..... La sincronia fra il passo e il respiro era la chiave di volta che permetteva alla fatica di essere superabile, alla sofferenza di essere sopportabile e alla mente di potersi staccare e pensare ad altro.

Col tempo la danza del fiato mi è entrata dentro al punto che attacca che neanche ci penso. In piano, ognun per sé, ma non appena avvertono il tiro della salita, passo e respiro si mettono d'accordo: "Pronto? Quasi, aspetta. Dai che vado. Un attimo ti dico... OK, ci sono. Allora via!" - Destro, sinistro. Inspirare, espirare....

Ognuno fa la sua parte
Ripenso a quel momento mentre sono piegato in due, con mille stelle nel cervello e la bicicletta buttata per terra a metà della salita fra Arona ed Oleggio Castello. In bici non funziona. Ed è ovvio, mi dico. Sincronizzare il fiato e il passo è una cosa ma con la pedalata bisogna cambiare strategia. Ma l'automatismo è più forte di me e dopo mezz'ora sono in uno stato di iperventilazione tale che schianto, la vista si appanna e le stelle mi esplodono dentro.

Sento il Ciccio che mi sorpassa, borbottando e lamentandosi mentre sale, lento e inesorabile. Come faccia a parlare mentre pedala in salita mi è oscuro a tal punto che lo accetto con un atto di fede, come di fronte ad un evento soprannaturale. Meri è già su in paese che ci aspetta, e dopo cinque minuti riparto, cercando di controllare alla meglio il respiro. Mentre percorro l'ultimo mezzo chilometro penso che, fra l'altro, sono reduce da una colica renale (che di per sé meriterebbe un post) e che ho un calcolo di 1 centimetro che ringhia appena sopra la vescica. E ho anche una fame della madonna. Forse facevo meglio a stare a casa.

Pecore tristi fotografate male
Ripartiamo verso Invorio, in un secondo tiro di salita, un po' meno duro del primo. Convincere il respiro a non pensare alle gambe è difficile, ma mi concentro per mantenere asincronia totale. Le gambe fanno "unodueunodueunodueunodue", mentre il fiato "inspirare (tienidentrotienidentrotienidentrominchianoncelafacciopiùùùùù), espirare (ahhhhhhhmadonnachepiacere), inspirare.... Non lo so se è il modo giusto ma certamente va meglio di prima e cerco di lavorare su questa nuova strategia.

A invorio Meri e Franci si perdono fra i mercatini di Natale, mentre io mi siedo per terra e divoro senza alcun ritegno tutta la mia razione di cibo trattenendomi a stento dal fare fuori anche il resto alla faccia della moglie amore mio e del figlio cuore santo di padre. Lezione numero due della giornata: non lesinare sul cibo e mangiare qualcosa prima di partire, soprattutto se hai fatto colazione alle sette e mezza e non muovi il primo giro di pedali prima di mezzogiorno.

Ciclisti allegri fotografati male
Ripartiamo che sono le due passate e la sera si affaccia frettolosa di stendere il suo pietoso velo invernale su questo spicchio di terra. Il grosso è ancora da fare ma c'è un sacco di discesa e qui non c'è respirazione che tenga: si va che è un piacere.

Sfioriamo Borgomanero e risaliamo verso Gattico, passando per Maggiate. Un altro tiro di salita, breve ma tosto, soprattutto all'inizio. Mi riconcentro sul fiato. Mando giù grandi boccate d'aria che tengo dentro fino a scoppiare prima di buttarle fuori. Continuo a non essere sicuro che sia la tecnica giusta, ma ancora una volta arrivo in fondo evitando di schiattare.

Estremità sud del Lago Maggiore. La barca a vela non si vede ma giuro che c'è
Dopo Gattico è tutto in discesa fino ad Arona, passando per Comignago e Dormelletto. Poco sopra Dormelletto ci fermiamo nell'unico scorcio paesaggistico di qualche interesse in questo giro, peraltro abbastanza anonimo anche se gradevole. Fra le piante si stende il lembo meridionale del lago Maggiore, decorato da una simpatica barca a vela che sembra dipinta tanto è immobile malgrado le sue vele spiegate. Ma chi, come me, abbia mai provato a navigare a vela da queste parti sa che a sud di Belgirate le vele spiegate hanno lo stesso valore e significato di un ombrello aperto nel deserto, o di un ombrellone con sedia a sdraio in Antartide: lecita ma inutile speranza.

Alle quattro siamo di ritorno, proprio mentre l'umido serale si fa strada attraverso le pieghe dei vestiti. Quasi trenta chilometri in tre ore più un'ora di pausa. Una media che c'è da vergognarsi a raccontarla, soprattutto a chi abbia una minima idea di cosa voglia dire andare in bicicletta. Ma chi se ne frega, dico io. Mica dobbiamo arrivare in Cina. Per ora.

La strada

Tragitto: ad anello (Arona, Oleggio Castello, Paruzzaro, Invorio, (quasi) Borgomanero, Gattico, Comignago, Dormelletto, Arona)
Lunghezza: 27,7 km
Dislivello: 350 m circa
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